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La prostituzione ad Amsterdam

Nel 2000 sono stati legalizzati anche i bordelli, dichiarati fuori legge nel 1911 per evitare lo sfruttamento o la coercizione delle lavoratrici

Da qualche mese si discute di una nuova legge che renda obbligatorie le licenze e stringa i criteri per la regolarizzazione. Basterà?

di Francesca Barca

La maggior parte dei lavoratori del sesso, sempre secondo le statistiche del Ministero degli Esteri, esercita nei sex club o nei bordelli (45%), circa il 20% nelle vetrine, il 15% nei servizi escort, un altro 5%  rispettivamente su strada e negli appartamenti privati. La legge olandese, considerata un modello, non è stata di così facile applicazione, né senza polemiche. «Questa legge ha legalizzato la parte commerciale e ha fatto delle prostitute delle lavoratrici. È il sistema amministrativo a riconoscere la prostituzione come un’attività commerciale. Ma non funziona: perché nel momento in cui crei un quadro economico-lavorativo di normalizzazione devi fare i conti con i preconcetti sociali, gli interessi territoriali e con una fase, che deve essere flessibile, di passaggio da un’industria che è sempre stata clandestina, a una situazione di legalità. I burocrati olandesi sono terribili perché sono molto legalisti», spiega Licia Brussa, sociologa dell’immigrazione e fondatrice di Tampep, Ong nata nel 1993 che si occupa di lavoratori/trici del sesso immigranti in Europa. «Il primo a fare confusione era l’ufficio delle imposte: come trovi i criteri fiscali per un lavoro che è flessibile e che che così deve restare? Le lavoratrici del sesso vogliono restare indipendenti, perché è l’autonomia che ti garantisce l’integrità fisica della decisione: non puoi fare marchette a comando e accettare tutti i clienti. Tutto questo entrava in conflitto con le leggi sul lavoro, che danno orari e impongono dipendenze». Per cui molte donne affittano una vetrina o lavoravano in un bordello perché c’era già la licenza. La legalizzazione, quindi, non è stata né chiara né omogenea. Certo, fare uscire dal “nero” un tale business d’affari non poteva avvenire nel giro di due anni: «Forse le persone più anziane si dicevano: “mi conviene, così posso avere qualche diritto sociale, posso usare i miei soldi in modo legale”. Però le donne giovani, che magari lavorano solo nei week end o per qualche mese non volevano entrare in un sistema legale», continua la Brussa.

E la vita non è così facile perché quello del sesso è un mercato molto variabile e con costi elevati per i lavoratori. Il prezzo per l’affitto di una vetrina varia dai 75 euro ai 150 al giorno (a seconda della zona): le prostitute ci lavorano a turni, mattina-pomeriggio, pomeriggio-notte. I costi delle prestazioni sono anche quelli molto variabili: «Dai 30 ai 50 euro per un rapporto completo in vetrina, dai 25 ai 50 su strada», mi dice la Jonker. «E più le ragazze sono sfruttate, più il prezzo si abbassa. E non ce la fai ad avere una media di 10-15 clienti al giorno. Inoltre, pensa agli altri costi: le vetrine “legali” hanno orari di chiusura, spesso  alle due. E non si può dormire in vetrina. Per cui bisogna affittare una stanza nella zona. Pensa alla speculazione. E poi ci sono i costi “per il corpo”, diciamo…»., aggiunge Licia Brussa. Viste queste cifre i conti sono presto fatti, tenendo in considerazione il fatto che, se la persona lavora “legalmente” deve pagarci pure le tasse.

Sarah (il nome è inventato) ha 35 anni e ha iniziato a lavorare come prostituta quando ne aveva 20 per risolvere una brutta situazione finanziaria: «All’inizio ho lavorato in nero in un bordello. Appena il Governo ha permesso la legalizzazione l’ho fatto: pagavo il 17,5%. Non saprei stimare esattamente le entrate mensili: cercavo di non guadagnare meno di 500 euro al giorno, sennò mi dicevo che non valeva la pena». Ma molto è cambiato con l’era di Internet, la progressiva riduzione della prostituzione per volontà statale e la crisi: «Ora puoi guadagnare bene solo se il tuo target sono le persone ricche. Tutti gli altri tipi di prostituzione sono morti: oggi grazie ad un computer puoi trovare una donna per avere sesso molto facilmente e anche gratis».

Già da qualche anno esiste una volontà, se non esplicitamente di riduzione, diciamo di contenimento della prostituzione. «L’industria del sesso in Olanda era enorme. Negli ultimi quattro anni è stata ridotta del 50%. C’è stato un doppio meccanismo: politiche di riduzione, e una serie di casi in cui è stata scoperta una collusione tra criminalità organizzata e proprietari di immobili legati alla prostituzione», aggiunge la Brussa. Ed effettivamente basta osservare la politica della sola Amsterdam: Job Cohen, sindaco laburista dal 2001 al marzo 2010 – data in cui ha lasciato per presentarsi come candidato premier per il suo partito, il PvDa, alle elezioni di mercoledì scorso – nel 2006 ha negato la licenza a trenta bordelli ad Amsterdam, e la politica della città, dallo stesso periodo, ha puntato alla “riqualificazione” del quartiere rosso. Al grido di «vogliamo eliminare il crimine dal quartiere a luci rosse», Amsterdam ha investito sulla zona di De Wallen: pare che Charles Geerts, tra i più grandi proprietari di bordelli di Amsterdam, abbia venduto 17 proprietà per 25 milioni di euro, e che la metà sia andata alla municipalità. Lo scopo? Ridurre di un terzo le vetrine impiantando al loro posto gallerie d’arte o showroom. Alla fine del 2008 Cohen ha annunciato di voler chiudere la metà delle 400 vetrine della città per accertata collusione con la criminalità.

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