Il giorno dopo

Leggo molto nervosismo nel fronte governativo, paragonabile a quello con cui è stata vissuta tutta questa campagna referendaria. Che per alcuni sembra non voler finire, nonostante l’esito inequivocabile. Continuate così, fatevi del male.

Nessun dubbio circa l’operazione condotta magistralmente per far vincere gli altri. Nessun ripensamento. Solo attacchi agli ‘altri’, definiti ininfluenti e però decisivi per far perdere il loro leader: che pare invece sia stato bravissimo a contribuire alla propria clamorosa sconfitta. Senza ascoltare nessuno che gli consigliava diversamente. No, ora è colpa di chi gli consigliava di fare diversamente, non sua.

Ora si rimprovera l’Italicum agli altri, come se l’avessero votato gli alieni. Dice che si fa fatica a rifare una legge elettorale, infatti sarebbe la prima legislatura a dover fare due leggi elettorali.

Ora ci si chiede come si possa fare un governo trovando una maggioranza in Parlamento, come se i due precedenti, fatti dalle stesse persone, non fossero la stessa, identica cosa. E come se la maggioranza non fosse la stessa, identica maggioranza. E come se chi si affaccia ora – Berlusconi, nel suo ricongiungimento familiare con Alfano e Verdini – non fosse al centro della strategia con cui si è avviato tutto quanto, con il patto del Nazareno, la mossa che tutti ritenevano geniale, con Berlusconi decaduto solo da qualche settimana. Il governo pensava di averlo liquidato con Mattarella, ma forse non era così liquidato. Se ci pensate Berlusconi dice: facciamo insieme la legge elettorale. Non è la stessa cosa di tre anni fa, ai tempi della «profonda sintonia»?

Ora si afferma che gli italiani abbiano votato no solo per andare contro al governo, mentre – se ci pensate – gli argomenti a favore del sì (soprattutto gli ultimi, autorevoli, da Prodi a Scalfari) erano proprio il rovescio: si votava sì per sostenere gli equilibri di governo, non sul merito della riforma. Ma in una notte tutti fingono che non sia stato così.

Se crediamo ai dati demoscopici, nel No sono paritarie le ragioni di merito rispetto a quelle politiche. E per il sì non è molto diverso. L’unica differenza è che per il No si sono espressi, praticamente in tutto il Paese, sei milioni di persone in più.

Nessuno si chiede perché con una ‘riforma’ inizialmente popolarissima e nonostante il dispiegamento di mezzi mai visto per sostenerla, i risultati siano questi.

Nessuno riflette sul proprio operato: leggo senatori che celebrano i cervelli in fuga all’estero, che hanno votato bene, mentre quelli rimasti in Italia sono cervelli evidentemente bacati. Leggo influencer far capire che i meridionali hanno votato male, mentre hanno votato male anche in Valle d’Aosta e in Friuli, ma non conta. Leggo quelli che paragonavano il referendum a Brexit parlare delle borse e poi non parlarne più perché non sono crollate, come forse si auguravano, in una strana inversione del concetto di gufi.

Leggo i giornali che hanno sposato il sì, negando qualsiasi rappresentanza ai No come il mio, continuare in una rappresentazione parziale, che non spiega le cose, o almeno ne spiega solo una parte.

Leggo tutti quanti cascare nella propria retorica, anche se la retorica si è dimostrata perdente.

Leggo chi dice che bisogna riunire il centrosinistra insultare nel tweet successivo quelli di sinistra con cui si dovrebbe riunire.

Secondo me prendete un bel respiro e riflettete. Senza acrimonia. Che non vi fa bene.

Poi tornate a insultare quelli come Civati, che tanto ci siamo abituati, tranquilli. E non perdiamo il nostro stile, nonostante le valanghe di sarcasmo e di cattiveria che ci avete sempre riservato.

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