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La prostituzione ad Amsterdam

Nel 2000 sono stati legalizzati anche i bordelli, dichiarati fuori legge nel 1911 per evitare lo sfruttamento o la coercizione delle lavoratrici

Da qualche mese si discute di una nuova legge che renda obbligatorie le licenze e stringa i criteri per la regolarizzazione. Basterà?

di Francesca Barca

«Sono stati gli abitanti e i proprietari del quartiere che hanno protestato. Perché hanno perso soldi: devi considerare che non c’è un turista che non passi di lì. E, inoltre, questo 50% di riduzione è passato al clandestino», racconta la Brussa.«Le ragazze non hanno potuto dire nulla su questa politica della municipalità, sono dovute semplicemente partire. Ma se sei un fornaio, ad esempio, e ti chiedono di chiudere la tua attività, ti aiutano economicamente per spostare il tuo business da un’altra parte. Per le ragazze di De Wallen nulla. Ma noi paghiamo le tasse. È giusto?», mi dice Sarah. A questo si è aggiunta una politica di riduzione della prostituzione all’aperto, cosa che ha spostato tutte le attività al chiuso, con annessa «l’impossibilità di monitorare la situazione per le associazioni», specifica la Brussa.

In Europa, nel 2006, sono state segnalate 9000 vittime del traffico di esseri umani, il che corrisponde a trenta volte meno rispetto alle cifre stimate. Va detto che un rapporto dell’Unodc (United Nation on Drogs and Crimes) del 2006 menziona l’Olanda tra le principali destinazioni di questo traffico insieme a Thailandia, Giappone, Israele, Belgio, Germania, Italia, Turchia e Stati Uniti. Ciononostante nessun rapporto cita una correlazione diretta tra la legge in vigore attualmente in Olanda e il traffico di esseri umani. «Il Governo ha deciso che la legalizzazione del 2000 non ha fatto nulla per i sexworker perché, nel frattempo, il numero delle vittime del traffico di esseri umani non è diminuito», spiega Marienne Jonker, che definisce questa nuova legge «repressiva». Lo scopo esplicito di questa proposta è la lotta alla tratta di esseri umani e la “riqualificazione” dei lavoratori del sesso.  «La politica di lotta contro la tratta ha una sua logica: la lotta contro le vittime di un delitto. Che non ha niente a che fare con la prostituzione libera, riconosciuta come un’attività commerciale. Già concettualmente non bisogna confondere le due cose: fino agli anni Novanta la legge olandese era un esempio di queste due politiche chiare», mi dice Licia Brussa. Secondo la studiosa questa distinzione è più diluita nella nuova legge. Il ddl proposto l’11 novembre 2009 cambia, e di parecchio, la prospettiva: licenze obbligatorie anche per le libere professioniste legata al comune di attività, un registro nazionale per i servizi di escort, registrazione obbligatorie delle prostitute, criminalizzazione per il cliente che frequenta una persona non registrata o un locale senza licenza, aumento dell’età  minima a 21 anni e, soprattutto e particolarmente significativa, l’entrata in vigore della “zero option” la possibilità, cioè, di un comune di vietare una licenza senza motivo (e quindi per motivo morale). A questo si aggiungono maggiori possibilità di controllo da parte delle autorità municipali per verificare situazioni di abuso.

Per coloro che lavorano con l’industria del sesso la legge non è affatto la benvenuta: la tessera che il lavoratore deve possedere viene assegnata dopo un colloquio con un team di esperti che deve valutare che la persona non sia sotto costrizione: «Figurati se chi fa questo “screening” si può rendere conto se queste persone siano sfruttate. Noi abbiamo bisogno di mesi e di un lavoro continuo perché la donna ti dica che il magnaccia le chiede soldi, ad esempio. Inoltre, non ci sono altre professioni vieni esaminata un funzionario pubblico o vieni registrata», continua la Brussa. E poi c’è il problema della privacy: «Con questo tesserino non c’è la garanzia di protezione dei dati: abbiamo calcolato che almeno mille funzionari che vi avranno accesso».

Sarah, che accanto all’attività di prostituta ha sempre continuato a fare «lavori normali» o studiare, per «continuare ad evolvere e non impazzire», insiste molto sull’importanza della privacy: «Molte ragazze lavorano in segreto, nemmeno i loro mariti lo sanno (ho amiche che volevano essere finanziariamente indipendenti proprio per uscire dal matrimonio). Per cui potevi dichiararti come manicure o donna delle pulizie. La registrazione come prostituta è ridicola perché i magnaccia, gli ex-fidanzati o chiunque altro può accedere facilmente a te, alla tua attività e ai tuoi recapiti. E quando tutti sanno quello che fai è difficile cambiare vita: anche in Olanda, chi vuole dare lavoro a una donna di strada?».

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