Un po’ allegri bisogna stare
«La questione dell’umore con il quale prendere atto dello stato delle cose è tutt’altro che secondaria»
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Un intervento drastico e potente di Antonio Scurati su Repubblica ha dipinto questo bollente Ferragosto come un grande affresco obitoriale: vecchi europei dai corpi rugosi sdraiati sui lettini delle spiagge in rassegnata attesa dell’apocalisse climatica. Zero energia, zero speranze.
Scurati è odiato e deriso dalla destra frescona perché incarna, senza concedersi troppe sfumature, la gravitas dell’intellettuale impegnato. Che è l’esatto contrario di quella superficialità ostentata che è il vero punto di forza (e forse il vero vantaggio elettorale) di quella che definisco destra frescona perché i problemi li vede come un vizio caratteriale di chi li solleva, una scocciatura che ostacola il lieto corso della vita.
Menagramo, dunque, chi parla di emergenza climatica, perché «in estate ha sempre fatto caldo», come ebbe a dire il Salvini, che è un po’ il padre di tutte le puttanate (chiedo alla policy editoriale del Post di fare uno strappo per l’occasione); concetto che ho sentito ribadire, un paio di giorni fa, in un talk show del mattino rimasto acceso a mia insaputa mentre cucinavo i peperoni, da una giovane pasionaria leghista urlante, per giunta urlante un italiano piuttosto precario: d’estate fa caldo, smettetela di rompere. Appunto perché fa molto caldo, veniva da dirle, è meglio non gridare, signorina, che poi si suda. Gliel’ho anche detto, credo: sono uno di quelli che interloquiscono con il televisore.
Anche il Berlusconi degli anni ruggenti, quello “col sole in tasca”, non perdeva l’occasione per contrapporsi alla “sinistra triste”. La sinistra triste e mugugnante, quella che le fa male il mondo, la sinistra “I care”, mi importa, contro la destra “me ne frego”. Che poi, nel merito del clima, abbiano ragione i preoccupati, e torto marcio gli spensierati, è cosa che non sfiora i secondi: altrimenti, che fine farebbe la loro spensieratezza? E fino a qui, siamo nel repertorio più scontato.
Ma il pezzo di Scurati aveva una specie di finale a sorpresa. Una coda polemica contro Jovanotti e il suo tour estivo lungo le spiagge, giudicato irritante per la sua ostentata festosità. Che cosa c’è da festeggiare?, domanda implicitamente lo scrittore al cantante. Irritato, il primo, dall’allegria danzerina del secondo. Nemmeno troppo sottintesa l’accusa di ignorare l’infelicità del momento storico, che a parte le guerre (ciascuna con qualche probabilità di avere termine) propone una catastrofe non-stop, interminabile e irreversibile, quella dell’Antropocene che presenta il conto all’animale (noi) che gli ha dato il nome.
Non so se Jovanotti abbia letto Scurati, e che cosa ne pensi. Ma direi che l’antagonismo tra la severità del primo e la festosità del secondo sia un bel tema di discussione, che riassumerei così: come bisogna affrontare l’apocalisse prossima ventura, e più in generale, sperando che l’apocalisse possa essere rinviata almeno per una manciata di generazioni, come affrontare le cose che non vanno? Con quale postura, quale espressione facciale? Meglio di buon umore, con il rischio di sembrare un po’ scemi, o meglio accigliati, con il rischio di sembrare un po’ lugubri, e di versare sale sulle ferite?
La destra frescona, per sua fortuna, è esentata dalla domanda. In quanto negazionista non avrà tempo per farsi domanda alcuna, e arrostiranno e bolliranno, i fresconi e le frescone, o affogheranno nell’oceano in risalita fino ai loro paeselli, o saranno travolti e calpestati da sciami di africani in fuga dalla siccità e dalla fame, senza la scomodità di averlo messo nel conto. Già vedo la pronipote della giovane leghista del talk show, in una valle prealpina desertificata e percorsa da mandrie di cammelli selvatici, dire con l’ultimo fiato, a bassissima voce, che “d’estate ha sempre fatto caldo” nel momento stesso in cui le fiamme inceneriscono la “Sagra dell’anguria senza anguria” che la pro loco aveva comunque deciso, per fedeltà alle tradizioni, di organizzare.
Molto diverso è avere coscienza della questione, peraltro messa a fuoco (ops, metafora inopportuna) da decine di migliaia di studi scientifici: la Terra si sta scaldando, ben al di là delle consuete curvature statistiche del clima, in conseguenza delle attività umane. Qualcuno spera che formidabili innovazioni scientifiche, unite a improbabili politiche virtuose, possano rallentare la tendenza. Ma solo un mentitore (o un frescone) può fare finta che non sia così. Che il problema non sia questo, e proprio questo.
Lasciando i fresconi alla loro sorte, e rimanendo tra i coscienti (Lorenzo Cherubini certamente tra questi), la questione dell’umore con il quale prendere atto dello stato delle cose è tutt’altro che secondaria. È una questione politica di prima grandezza. Come si comunica un’allerta? Come si affronta un problema, come si definisce il proprio interesse per le cose del mondo (il famoso “impegno”) senza sembrare punitivi e penitenziali (pentitevi!), e al tempo stesso senza omettere di dire che il guaio è grosso? La severità, se non è savonaroliana, è sempre un buon antidoto alla svagatezza e al menefreghismo. Ma la famosa leggerezza, in privato e in pubblico, non leva niente alla serietà di fondo, e magari aiuta a farsi ascoltare.
Credo che la sinistra, tra i suoi tanti problemi, abbia anche quello del tono giusto. Non si può trascurare di dire come stanno le cose, soprattutto se le cose non stanno benissimo. Ma è il modo di dirlo che fa la differenza. Per esempio: sono convinto che l’elemento catastrofico e controproducente della mentalità woke sia (stata) la lagna come capoverso di ogni frase. La lagna come giaculatoria fissa. Serve, al contrario, vigore. Forza polemica e fermezza – la voce non deve tremare. E poi serve quella parola difficilissima eppure indispensabile: speranza, senza la quale la politica, semplicemente, non esiste.
Spero di non sembrarvi troppo salomonico se vi dico che mi tengo sia Scurati sia Jovanotti. Scurati per la lucidità polemica, mai lagnosa. Jovanotti per la speranza che incarna senza nemmeno farlo apposta, ce l’ha dentro lo sguardo. Spesso ci si nasce proprio, dentro il ruolo che la vita ci assegna.
Dall’intellettuale mi aspetto la profondità dell’analisi e la fermezza linguistica, dall’artista l’estro poetico. Senza il logos si diventa ignoranti, senza la danza si diventa tristi. Bisogna dire ai rassegnati stesi sui loro lettini balneari: alzatevi! Ché c’è molto da fare. E a quelli che ballano per dimenticare: fermatevi! E cercate di ragionare. Il danzatore sapiente è la figura mitologica che, potessi, mi piacerebbe inventare.
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Sia pure in un contesto elogiativo di quella formidabile invenzione che è la Riviera Romagnola, sapevo bene che il mio giudizio dubitativo sulle qualità della piadina mi sarebbe costato qualcosa. Anzi, parecchio.
“Da romagnolo quasi doc, trovo il suo quadro della Romagna accettabile e abbastanza veritiero, ma il paragrafo sulla piadina (“E perfino la piadina, che mi è sempre sembrata materiale fonoassorbente spacciato per commestibile, ennesimo geniale fake dei romagnoli, all’improvviso ti sembra buonissima. Con patate e salsiccia non è dietetica, ma in fondo anche la dieta è un vizio borghese”) è esageratamente di parte; va bene che la Romagna, suo malgrado, viene spesso associata al Salvini-Papeete, ma quest’ombra malevola e falsa è proprio esagerata.
1. La piadina è un pane non lievitato tramandato nel tempo e cultura di tutte le ‘azdore’ romagnole, ognuna con la propria variante familiare trasmessa da madre a figlia (quella di mia madre si è persa, non avendo avuto figlie, ma il nome e forse la ricetta è diventata famosa con “Loriana”). 2. Solo un piemontese, o forse un francese accostumato ai piatti con patate, può farcire una piadina con delle patate; un romagnolo non farebbe mai un obbrobrio di questo genere. Verifichi con il suo piadinaro che questa accozzaglia è solo per turisti occasionali!”.
Tiziano Tesselli
“Questa non gliela posso proprio perdonare. Da romagnola sua coetanea per me la piadina è una delle cose più buone che ci siano. Posso avere appena finito di mangiare che il profumo della piadina calda mi fa venire voglia di addentarla. Con due fette di buon prosciutto è il paradiso. Venga a Bertinoro (quando farà meno caldo) e si affacci al “balcone della Romagna” mangiando una bella piadina prodotta in loco: avrà davanti a sé tutta la pianura fino al mare”.
Paola Zaccarelli
Anche Marco Lanzoni e Anna Grosselli mi accusano (amichevolmente) di lesa piadina, e forse dimentico qualcuno, perché nella stracca inerzia del Ferragosto confesso di avere letto la posta con minore solerzia del solito. Per mia espiazione, prometto di non scrivere mai più mezza parola che non sia di elogio della piadina. Come spiega bene Tiziano, parlare male della piadina è come parlare male della mamma. E di mamma ce n’è una sola.
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Da giorni, qui nel selvaggio Appennino di Nord Ovest, si sente tuonare più a sud, verso la Liguria, e qualche rombo remoto arriva anche dalla Padania infocata. Ma ancora niente pioggia. Sono cadute, domenica pomeriggio, al massimo ventitré gocce venute da lontano, le ho contate. Tutto è riarso e sembra inerte, le more di rovo sono piccole e svuotate, l’uva fragola penzola al sole come se fosse già passita. Si guardano gli alberi, verdi come se niente fosse, invidiando la loro prodigiosa capacità di resistenza. Loro attingono la sopravvivenza dal buio profondo del sottosuolo.
Nel celeste slavato del cielo qualche segnale di vita. I gruccioni fanno casino come niente fosse, l’acrobatico gheppio cerca prede nei campi nemmeno più gialli, oramai grigi e scoloriti. Tre poiane razzolano come galline nell’erba medica appena tagliata, forse cercano qualche lucertola o un topino frastornato dall’afa.
Si aspetta. Non c’è altro da fare. Si aspetta e si scruta il cielo, proprio come gli antichi. Domani pare che rinfreschi un poco. Forse verrà la pioggia, ma per ridare un poco di vivacità ai fiumi bisognerà aspettare settembre, anche ottobre. Si prepara qualcosa per gli amici che arrivano a cena. Ho ritrovato in fondo a un cassetto gli ultimi zampironi, credevo di non averne più. L’odore dello zampirone, mischiato a quello dei gerani, mi ricorda l’infanzia come nient’altro. Quanto basta per tenere in alto i cuori.




