I referendum di Lombardia e Veneto possono finire come in Catalogna?

Si terranno il 22 ottobre e avranno obiettivi molto limitati rispetto a quello catalano: ma dopo ieri si comincerà a parlarne in un altro modo

Il prossimo 22 ottobre in Lombardia e Veneto ci sarà un referendum sull’autonomia. Sarà un referendum legale, realizzato d’accordo con lo Stato e allo scopo di chiedere maggiori poteri in un modo previsto dalla Costituzione italiana; dopo l’esito del referendum in Catalogna, però, in molti pensano che il voto in Lombardia e Veneto possa tornare a dare forza ai movimenti autonomisti e indipendentisti del nord Italia.

Per cosa si vota?
Nel referendum catalano, considerato illegale dalla Spagna, ai cittadini è stato chiesto se volevano l’indipendenza dalla Spagna. Quello in Lombardia e Veneto avrà uno scopo più limitato: verrà chiesto ai cittadini se vogliono che la giunta regionale faccia richiesta allo Stato per ottenere maggiore autonomia tramite una procedura prevista dalla Corte Costituzionale. L’esito del referendum non è vincolante e, sulla procedura di concessione di maggiore autonomia, l’ultima parola spetta allo Stato. Il quesito che sarà sottoposto al voto recita:

«Volete voi che la Regione Lombardia, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma della Costituzione?».«Volete voi che la Regione Lombardia, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma della Costituzione?».

In altre parole, il referendum serve a chiedere ai lombardi – e ai veneti, in Veneto – se vogliono che la loro giunta regionale invochi il terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione. È una fattispecie ben precisa, introdotta con la riforma della Costituzione del 2001, che permette alle regioni con un bilancio in equilibrio di chiedere allo Stato centrale di affidargli nuove competenze oltre a quelle che sono affidate a tutte le regioni a statuto ordinario dal famoso Titolo V della Costituzione. Non c’è bisogno di un referendum per farlo: dallo scorso luglio la regione Emilia-Romagna ha attivato le procedure previste dall’articolo 116 senza fare alcun referendum. I sostenitori del referendum dicono che un voto dei cittadini potrebbe dare maggior forza contrattuale alla regione che chiede autonomia. I critici obiettano che il referendum è soltanto un tentativo della Lega Nord – che governa entrambe le regioni – di farsi propaganda utilizzando il denaro di tutti i cittadini.

Può finire come in Catalogna?
Il referendum in Veneto e Lombardia è molto diverso da quello catalano: non riguarda l’indipendenza ma solo la possibilità di chiedere maggiore autonomia allo Stato, in un modo previsto dalla Costituzione. Ugualmente, dal punto di vista politico, potrebbe essere utilizzato dalle forze politiche più vicine all’indipendentismo come arma per chiedere ulteriori rivendicazioni. Il problema è che in Italia queste forze sono minoritarie e molto frammentate. Mentre in Catalogna è al potere un governo indipendentista sostenuto dalla maggioranza dei deputati eletti nel 2015, in Lombardia l’unica forza politica apertamente autonomista è la Lega Nord – e governa in coalizione con Forza Italia, che sul tema è molto più tiepida.

Inoltre, gli stessi leghisti sono divisi. I presidenti di regione, Roberto Maroni in Lombardia e Luca Zaia in Veneto, insieme alla vecchia leadership del partito ritengono che l’autonomia sia una delle principali battaglie tra quelle che la Lega deve combattere. Il segretario federale Matteo Salvini, invece, punta a trasformare la Lega in un partito di destra radicale nazionale, come il Front National francese, slegato dalle questioni identitarie territoriali. Per farlo ha bisogno di abbandonare almeno in parte i vecchi slogan autonomisti e indipendentisti, che rischiano di bloccare al partito la crescita nel Centro e nel Sud. Alle primarie dello scorso maggio, Salvini è riuscito a imporre la sua linea facendosi rieleggere segretario. In questi giorni le sue dichiarazioni sul referendum catalano sono state poche e molto fredde. «Si può essere d’accordo o meno con un referendum convocato senza rispettare le regole», ha detto domenica durante il voto in Catalogna.