Contro i libri (e in difesa dei libri)

Giuliano Ferrara contro il cliché che vuole i libri belli e buoni per definizione: "guardate le classifiche"

Da quanto tempo non esce più un libro a sorpresa?

Nel suo editoriale sul Foglio del lunedì Giuliano Ferrara smonta il luogo comune che vuole i libri belli e speciali in quanto tali.

Il libro come idolo della cultura celebrativa e come bandiera di buona coscienza in chi legge e in chi non legge mi sembra la più volgaruccia tra le creature con le quali abbiamo a che fare nel vasto mondo. Se analizzate con scrupolo, le classifiche di vendita danno risultati disarmanti: salvo eccezioni, vincono la gara del successo quasi sempre libri poco sorprendenti, messaggi scontati, opere che si conquistano il dominio commerciale con più o meno sottili persuasioni televisive, passaggi giornalistici. Da quanto tempo non esce più un libro a sorpresa? Un racconto o un saggio che impegni il forte e il duraturo che abita le testoline di uomini e donne occidentali?

Ricordo da ragazzo, cioè trent’anni fa, la presentazione a Roma di un libro di Michel Foucault: c’era qualcosa di nuovo, e Umberto Eco non pareva un celebrante del banale (era “Le parole e le cose”). Dall’infanzia mi perseguitano le discussioni su Vladimir Nabokov e la sua “Lolita”, un romanzo che non ho amato, quando più tardi l’ho letto, ma certo non era un remake o una metafora ovvia per giovani scrittori. Il Gattopardo era un’ossessione, come Zivago. Tutte a loro modo sorprese, incursioni significative. La verità, a me sembra, è che i libri sono troppi, sono troppi gli scrittori e le scrittrici, troppi i premi, troppi i festival, troppo compiaciuta la miscela di letteratura e politica, letteratura e civismo, letteratura e sociologia della crescita economica e sociale dell’occidente. Non è questione di industria culturale, siamo oltre il novecentismo e anche oltre il postmoderno. È questione di esagerazione, di accessibilità inaudita dell’edizione, di pigrizia e vanità. Siamo al solito rimescolio di mezzacalzettaggine alla portata di tutte le borse, ma su una scala inverosimile di possibilità estreme: tutti autori, tutti scrittori, tutti produttori di libri.

La generalizzazione sui “libri” in quanto tali è in effetti piuttosto priva di senso, ma non nasce oggi né riguarda solo i libri (si pensi ai “blog”). Il direttore del Foglio consiglia di darglielo, un senso, riducendo “l’aura” dei libri, che li rendono tentazione di troppi, anche di chi non ha niente di buono da mettere in un libro.

I buoni libri escono. Ma senza selezione, senza la decisione che discrimina e sceglie e rende raro, prezioso, ciò che oggi è diffuso, e a buon prezzo, fino alla noia, il libro dei nostri anni resterà consegnato nella bomboniera delle buone intenzioni realizzate, cioè in un luogo parecchio sordido. È un problema di etica della lingua, del pensiero e della sensibilità che sottopongo ai giovani giornalisti e a tutti coloro che hanno la tentazione del libro, come incitazione a non scrivere troppo, e agli utenti dell’auratico librarismo per tutte le borse che – anche loro – dovrebbero leggere meglio, e meno, meno ma meglio.