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  • mercoledì 19 Maggio 2010

“Quante scarpe ha il papa?”

Un libro dedicato all'abbigliamento dei papi, e il capitolo su Benedetto XVI

Dal momento in cui è giunto sul soglio pontificio, è stato chiaro che Benedetto XVI avrebbe cambiato le carte in tavola nel vestiario papale, proponendo un agguerrito mix di iperclassico e moderno

In un periodo in cui si discute – ancora – della necessità di un ritorno ad altre sobrietà e ad altre morigeratezze da parte della Chiesa, esce un libro dedicato a un tema solitamente trascurato: la frivolezza dei costumi pontifici, in senso letterale. Lo ha scritto Luca Scarlini e si chiama “Sacre sfilate” (Guanda) per spiegare – l’abito fa il monaco – il rapporto tra i pontefici e il loro aspetto pubblico, ciò di cui sono vestiti nella storia. Questo è il capitolo dedicato al presente papa, Benedetto XVI.

Dal momento in cui è giunto sul soglio pontificio, è stato chiaro che Benedetto XVI avrebbe cambiato le carte in tavola nel vestiario papale, proponendo un agguerrito mix di iperclassico e moderno, tra il recupero del camauro, già rivisitato da Giovanni XXIII, e i celeberrimi mocassini rosso fuoco di Prada, su cui i giornali (soprattutto, come regola, quelli italiani) hanno scritto moltissimo, per poi scoprire che in realtà si tratterebbe di un oggetto non di serie, ma d’artigianato. La vicenda è giunta al punto che l’«Osservatore romano» si è sentito in dovere di spiegare come in realtà la semplicità sia l’unica musa del nostro, anche se è curioso che tanto illustre organo di stampa dedichi molto spazio all’argomento fashion.1 Addirittura c’è chi ha messo in evidenza un richiamo al martirio nel colore favorito per le scarpe dal vicario di Cristo in terra, a quanto pare in realtà opera di Adriano Stefanelli, calzolaio novarese, che ha tra i propri clienti Ber- lusconi e Bush. In ogni caso, bizzarramente, l’azienda milanese ha rilasciato dichiarazioni in merito ringraziando per l’augusta scelta e le sbarazzine calzature restano comunque per l’opinione pubblica legate alla celebre griffe. L’arrivo di papa Benedetto ha tra l’altro scalzato, in una lotta tra sartorie religiose degna di un giallo, quella che per quasi un secolo aveva fornito gli accessori per la consueta immagine papale: la ditta Annibale Gammarelli, che continua comunque a fregiarsi del titolo di « pontificia», servendo santità di ogni taglia del 1793. Per marcare una forte discontinuità, l’augusto ha preferito rivolgersi alla piu` moderna struttura Euroclero, vicina ai colonnati di San Pietro, un’impresa gestita dalla famiglia Cattaneo (Alessandro, il titolare, con i figli Cristina, Francesco e Roberto), che vanta una strategica sede di fronte alla Congregazione del Sant’Uffizio, di cui il nostro è stato commissario per venticinque anni. Città del Vaticano importa beni di lusso di ogni genere, come è noto, potendo contare su sostanziosi sgravi fiscali e gli abiti vanno di pari passo con lo spumante (quarantotto tonnellate, per novecentoventuno abitanti).

Dopo un esordio pubblico infelice come capo della cristianità, con una veste corta in modo eccessivo (che alcuni maligni anticlericali hanno voluto apparentare a un provocante baby doll), lo stile è cambiato rapidamente. Da questa trascuratezza alla perfezione del look il passo è stato brevissimo e i coordinati sono oggi sempre piu` avventurosi. A stabilire un nuovo corso decisamente sotto il segno della griffe, egli ha provveduto durante una visita ai francescani, quando aveva ricevuto un lussuoso completo di Gattinoni: due casule, due camici, una stola e una mitra in fiammante velluto rosso con finiture d’oro. Lo stilista che li firma è Guillermo Mariotto, con una sua piccola notorietà televisiva come giurato del popolare programma Ballando sotto le stelle, specializzato in vaporosa alta moda femminile dai colori pastello o dai disegni di stelle. Tra le sue clienti, Edwige Fenech e Irene Pivetti; a lui si deve peraltro l’abito nuziale di Ela Weber. D’altro canto, lo chicchissimo ritorno alla messa in latino, che mette in discussione gli esiti del Concilio Vaticano II, di pari passo con la revoca della scomunica dei lefebvriani della Fraternità San Pio X, si accompagna perfettamente a una sfilata di immagini fashion che sconfessano, anche per i piu` affiliati, le prediche anticonsumistiche di cui il santo soglio ci gratifica a giorni alterni, quando non è impegnato nella difesa a oltranza della vita in ogni suo aspetto.

Le uscite fuori porta introducono anche un drastico rinnovamento degli accessori, portando in evidenza un berretto da baseball bianco, con una giacca a vento abbagliante, in occasione di escursioni montane nell’amata Val d’Aosta, quasi a rilevare l’unico trait d’union rimasto con gli abbigliamenti di Giovanni Paolo I. Gli occhiali da vista sono degli eleganti Cartier demi-lune modello Santos, mentre quelli da sole sono stati avvistati per la prima volta in occasione della visita al Quirinale, sotto forma di un aggressivo paio di Serengeti, sponsorizzati da Val Kilmer e poi da Alain Prost. Tanto sforzo ha fatto sì che la prestigiosa rivista «Esquire» abbia nominato Benedetto XVI nella lista degli uomini più eleganti dell’anno, per la soddisfazione dell’interessato. D’altro canto da qualche anno si era data una nuova direzione di immagine anche negli episcopati; il sediario pontificio Massimo Sansolini ha espresso parole di fuoco nel suo libro di memorie (l’immancabile Io sediario pontificio, Libreria Editrice Vaticana), dichiarando che con Paolo VI si era perduta la magia degli abiti e degli arredamenti papali, passando dal rosso porpora al beige e grigio. Nel 2001 era stata presentata la bella serie di ritratti fotografici di Marco Delogu intitolata Cardinali, in cui si raccontavano linee e immagini di una nuova epoca a partire dagli scatti in pompa magna o in ambito quotidiano di una serie di porporati.

Non stupisce che in un momento in cui emergono dichiarazioni sempre più misogine e omofobe del papato, le rampogne da parte gay o femminista sull’eccesso di stile del pontefice siano all’ordine del giorno e che basti dare un’occhiata in rete per vedere migliaia, se non milioni, di occorrenze sul tema. D’altro canto lo stesso augusto soggetto si industria a dare utili riferimenti storici, come quando spiegava nella sua prima messa l’origine del pallio. Così recita infatti l’omelia del 24 aprile 2005: «La lana d’agnello intende rappresentare la pecorella perduta o anche quella malata e quella debole, che il pastore mette sulle sue spalle e conduce alle acque della vita ». Com’è noto, maestro dell’attuale pontefice fu Romano Guardini, tra i maggiori teologi del Novecento, oppositore del regime nazista, il quale, anche per ovvi motivi storici, fu sempre propugnatore di una liturgia essenziale. Il teologo Juan Manuel de Prada, innescando involontariamente con il suo cognome una serie verti-ginosa di cortocircuiti, torna sull’annosa querelle delle scarpe, affermando infine che il pontefice veste solo «Cristo», anche  nelle clamorose calzature, che dichiarerebbero un legame forte con il culto dei martiri, con la volontà di celebrare la liturgia in modo che essa sia a tutti comprensibile tramite chiari segni da indossare.

D’altra parte, caso unico finora tra i pontefici presi in esame, Benedetto XVI ha lasciato una sua precisa casistica sul ruolo del fascino nella vita nel Discorso sulla Bellezza tenuto a Rimini al Meeting dell’Amicizia nel 2002. Le argomentazioni sono chiare, perentorie, perfino drastiche: «Io ho spesso già affermato essere mia convinzione che la vera apologia della fede cristiana, la dimostrazione più convincente della sua verità , contro ogni negazione sono i santi e dall’altro la bellezza che la fede ha generato», in un tripudio di sante figure dall’abbagliante carisma e glamour.

Qualunque sia il motivo, ovviamente sempre ad maiorem gloriam Dei come è nella tradizione vaticana, non stupisce che nel mondo ecclesiastico la moda diventi comunque un tema ricorrente. Nel 2006 ad Alta Moda Roma ha infatti sfilato la creazione (pantaloni e camicetta) di suor Elena Calascibetta, allieva della scuola Ida Ferri. La religiosa, giuliva, è stata immortalata in passerella, e non si tratta della prima suora ad avere tentato questa strada, dato che si registrava anche il precedente di sorella Nebiat, mentre da poco si è svolta a Varsavia una vera e propria sfilata ecclesiastica organizzata da un agguerrito sacerdote, in collaborazione con varie case di moda polacche. In un certo senso, la moda sembra risolvere il problema, che perdura da molto tempo, della relazione tra il sacro e l’arte; a fianco di moltissime manifestazioni ultraortodosse, con opere spesso di basso interesse estetico (come l’annuale mostra al santuario della Madonna di Pompei), la produzione contemporanea si occupa di fede in termini meno prevedibili e piu` urticanti. Ben lo spiega la collezione di Carlo Catellani,6 conservata vicino a Modena e dedicata appunto all’esplorazione del sacro nel presente delle forme. Una sequenza di immagini che svelano, in chiave diversissima, una medesima origine nella riflessione sulla sacralità, in tutti i suoi aspetti, un filo rosso che collega non poca della creazione artistica degli ultimi decenni, secondo trame che spesso sono ancora inesplorate. In una sequenza rapida sfilano a fianco dei violentissimi tableaux di Herman Nitsch, con paramenti e vesti imbevuti di sangue di animali, alle provocazioni di Luigi Ontani, che si propone ammiccando con la corona di spine di fronte a un santino. I simboli delle varie fedi si prestano alle più diverse interpretazioni, tra donne incinte sulla croce e immagini sovraccariche di ossessive devozioni contemporanee (come nell’iperbarocco film messicano Battaglia nel cielo di Carlos Reygadas, 2005), tra ortodossia e sberleffo. In chiave di parodia è anche una delle creazioni piu` note degli ultimi anni a livello mediatico: la celebre scultura di Giovanni Paolo I colpito da un meteorite di Maurizio Cattelan. Eppure ci sono tentativi di apertura anche da parte vaticana, come è accaduto recentemente con la commissione, nel 2007, del nuovo Lezionario domenicale e festivo. Però , fatta salva la collaborazione di cui si è detto fra Giovanni XXIII e Giacomo Manzù , non si è dato un caso rilevante di collaborazione tra artisti e pontefici. Perfino horror risulta infatti il ritratto ligneo di Paolo VI ad opera di Floriano Bodini, che ha non poche somiglianze con l’immagine classica di Nosferatu, e questo pontefice ha scarsa fortuna anche nelle versioni di Dina Bellotti e Alvaro Delgado (migliore senz’altro la tela del suo amico pittore Aldo Carpi, che tenne fino alla morte accanto a se ́). Poco efficaci sono anche le immagini firmate da Mario Russo e Natalie Tsarkova (inclusa una impressionante serie di quattro schizzi di Giovanni Paolo II sul letto di morte, dal lugubre impatto).Come nella fantasia di un salace romanziere antiecclesiastico, la banda delle guardie svizzere, che mantengono un costume da fare invidia ai rossi mocassini papali, mentre accoglie i primi soldati coloured (il primo, Dhani Bachmann, di origine indiana, ha prestato giuramento nel 1992), esegue a fianco del tradizionale inno svizzero I will survive.

Se per ipotesi una nuova sacra famiglia oggi si presentasse a reclamare attenzione, forse non avrebbe chance se non indossando gli abiti giusti, le scarpe perfette, le sete più incredibili, i vestiti più firmati. Forse ancora oggi solo gli animali, generosi testimoni senza remore del cambiamento epocale della Storia, sarebbero disponibili senza ma e senza perche ́ a dare calore e protezione al bambinello, malgrado tutte le note parole sull’uguaglianza di tutti di fronte all’assoluto, se la creatura non avesse tutte le carte in regola (compresa una tutina firmata delle migliori marche e accessori che facciano rigorosamente pendant). Il potere ecclesiastico vive in sostanza di simboli che non sono solo costruiti di tela e colore, o di marmo e stucco, ma anche di stoffe elaborate, barocche, cariche di immagini che allo stesso tempo sono ovviamente ricami, opera di alto artigianato o di grandi artisti. I tessuti recano un vero e proprio catalogo di figure basilari: croci, fiori, colombe e altri simboli della passione, che vanno a costituire un lessico che tutti riconoscono al primo colpo, senza possibilità di errore, anche se non hanno legami di appartenenza con esso, o non ne sanno decifrare con esattezza il senso. Nei secoli, l’eleganza sul trono di Pietro ha infatti sempre fornito la più chiara testimonianza di un’altra dimensione, di vibrazioni provenienti da sfere diverse, lontane dal quotidiano. Essa, tra fumi di incenso e salmodie ritmate secondo i diversi stili musicali, riesce sempre a comunicare con la quotidianità proprio per tramite di gesti e vesti, preghiere tessute e ordini divini ricamati che hanno scandito la vita d’Occidente nei secoli. Questo è poi ancora più forte in Italia, il paese che al santo soglio lega inestricabilmente la propria esistenza, nei principali snodi delle sue cronache, che per secoli hanno visto il papato protagonista. D’altro canto già i Re Magi, che provenivano da lontane regioni e da remote culture, svelavano nella loro apparizione improvvisa, guidata dalla magica stella, un paradigma che è stato destinato a rimanere intatto: quello per cui bellezza e sacralità vanno quasi sempre di pari passo. Gaspar, Melchior e Balthasar (in questa grafia, o nelle moltissime altre che i diversi popoli hanno tramandato nelle iscrizioni) sono di fatto il modello dei dignitari e dei pontefici, al punto che viene da pensare che i loro berretti frigi siano stati reinterpretati nei numerosi copricapi che scandiscono i cerimoniali vaticani. I loro poteri, che fossero o meno discepoli di Zarathustra e avessero effettivamente dimora sul Monte Vittoriale, luogo dedicato al culto del fuoco, si davano proprio, secondo la concezione orientale, anche nelle vesti preziose. Un lampo accecante nelle strade di Betlemme, una presenza da cui era impossibile distogliere lo sguardo mentre si era di fronte alla creatura e ai suoi genitori, che vivevano quella presenza come una seconda annunciazione di gruppo.

Il fasto, in sostanza, è come sempre lo strumento di controllo più perfetto e pervasivo. Lo svolazzare di una tonaca, con sopra preziosi drappeggi, è il momento più ovvio, e per questo cosı` raramente analizzato, di un sistema di gestione della realtà che passa da un guardaroba simbolico, così presente da non essere più notato, e che pure resta impresso nella retina come segno indispensabile di una visione: prendere o lasciare.