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  • giovedì 27 Maggio 2010

Colombia, come si chiude l’era Uribe

Lascia un Paese più sicuro e più ricco, ma anche più corrotto e socialmente spaccato

Ha salvato la Colombia dalla violenza delle Farc, ma non ha saputo avviare un vero cammino di pace sostenibile

di Elena Favilli

Domenica in Colombia si vota per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. L’attuale Presidente Alvaro Uribe è alla fine del suo secondo mandato e non potrà essere rieletto. I sondaggi al momento danno un testa a testa tra il candidato del Partito U al governo, Juan Manuel Santos,  e il candidato del Partito Verde, Antonio Mockus, vera rivelazione di quella che Semana ha definito la campagna elettorale sudamericana più emozionante dai tempi di Lula in Brasile.

Dopo otto anni di governo, Uribe lascia un Paese più sicuro e più ricco ma anche più corrotto e socialmente spaccato. Il mensile colombiano Gatopardo fa un bilancio del suo mandato e si domanda se la sua eredità politica possa davvero essere considerata sostenibile.

Uribe, politico d’esperienza che fu deputato, senatore e governatore di Antioquia è riuscito a entrare in sintonia con tutte quelle persone stremate dalla crudeltà dei guerriglieri delle FARC. Ha fatto propria la rabbia delle zone rurali del Paese che si erano sempre sentite abbandonate da una élite di governo cinica, superficiale e concentrata solo sulla capitale Bogotà.

La sua popolarità è altissima soprattutto nelle campagne:

“Ho pregato tanto e alla fine Dio mi ha ascoltato e ha mandato Uribe a salvarci”, dice un campesinos del Caribe colombiano che aveva perso tutto. Prima aveva subito le estorsioni dei guerriglieri, poi era stato espulso dalla sua terra dai paramilitari. Ora finalmente la sua zona è tornata tranquilla e può parlare senza più paura. La sua devozione per Alvaro Uribe è uguale a quella di molti altri milioni di colombiani, che nonostante gli scandali del suo governo gli assicurano ancora un 63% di popolarità. Le persone sentono che Uribe ha pacificato il Paese ed è risucito a portare la legalità fino ai confini più remoti del territorio nazionale, dove la democrazia colombiana era indietro di almeno un secolo.

Attento, quasi sempre vestito con poncho e sombrero, ogni sabato va a fare visita a qualche paese, quartiere o Consejo Comunitario. Sgrida i suoi ministri di fronte alla gente. Poi tutti iniziano a chiedergli favori per ore e ore, regolarmente trasmesse in televisione a tutto il Paese. Concede o si nega, spiega, dà mostra della sua capacità di ricordare anche i più piccoli dettagli. Snocciola cifre, nomi di fiumi, curve delle strade. Parla con un linguaggio semplice, pieno di diminutivi: “La tierrita”, dice. Non gli piace quando invocano diritti e li esigono. Pragmatico, collerico, teatrale nelle sue piccole invettive sempre calcolate, Uribe ha fatto capire alle persone che possono contare su di lui come su un padre, uno a cui importa davvero di loro. Ma, soprattutto, uno che comanda.

La sua politica decisa è riuscita a piegare le Farc come nessuno aveva fatto prima: in sette anni gli uomini appartenenti al gruppo armato sono stati dimezzati; gli attacchi alle infrastrutture sono passati da 917 a 153; i sequestri ridotti a un settimo. E il 2 luglio del 2008 è arrivato il colpo più atteso: l’Operación Jaque che portò alla liberazione di Íngrid Betancourt e di altri 14 ostaggi.

Da Paese rassegnato e convivere con la violenza, in cui ogni giorno le persone temevano che un proprio familiare potesse essere preso in ostaggio per strada o che qualche paramilitare potesse prendere di mira la propria fattoria o la propria figlia, la Colombia ha iniziato a sentirsi più sicura, capace di immaginare un futuro diverso. E con la sicurezza sotto controllo, anche l’economia ha iniziato a riprendersi: finanziamenti alle grandi imprese per venti anni, eliminazione delle tasse sui profitti delle imprese straniere e finanziamenti all’industria agricola e al turismo. Gli investimenti stranieri sono passati dai 2 miliardi di dollari del 2002 ai quasi 11 miliardi di dollari del 2008; il prodotto interno lordo ha iniziato a crescere con decisione per raggiungere il record di +7,55% nel 2007; e l’aumento del prezzo del petrolio ha triplicato le esportazioni con guadagni che sono passati da cinque a quindici miliardi di dollari all’anno.

Nonostante la ripresa economica, però, la Colombia continua a essere una nazione con profonde disuaguaglianze sociali. Quando divenne Presidente, Uribe si trovò a capo di un Paese in cui più della metà della popolazione viveva sotto la soglia della povertà, con una situazione che peggiorava man mano che ci si avvicinava alle campagne. La politica del governo non ha cambiato molto questa situazione e ancora oggi il 71% dei colombiani sono poveri o comunque vivono appena al di sopra della soglia minima di povertà. Le politiche macroeconomiche del governo hanno favorito la ripresa ma non sono riuscite a creare occupazione né a distribuire in modo equo la ricchezza prodotta e oggi la Colombia è uno dei Paesi in cui la disugaglianza sociale è tra le più alte al mondo.

Di fronte a queste politiche economiche che hanno portato concentrazione della ricchezza e della proprietà terriera, povertà diffusa e disoccupazione, è importante domandarsi se queste siano davvero le basi su cui costruire, dopo aver vinto la guerra contro le FARC, lo sviluppo della nazione.

E poi c’è il problema della corruzione, diffusissima in tutto il Paese perché parte costitutiva dell’accezione di governo di Uribe.

Perché Uribe ha messo tanti uomini connessi al paramilitarismo tra le più alte cariche dello Stato? Perché ha lottato a morte contro la Corte Suprema de Justicia quando ha iniziato a investigare su alcuni politici a lui vicini? Perché non ha mai rifiutato l’appoggio di partiti i cui leader stavano subendo processi per paramilitarismo e ha addirittura cercato di affossare una legge che cercava di punirli lasciandoli fuori dal Congresso? Le risposte possono essere molte e probabilmente non si sapranno per molti anni. L’essenziale è che queste scelte del governo hanno impedito che ci si potesse liberare definitivamente dall’influenza politica illegitima del paramilitarismo e dei suoi eredi. Gli stessi che in passato si sono adoperati per vincere le elezioni locali con denaro sporco e armi.

Una politica che dovrà cambiare per forza secondo Gatopardo, se non si vuole rischiare di tornare alla situazione di partenza:

Ma come si può sfruttare questa diminuzione della violenza se non si può contare su istituzioni regionali e locali trasparenti, capaci di prendersi in carico la responsabilità della ricostruzione? La lotta contro i gruppi armati illegali non può contare solo sulla forza di un Presidente carismatico che dà ordini a destra e a sinistra contando su una rete di informatori pagati. Deve piuttosto poter contare su un tessuto cittadino più forte che esiga i suoi diritti e abbia a disposizione delle autorità che lo rappresentano in modo trasparente. È questo il grande vuoto lasciato da Uribe.

Non a caso Antonio Mockus, l’avversario più temuto dal partito di Uribe per le prossime presidenziali, ha puntato tutta la sua campagna elettorale sul tema della legalità, ripetendo che la lotta contro le FARC può essere davvero vinta solo se combattuta entro i confini della democrazia legalitaria, e senza scorciatoie.

Il Presidente Uribe ha salvato la Colombia da un abisso di disperazione, però non ha saputo avviare il Paese verso un vero cammino di pace sostenibile. Ha impedito che lo Stato soccombesse, ma ha minato la forza delle istituzioni democratiche sopravvissute nonostante la violenza dell’ultimo quarto di secolo. È stato un politico che non ha creduto nelle soluzioni politiche ma in quelle militari e che è riuscito a entrare in connessione con il popolo più di qualunque altro nella storia ma non ha saputo dargli realmente una migliore qualità della vita.

Per ottenere una pace duratura, il prossimo governo dovrà ripartire la terra e la ricchezza che si è concentrata nelle mani di pochi. Dovrà costruire strade, impedire l’ascesa dei politici corrotti e rendere più eque le regole di accesso alla politica. Dovrà debilitare il narcotraffico con forza e immaginazione, rivitalizzando tutti i meccanismi istituzionali. Soprattutto, dovrà costruire una vera democrazia: che in Colombia non si è ancora vista funzionare come dovrebbe.