Servono armi d’istruzione di massa
«Pensare che al “popolo” spettino, quasi per natura, la bruttezza, il malanimo e il degrado, è un fondamento del pessimismo reazionario»

La canzone “Per sempre sì”, vincitrice del Festival di Sanremo del 2026, è veramente molto brutta. Lo è al netto della simpatia e della solidarietà che il suo interprete, Sal Da Vinci, suscita in chiunque non abbia il cuore di pietra, e dunque parteggi per chi fatica e si fa strada con le unghie e con i denti. Lo è al netto delle polemiche, non sempre interessanti e non sempre ben poste, sull’ideologia monogamica che la pervade (c’è chi nella vita ha un solo amore, e benedetto sia, chi ne ha mille, e benedetti siano).
Lo è indipendentemente dal suo anacronismo (che al primo ascolto fa pensare: ma in che secolo siamo?), perché ci sono cose anacronistiche che colpiscono proprio per l’intenzione di esserlo, per provocazione artistica o per l’irriducibilità dell’autore alle mode. Questa qui no, è anacronistica per trasparente goffaggine. Diciamo: per sordità ai tempi.
È proprio una canzone brutta, con una melodia decotta, un arrangiamento che anche Marcella Bella negli anni Settanta avrebbe rifiutato per la pacchianeria, un testo melenso, strappalacrime, melò nel senso denigratorio del termine. Perché dirlo?
Non certo per accanimento o per divertimento. Non perché sia necessario prendere posizione su “chi ha vinto Sanremo quest’anno” (tra un paio di mesi ce lo ricorderemo in pochi, per sapere chi ha vinto nel ’25 devo chiederlo a Siri). Ma perché il dibattito sulla cultura di massa sta diventando quasi un dovere civico, mano a mano che prende piede una specie di intimidazione morale secondo la quale giudicare brutte le cose brutte sarebbe un segno di classismo, di snobismo, di disprezzo per le masse, di puzza sotto il naso, eccetera.
È un meccanismo censorio e autocensorio molto diffuso, perché nessuno al mondo, a parte gli snob e i classisti, ama passare per snob e per classista. E va infranto ogni volta che se ne presenta l’occasione. Perché è vero il contrario: il vero atteggiamento classista è dare per scontato che “il popolo” – uso il termine nella sua gelatinosa vaghezza – sia quasi per natura destinatario del brutto, perché il bello, da che mondo è mondo, è privilegio delle élite.
La cosiddetta “elevazione del popolo”, nelle varie forme che ha assunto da quando pezzi delle classi dirigenti hanno deciso che valeva la pena occuparsene (negli ultimi due secoli, a voler essere generosi), è piena di difetti. Il paternalismo, il chinarsi un po’ peloso sugli umili un poco per lavarsi la coscienza, un poco per tenerli buoni. Ma ha anche un pregio fondamentale, che è porsi il problema dell’ignoranza, della mancanza di strumenti culturali, della bassa istruzione, infine anche del cattivo gusto, come se fosse una questione sociale di prima grandezza. Per dirla con il mio amico Michele M., copywriter e chef: «Servono armi d’istruzione di massa».
Non è un vezzo estetico, non si tratta di dare brioches a chi chiede il pane (a parte che il pane, spesso, è molto meglio delle brioches). È un fondamento dell’idea di progresso, ovvero di miglioramento della società; e allo stesso modo, specularmente, pensare che al “popolo” spettino, quasi per natura, la bruttezza, il malanimo e il degrado, è un fondamento del pessimismo reazionario.
Per giunta: proprio la cultura di massa, con tutti i suoi difetti di dozzinalità e ripetizione compulsiva di schemi e schemini “facili”, è di per sé una clamorosa smentita all’idea che quantità e qualità siano inconciliabili. La musica pop e il cinema grondano di cose belle, e anche bellissime, ascoltate e viste e amate da decine di milioni di persone; tanto quanto le porcherie o le sciocchezze, le cose belle navigano nell’oceano del consumo di massa senza che niente e nessuno le possa silurare e affondare.
E dunque, manifestare simpatia umana per la musica brutta (ai neomelodici aggiungo, di mio, il liscio) non solo è lecito, è anche gentile: a patto che si continui a definirla brutta. A dirlo, che è brutta. Serve a tenere accesa la speranza che il bello dilati la sua presenza, che contamini, suggerisca, cambi lo spirito degli esseri umani.
Bellezza, si sa, è un concetto molto relativo, e mutevole nel corso delle generazioni. Ma suvvia, che “Don Raffaè” sia meglio dei neomelodici, e che Murolo sia meglio di Sal Da Vinci, lo sa anche Sal Da Vinci. Lo sa al punto che la sua prossima canzone, vedrete, sarà molto meno brutta.
*****
Riportato alla luce dall’eccellente lavoro di Marco Bellocchio, il caso Tortora ancora parla, e ancora duole. Due settimane fa, a parte la mia ammirazione per Bellocchio, vi ho raccontato che, sulla base dei miei ricordi, sulle prime non mi fu così evidente, in quel lontano ’83 del secolo scorso, che si trattava di un abominevole errore, di quelli che seppelliscono da vivo un innocente. Ci ho messo un poco di tempo per arrivare a spendere, lungo gli anni, le dovute parole in difesa di Tortora, e l’ho fatto con la dovuta energia, e in molte occasioni – per quello che contano le parole di un giornalista: meno di quelle di un tribunale, per fortuna.
Ma mi sembra più interessante, piuttosto che vantarmi di una così modesta ragione acquisita, riflettere sulle circostanze che mi impedirono (e impedirono a tanti; non a tutti, ma a tanti) di fiutare immediatamente il più clamoroso falso giudiziario della storia repubblicana. Ora, per prima cosa, c’è spazio per qualcuna delle vostre mail. Poi avrò ancora qualcosa da aggiungere.
“No, l’Italia del 1983 non era così ‘abituata all’inverosimile’ da credere possibile una cosa palesemente ingiusta, assurda, quasi ridicola. Io sono ligure, e in famiglia si leggeva (mio padre lo fa ancora ogni giorno) Il Secolo XIX, che fu uno dei pochi quotidiani che strenuamente e da subito difesero quell’uomo portato via all’alba, in manette, sotto i flash dei reporter. Non ci credevamo, noi lettori, a quelle accuse, e non ci credevano molti altri italiani, non c’erano i social ma si parlava, ci si confrontava, un dibattito esisteva”
“Nessuno però diede risalto a queste voci solidali con Tortora e certo non lo fece per niente il giornale nel quale lei lavorava, non perché credesse veramente all’impianto delle accuse, no: lo fece per sciatteria, adeguandosi alla posizione dei media più allineati, lasciando che le cose facessero il loro corso. Enzo Tortora non era un compagno, l’Unità era concentrata su altro e del garantismo si occupavano solo quegli sfigati dei radicali di Pannella.
Serra, lei aveva 29 anni e certo non dettava la linea editoriale ma uno sforzo personale sarebbe stato in grado di farlo, se solo se ne fosse interessato, ma gli unici a sollevare dubbi, oltre al già detto Secolo XIX, furono Biagi e Montanelli, figuriamoci, due di destra. (Berlusconi sarebbe arrivato dopo parecchi anni, per farli diventare nostri santini nonostante il loro strenuo non allinearsi).
E poi, quel programma così piccolo borghese che metteva tutti davanti alla tivù, ma che fastidio, la sinistra preferiva manifestare contro le basi missilistiche piuttosto che contro una giustizia che serviva a regolare conti, distogliere l’attenzione da eventi ancora oggi misteriosi, acquisire posizioni di potere”.
Bruna Taravello
“Non ho mai creduto nemmeno un secondo alla colpevolezza di Tortora e questo non conta nulla. Ricordo, da lettore quotidiano di Repubblica ma anche di altri quotidiani, che Enzo Biagi fu l’unico, a mia conoscenza, a stare al fianco di Tortora e a non credere alle bestialità raccontate dal pentito”.
Vincenzo Pegurri
“Io, allora bambino, ricordo in effetti prevalente, attorno a me, il commento ‘se l’hanno arrestato, avrà pur fatto qualcosa’. Però vorrei ricordare che una voce dissenziente (e tonante) c’era: Marco Pannella. La mia era una famiglia cattolica e conservatrice (forse più la seconda che la prima) però, come sul divorzio e l’aborto e in tutte quelle che a suo tempo sembravano, se non altro, originalità, vi è sempre stato grande rispetto per le posizioni di ‘quel radicale’. E mio padre, una di quelle sere, sottolineò quindi quel fondato dubbio, se l’aveva sollevato Pannella”.
Matteo
“Non menzioni il ruolo che ebbero Pannella e il Partito Radicale nel riaprire subito le coscienze addormentate di tanti di noi, e poi nel portare avanti il caso a livello pubblico e istituzionale. Senza di loro chissà come sarebbe andata!”.
Giuseppe
“Montanelli, Biagi e Feltri non credettero da subito alle accuse contro Enzo Tortora. Nel corso della loro carriera, i magistrati inetti vennero promossi, d’accordo ovviamente il CSM, come se nulla avessero fatto”.
Luigi
“Io all’epoca di anni ne avevo 28. Non seppi che cosa pensare. Mi sembrava impossibile che Tortora fosse membro della camorra, ma pensavo fosse anche impossibile che la magistratura commettesse errori così marchiani. (Fra l’altro, da bravo simil intellettuale, non avevo nessuna simpatia per Tortora).
Una cosa mi colpì: vedere Tortora in manette. Che cosa si voleva evitare, che fuggisse? Che inquinasse le prove? Non bastava metterlo in galera prima del processo? Da quel momento la mia antipatia per la nostra magistratura cominciò a formarsi. Certo, con tutte le eccezioni che nel bene ricordo con piacere, ma che nel male non riesco ad accettare. Ora non sopporto personaggi come Piercamillo Davigo e sentirlo dire ‘Il sospetto è l’anticamera della verità’ è stato troppo”.
Sandro Sandri
Una sola, piccola puntualizzazione: Biagi non è mai stato di destra, era socialista. Socialista all’antica, nenniano, non craxiano. Lavorò comunque e sempre in perfetta autonomia, e fu effettivamente l’ottusa invadenza mediatica di Berlusconi a fare di lui e Montanelli, come scrive Bruna, due santini della sinistra. E ad ogni modo – per inquadrare storicamente i fatti a vantaggio dei lettori più giovani – Biagi e Montanelli erano già giornalisti, molto famosi e molto letti, quando io ero pischello.
Mi è sembrato comunque utile, forse necessario, fare un po’ di memoria sul me stesso ventenne, e su come la pensassi in materia di processi e casi giudiziari quando cominciavo a scrivere sui giornali. All’epoca il derby tra garantisti e giustizialisti non era così acceso, e neppure così messo a fuoco politicamente. Mani pulite ancora non era alle viste e direi neppure intuibile.
Ricordo però con una certa precisione (la opinabile precisione dei ricordi…) almeno due circostanze nelle quali presi posizioni che, con il senno di poi, direi garantiste. Anche se il garantismo, a ben vedere, non dovrebbe essere un’opinione: ma un punto fermo uguale per tutti, innocentisti o colpevolisti che siano.
Una di queste circostanze è il famoso “teorema Calogero”, dal nome del magistrato che nell’anno 1979 portò a processo, e prima lungamente in carcere, esponenti di Autonomia Operaia e dintorni – oggi si direbbe: di area antagonista –, il più noto dei quali era Toni Negri, con l’accusa di essere la “cupola” del terrorismo rosso. L’altra è la ricostruzione dell’omicidio Calabresi fatta dal pentito Leonardo Marino e presa per buona dalla procura di Milano, e siamo nel 1988.
La faccio breve, a costo di semplificare troppo. In entrambi i casi fui animosamente innocentista. E credo che in entrambi i casi abbia pesato, oltre alla discussione sui fatti, sul calibro delle prove e delle imputazioni, la lettura politica di quanto stava accadendo.
Le mie simpatie per l’estremismo di sinistra erano vicine allo zero (sono stato un berlingueriano precoce), ma in entrambi i procedimenti vedevo una lettura sommaria e vendicativa della allora recente storia italiana. Nel ’79 ero troppo giovane, ma nell’88 ebbi facoltà di scrivere quello che pensavo. E sarei reticente se non aggiungessi che influirono sicuramente sul mio giudizio la stima e l’amicizia per Adriano Sofri.
Se scrivo questo, come potete capire, non è come prova a discarico. Al contrario. Vuol dire che pur non essendo mai stato un manettaro, le manette a Tortora, sulle prime, mi scandalizzarono meno di quanto avrebbero dovuto. Forse perché Tortora “non era un compagno”, come scrive Bruna, e la sua trasmissione mi sembrava (e mi sembra anche adesso) esattamente come ce la restituisce la serie di Bellocchio: il ritratto di un’Italia mediocre e cialtrona, che non mi piaceva allora e ancora meno mi piace oggi.
Ebbi dunque bisogno, in quel lontano ’83, di attutire questo pregiudizio ostile, e di leggere quello che scrivevano persone più grandi di me, più esperte di me, per capire che cosa era davvero accaduto: il martirio di una persona del tutto estranea ai fatti. E ho avuto modo e tempo per rimediare a quella mia distrazione giovanile, così simile a un danno collaterale dell’ideologia. Se sono tornato sull’argomento a così tanta distanza dall’accaduto, credo dipenda dal fatto che vivendo, e scrivendo, forse si impara qualcosa di utile.
*****
Ci sono i treni, i gatti, le farfalle, i pesci, i fiori, gli alberi, l’erba, e ci sono perfino gli esseri umani, quelli vivi e quelli no. A meno che mi siano sfuggiti mancano solo i cani, poi c’è quasi tutto quello che mi piace. Il titolo del libro è semplice, crudo e bellissimo, L’amore da vecchia, e Vivian Lamarque scrive poesie luminose e stupite anche in vecchiaia, come ha sempre fatto.
Con una sbalorditiva capacità di arrivare al semplice, sempre, anche quando capisci che è partita (come fanno i poeti veri) dalla complicazione. Così è la poesia, no? Cercare di cogliere l’essenziale, isolarlo nella pagina.
Leggendo Lamarque ho pensato che mi dispiace avere letto, tutto sommato, poca poesia, comunque non quanta avrei voluto e dovuto. Della poesia scolastica ho soprattutto memoria ritmica, la marcia dei versi in rima, il suono più del significato.
Poi, da grande, Emily Dickinson, Sandro Penna, Szymborska, Esenin, Walt Whitman, Pasolini, Caproni, Pascoli, Giudici, Marcoaldi, chissà chi altro, ma già dall’ordine sparso si capisce che sono stati pezzi, letture casuali, quarti d’ora rubati al caos, mai un’immersione prolungata. Sono, quanto a poesia, prevalentemente un ignorante.
Beh, non si può fare tutto. Mi tengo Lamarque sul comodino, come si usa dire (in realtà: sul tavolo, sulla scrivania, sulle mensole sotto alle finestre, sul bancone della cucina, dovunque capiti di appoggiare le cose di casa). È domenica mattina e c’è un sole un po’ timido, ma promettente. Dopo i cardellini sono tornate – le ho appena viste – le ballerine bianche. Le gru, mi dicono, sono passate a mezzanotte, mentre dormivo. Pazienza, quest’anno è andata così.
È domenica mattina e ho ricevuto due telefonate, fino a qui, che mi hanno fatto contento. Una è dell’illustre Zeta, costituzionalista, l’altra è del mio vicino Esse, allevatore di mucche. Zeta aveva appena letto la mia Amaca su Trump e mi ha detto che se voglio capire come sia possibile uccidere nel nome di Dio, sentendosi autorizzati a farlo, bisogna leggere Bernardo di Chiaravalle (anche i cristiani hanno il loro jihad… vedi Trump con i pastori evangelici in cerchio che lo benedicono mentre bombarda).
Esse mi ha telefonato per tutt’altra ragione: non meno importante, io penso. Voleva dirmi che quest’anno ci sono parecchie violette bianche, nei boschi e attorno ai fossi, e si domandava se si tratta di una specie a sé o di un caso di albinismo della viola comune. Proprio così mi ha detto. Non ha internet e dunque confida in me e in Siri. Ho controllato subito, la violetta bianca è un caso recessivo della stessa specie. È rara, direi, quasi quanto il quadrifoglio.
Quanto a Bernardo di Chiaravalle, chissà se avrò modo di approfondire. Nel frattempo, alla luce delle due telefonate ricevute, quella del costituzionalista e quella dell’allevatore; e degli argomenti trattati; mi sono detto che sono un ragazzo fortunato. In alto i cuori.




