Tremonti e la Costituzione percepita

Il costituzionalista Michele Ainis si chiede sulla Stampa se il ministro sappia di cosa parla quando attacca l'articolo 41

Nei giorni scorsi il ministro Tremonti è tornato a dire in giro che la libertà d’impresa avrebbe bisogno di maggiori tutele perseguibili anche attraverso la modifica dell’articolo 41 della Costituzione. Le sue parole, già contestate negli stessi termini da altri, oggi suscitano la preoccupata meraviglia di un illustre costituzionalista, il professor Michele Ainis, che così ne scrive sulla Stampa, analizzando comma per comma il testo dell’articolo.

Primo comma: «L’iniziativa economica privata è libera». Dunque o stiamo consultando un testo apocrifo, oppure la libertà d’impresa ricade già fra i nostri valori collettivi. Che altro dovremmo aggiungerci per renderla più libera? Forse un termine di comparazione: libera come il vento, come un pesce, come il Popolo della libertà. Ma andiamo avanti, magari l’intralcio sbuca dal rigo successivo. Secondo comma: «Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». E che dovremmo dire? Che le imprese d’ora in poi saranno inutili o dannose? Che gli industriali devono esser liberi di brevettare giocattoli pericolosi, auto inquinanti, ecomostri, farmaci nocivi? Che possono trasformare le loro fabbriche in altrettanti lager?

Fin qui tutto a posto. È il terzo comma ad attirare le attenzioni di Tremonti: «La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali».

Perché no? Perché senza controlli ciascuno farebbe un po’ come gli pare, svuotando il secondo comma dell’art. 41. Altrimenti sarebbe come predicare la sicurezza sulle strade, licenziando al contempo tutti i vigili urbani. E perché se in tale norma s’individua viceversa la matrice delle leggi di piano, è bene ricordare che la prima e ultima legge di tal genere venne approvata nel 1967. Basta lasciare in sonno il terzo comma, dato che dorme da più di quarant’anni. A meno che il problema non siano i «fini sociali» dell’economia pubblica e privata. Si sa che il Pdl, quando sente menzionare Fini, fa un salto sulla sedia.

Non ci sono ragioni, secondo Ainis, per pensare di poter migliorare il testo costituzionale correggendo l’articolo 41. Anche perché da tempo ha perso il valore che gli era stato affidato dai costituenti ed è diventato “un alibi, uno schermo”, che “serve a scaricare sulla Costituzione l’impotenza dei politici a inaugurare una stagione di riforme liberali”. Il fatto che non parli di libera concorrenza non implica certo che questo non sia un principio della Costituzione e e della libertà d’impresa.

Sarebbe forse incostituzionale l’Antitrust (per chiamarla col suo nome di battesimo: Autorità garante della concorrenza e del mercato), che bene o male funziona dal 1990? Non c’è forse l’art. 117 della Costituzione, che assegna alla legislazione dello Stato la «tutela della concorrenza»? Non c’è un fiume di norme europee – recepite nel nostro ordinamento – che a loro volta proteggono il libero mercato? Altrimenti non si capirebbe perché mai nella giurisprudenza costituzionale la «tutela della concorrenza» figuri in 131 decisioni, il «libero mercato» in 44, la «libertà di iniziativa economica privata» in 81, e via elencando.

Ma dopotutto non è questo ciò che importa. In Italia non conta la Costituzione scritta, conta quella immaginata. Occorre un bel po’ di fantasia, però i nostri politici ne hanno la bisaccia piena. Come diceva Giambattista Vico, la fantasia tanto più è robusta quanto più è debole il raziocinio.