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  • Domenica 7 gennaio 2018

La più grande rivale di Erdoğan in Turchia

Meral Akşener ha 61 anni ed è una nazionalista di destra: ma una destra diversa da quella del presidente turco, che proverà a battere alle prossime elezioni

Meral Akşener (AP Photo)
Meral Akşener (AP Photo)

Lo scorso ottobre ad Ankara, la capitale della Turchia, veniva annunciata la nascita di un nuovo partito politico: l’İyi Parti, il Buon partito, di orientamento nazionalista, conservatore e laico. «La Turchia è sfinita, la nazione è sfinita, lo Stato è esausto. Non c’è altra via che il cambiamento», aveva detto dal palco la sua leader, Meral Akşener, una donna di 61 anni con alle spalle una grande esperienza politica e un incarico di ministro degli Interni.

Come il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, Akşener è di destra, ma una destra molto diversa da quella oggi al governo in Turchia: si oppone all’islamizzazione della Turchia e alle misure autoritarie e repressive adottate negli ultimi anni dai governi del Partito per la giustizia e lo sviluppo (noto con la sigla turca AKP), il partito del presidente. Akşener è stata una delle personalità più importanti del fronte del No al referendum sull’espansione dei poteri presidenziali che si è tenuto in Turchia ad aprile, vinto poi di poco da Erdoğan, e sembra essere l’avversaria politica di Erdoğan più forte e temibile, che punta a vincere le prossime elezioni presidenziali fissate in Turchia per novembre 2019, ma che potrebbero essere anticipate all’estate 2018.

Akşener ha una storia particolare. È nata in un piccolo paese nella Turchia occidentale da una dalle centinaia di migliaia di famiglie che nel 1923 furono coinvolte nel cosiddetto “scambio di popolazioni” tra Grecia e Turchia, che prevedeva che i cristiani dell’Anatolia fossero trasferiti in Grecia e i cittadini greci di fede islamica in Turchia. Negli anni successivi, ha raccontato lei stessa, riuscì a iscriversi all’università nonostante le risorse limitate: fece un dottorato in storia a Istanbul e poi cominciò a insegnare in diverse università turche. Entrò in politica nel 1994 con il Partito della retta via, oggi Partito democratico, nazionalista e conservatore. Fu ministra degli Interni tra il 1996 e il 1997 con il governo di Necmettin Erbakan, il quale poi fu costretto a dimettersi a causa di un colpo di stato dell’esercito.

Nel 2007 si unì al Partito del movimento nazionalista (MHP, la sigla in turco) – ultranazionalista, euroscettico, molto di destra – e divenne speaker del Parlamento, incarico che mantenne per otto anni. Lasciò l’MHP accusando il suo leader, Devlet Bahceli, di avere appoggiato il nuovo sistema presidenziale voluto da Erdoğan con il referendum di aprile, che secondo Akşener è criticabile per la mancanza dei cosiddetti pesi e contrappesi, i meccanismi politico-istituzionali che servono a mantenere l’equilibrio tra i vari poteri all’interno di uno stato.

Il discorso politico di Akşener si è sviluppato finora soprattutto in funzione anti-Erdoğan, e poco altro. Akşener ha promesso per esempio di ristabilire la libertà di espressione, limitata in maniera molto dura negli ultimi anni, di ritirare le misure che hanno permesso l’arresto di giornalisti turchi e la chiusura di decine di quotidiani, e di eliminare le novità introdotte alla Costituzione dal referendum di aprile, che ha rafforzato ancora di più i poteri di Erdoğan. Il suo manifesto politico però include anche altro: politiche molto dure contro il terrorismo, l’immigrazione e le influenze culturali provenienti dall’esterno, e più diritti alle donne.

Per ora le possibilità di Akşener di vincere le prossime elezioni non sono molte. Nonostante il risultato del referendum di aprile abbia mostrato un calo di consensi verso l’AKP, il partito di Erdoğan continua a essere molto popolare, soprattutto nelle zone rurali del paese. Oggi la Turchia è profondamente divisa ed è difficile immaginare grandi spostamenti di voti da uno schieramento all’altro. L’analista politico turco Kemal Can ha detto al New York Times che la maggior parte dei sondaggi realizzati finora mostrano che Akşener non è in grado di portare via una quantità significativa di voti dall’AKP: forse l’1 o il 2 per cento, che però potrebbero essere gli elettori delusi che avevano già votato No al referendum di aprile. Le possibilità di successo di Akşener dipenderanno anche dalla sua capacità di attirare altri voti non suoi in caso di ballottaggio con Erdoğan: quelli degli ultra-nazionalisti dell’MHP, il suo vecchio partito, quelli dei giovani e delle donne e quelli del Partito popolare repubblicano (CHP, la sigla in turco), il principale partito di opposizione, di orientamento kemalista e progressista. E nemmeno questo sarà facile da fare.