La politica che non è “uguale per tutti”

A volte la politica, che è di per sé faziosa, deve però assumere delle decisioni che siano il più possibile imparziali perché finalizzate al corretto funzionamento della Giustizia. Ciò accade quando la giunta del Senato o della Camera deve decidere ad esempio sull’autorizzazione a procedere all’applicazione di una misura cautelare di un suo membro.

Come è noto la Costituzione (art. 68) prevede che, quando un giudice chiede l’applicazione di una misura cautelare di un parlamentare, siano i componenti del Senato o della Camera a dover dare l’autorizzazione a procedere all’arresto. Un’autorizzazione che deve essere data o negata, non in base a simpatie politiche, ma solo dopo aver verificato la sussistenza del fumus persecutionis. Ovvero solo dopo aver verificato se la richiesta di quel giudice non si mossa da giustizia, ma dall’intento di perseguire quel dato politico per fini estranei alla giustizia.

Ebbene, le vicende recenti che hanno riguardato le autorizzazioni a procedere per l’onorevole Alfonso Papa, il senatore Alberto Tedesco e per l’onorevole Marco Milanese, svelano tutta la diseguaglianza di questa politica. Una politica che non è “uguale per tutti”. Papa, Tedesco e Milanese. Tre politici indagati. Tre inchieste che contengono contestazioni gravi. Tre richieste autorizzative, due alla Camera e una al Senato, per poter procedere all’applicazione della misura cautelare in carcere. Un solo accoglimento. Una sola persona in carcere: Papa, che ora è in una cella del carcere Poggioreale di Napoli, in attesa di giudizio. Chiaramente, il merito delle vicende non interessa, in quanto sarà un giudice ad accertarlo. Quel che conta ora è altro. Conta riflettere su una politica che non verifica solo il fumus persecutionis, come la Costituzione gli impone, ma che sceglie le persone da tutelare e quelle da sacrificare. Una scelta, e non un’obiettiva verifica, che è diseguaglianza.

E la dimostrazione di tale diseguaglianza è proprio nella scelta di chi sacrificare, ovvero di chi mettere in carcere. Il più debole dei tre. Alfonso Papa. Proprio quello su cui maggiormente vi erano dei sospetti circa la sussistenza del fumus persecutionis. Fumus che si palesa proprio nella richiesta di mettere Papa in carcere, e non agli arresti domiciliari, in considerazione della gravità dei reati contestati. Ma non solo. In base a ciò che emerge dalle contestazioni, il profitto dell’ipotetico reato che in ipotesi avrebbe acquisito Papa ammonta ad una decina di migliaia di euro, mentre, sempre leggendo le contestazioni, il profitto dei reati contestati sia a Tedesco che a Milanese, ove responsabili, sarebbe di gran lunga maggiore.

La sensazione che si ha è che mentre evidentemente Tedesco e Milanese hanno avuto la tutela di bravi “santi in paradiso”, Papa né era sprovvisto, o non ne aveva di quelli che servono. Ma perché, domanderete, non salvare anche Papa? Se la verifica del fumus persecutionis è ormai fuori moda, se la politica tende solo a conservare se stessa, perché mandare Papa in carcere? Perché era politicamente opportuno. Perché si doveva in qualche modo soddisfare la rabbia dei cittadini che giustamente erano scandalizzati e chiedevano “giustizia”. Così, grazie al pregevole intervento della Lega Nord, si è operata una scelta, che nulla a che vedere sulla sussistenza o meno del fumus persecutionis. Tra i tre, tra Papa, Tedesco e Milanese, si è scelto di colpire il meno pericoloso per la politica. Ecco la diseguale politica, ecco la politica che non è “uguale per tutti” e che cerca di tutelare se stessa, i suoi interessi, in barba alla Costituzione.