L’albero a cui tendiamo
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L’albero a cui tendiamo
Michele Serra
Martedì 26 maggio 2026

L’albero a cui tendiamo

«Ben prima di una cultura, cercare di dare un senso agli eventi, di metterli in ordine, di distinguere le cose giuste da quelle ingiuste, è l’istintiva reazione di chi non vuole farsi travolgere dalla piena della Storia»

I passaporti e gli oggetti di Andrej Mironov e Andrea Rocchelli, recuperati dopo la loro uccisione in Ucraina, maggio 2014 (EPA/POOL)
I passaporti e gli oggetti di Andrej Mironov e Andrea Rocchelli, recuperati dopo la loro uccisione in Ucraina, maggio 2014 (EPA/POOL)

Domenica mattina ero a Pavia, nella magnifica sede del Collegio Ghislieri, uno degli epicentri della lunga storia universitaria di quella antica città. Si intitolava un giardino – un giardino bellissimo, ombreggiato da alti tigli e da una magnolia secolare – ad Andrea Rocchelli, il giovane fotoreporter pavese morto nel 2014, nel Donbass, insieme a un collega russo, Andrej Mironov, per un colpo di mortaio ucraino. I due Andrea stavano documentando le sofferenze della popolazione civile (soprattutto i bambini) stretta tra i due fuochi, quello dei regolari ucraini e quello degli irregolari russi che si contendevano quei territori.

L’espressione carne da cannone risale alle guerre napoleoniche e si riferiva ai fanti d’assalto mandati allo sbaraglio. Ebbe il suo utilizzo più corrente, e più polemico, in quel cinico massacro che fu la Prima guerra mondiale. Oggi, sempre più spesso, la carne da cannone non indossa alcuna divisa, e non ha ricevuto alcuna chiamata alle armi. Sono i civili. Soprattutto quelli che hanno la sfortuna di vivere dove la guerra passa. E poi quelli venuti da fuori: i reporter, il personale medico, i soccorritori, gli osservatori neutrali che scelgono di andare nei luoghi di guerra per documentare, testimoniare, aiutare.

Gherardo Colombo, che era con me a Pavia, ha ricordato che i morti di Hiroshima, e tre giorni dopo i morti di Nagasaki, erano civili in purezza: l’intera popolazione di due città. La Seconda guerra mondiale ha portato a dimensioni mai viste la strage su larga scala, l’ecatombe indistinta, i popoli, non i militari, come bersaglio deliberato. Alla guerra non basta più la guerra degli eserciti. Ha reclutato tra i suoi ranghi l’umanità intera, gli inermi, gli indifesi, i vecchi, i bambini. Sarajevo, Srebrenica, l’Ucraina, Gaza: la guerra non accetta più spettatori. Siamo tutti arruolati.

Andrea aveva ripreso i fatti immediatamente precedenti la sua morte. La sequenza è stata ritrovata nella custodia della sua macchina fotografica. Da quegli scatti si provò a risalire al responsabile di quel tiro al reporter, lo si individuò in un militare della Guardia Nazionale ucraina, l’italo-ucraino Vitaly Markiv.

In un processo di primo grado a suo modo storico, nel 2019 a Pavia, si stabilì che la morte di Andrea e Andrej non era genericamente attribuibile “alla guerra”, ma aveva il suo colpevole artefice in Markiv, che fu condannato a 24 anni. In Appello, a Milano, Markiv venne poi assolto per insufficienza di prove, e la Cassazione ha confermato l’assoluzione. Le autorità ucraine hanno accolto con comprensibile soddisfazione la sentenza, per loro Markiv è un eroe di guerra. La guerra, si sa, non è mai un crimine in sé: conta da quale parte la guardi.

Ma non è di questo (non solo di questo) che vi voglio parlare, nemmeno degli strascichi e delle polemiche, dei ricorsi ulteriori a Corti internazionali, dell’ostinata serenità con la quale la famiglia di Andrea ne custodisce la memoria. Quello che pensavo, andando a Pavia, è come sia possibile credere che ci sia scampo a quella marea di violenza e ingiustizia che è la storia umana. Come sia possibile opporsi, resistere, contraddire la rassegnazione, l’assuefazione.

Cercare una verità condivisa, e responsabilità individuali certe: è come cercare, in un rogo immenso, il fiammifero che l’ha acceso. Mi sono venute in mente – e l’ho detto nel mio breve discorso – le immagini di quelle persone che si aggrappano a un albero per scampare a un’alluvione. L’onda irrompe, incontenibile, e sommerge uomini e cose. L’onda ha vinto, ha travolto tutto, ma tu vedi, nel marasma degli elementi, la figura sottile dello scampato che non vuole soccombere. Non vuole darla vinta all’alluvione.

Come si fa a chiedere “verità per Giulio Regeni”, “verità per Andy Rocchelli”? Paragonate quei due destini individuali, e il lutto dei loro familiari e dei loro amici, alla mole gigantesca degli interessi economici, delle convenienze politiche, dei compromessi tra gli Stati, dei silenzi opportuni, dei segreti bene accetti.

Aggiungeteci l’oblio, lo sfinimento, la confusione, il caos dei sentimenti che a un certo punto appesantiscono il cammino anche del più tenace dei cercatori di verità. Mettete a raffronto il concetto di “diritti della persona” e l’uragano della guerra o della violenza organizzata degli eserciti e degli Stati maggiori, al cospetto della quale le persone contano quanto i fili d’erba quando avanza il carro armato. Ci si sente impotenti, ci si sente illusi. Ci si sente in pochi, e circondati dalla pigrizia o dalla stanchezza di molti.

Ma allora perché ci siamo ritrovati in tanti, a Pavia, per ricordare Andy Rocchelli e dedicargli un giardino? E tra i tanti, quanti di noi tentati dall’idea che la ricerca della verità sia solo un’illusione?

Perché è un istinto. Ben prima di una cultura, cercare di dare un senso agli eventi, di metterli in ordine, di distinguere le cose giuste da quelle ingiuste, è l’istintiva reazione di chi non vuole farsi travolgere dalla piena della Storia. È un istinto di conservazione identico a quello della piccola figura travolta dalla piena che si aggrappa all’albero, sale su una roccia, cerca la salvezza. Nei casi migliori, quell’istinto riesce a organizzarsi, a diventare una cultura condivisa, una ragione in più per sentirsi comunità.

La magnolia del giardino di Andy Rocchelli è enorme, rigogliosa, e ha radici che affondano nel cuore della terra. A quell’albero ci si può aggrappare in tanti.

*****

Ho dato poco spazio alle vostre mail, ultimamente. Sappiate che le leggo tutte, ma proprio tutte. Riesco a rispondere quasi a tutte, privatamente. Ma considero un’omissione averne pubblicate poche, nelle ultime settimane. Per rimediare, mi sembra perfetta questa vigorosa e colorita invettiva generazionale di Alessandro, che ci riporta a uno dei temi “fondativi” di questa newsletter – che si chiama Ok Boomer! proprio per invitare i giovani, gli anziani e quelli di mezzo a vuotare il sacco. Tenetevi forte.

“Io sono un maledetto ibrido. Un 42enne, che se si definisse giovane verrebbe deriso malamente dai giovani veri, ma che assolutamente non può definirsi anziano. Sono di quelli insomma che al controllore del treno mostrano il Qr code del biglietto, deridendo i boomer che hanno il biglietto stampato e venendo deriso dai veri giovani che dicono due cifre in croce a voce.

Le mie pene e le mie sofferenze sono causate dai maledetti che vogliono sempre più accorciare l’età lavorativa mentre nel frattempo si allungano la vita. Ma forse proprio grazie alla Fornero, che ci ha sputato brutalmente in faccia la verità, oggi noi vie di mezzo (ma anche i giovani veri) abbiamo una consapevolezza diversa, che ci spinge verso i fondi pensione, che ci spinge a versare il TFR nei fondi di categoria, che ci spinge a investire il denaro anziché conservarlo ossessivamente per poi vederlo erodere dall’inflazione.

Ammetto (con dispiacere, davvero) di sviluppare un odio montante nei confronti dei 60/70enni che stanno andando in pensione oggi. Li vedo e li sento esultarmi in faccia: e vorrei dirgli quanto sono maledetti, quanto stanno rovinando non solo me, ma anche i loro figli e nipoti che dicono di amare così tanto. La pagherete, la pagheranno, anche loro. La mia auto-promessa è di andare in pensione mestamente, in silenzio. Spero di avere ancora la lucidità per mantenerla.

Io nasco e cresco in provincia di Torino (zona pinerolese) ma da anni frequento Torino centro (la mia compagna abita lì). In provincia i giovani sono abbastanza persi e dispersi. Si trovano nei bar, nei centri sportivi dove c’è il bar aperto fino a tardi; bighellonano per le piazze, per le strade con casse bluetooth che sparano musica trap e k-pop. In città sono negli spazi sociali, nelle piazze della movida, ma anche in molti circoli culturali attivi. È una gioventù, quella cittadina, che mi piace parecchio, la trovo estremamente produttiva e intelligente, aperta al futuro e all’europeismo più di quanto lo eravamo noi negli anni Novanta e primi Duemila.

I giovani frequentano gli eventi del Post, dove trovo un’età media decisamente bassa, fortunatamente. Frequento il teatro Stabile di Torino, e lì ci sono dei giovani (credo grazie ad abbonamenti super-ridotti con le scuole) che fanno da contraltare agli anziani. Anziani a teatro che purtroppo (sempre purtroppo) non sopporto più. Telefonini che squillano di continuo, svegliette pro-memoria per le pastiglie della pressione, retroilluminazioni del telefono, chiacchiericci continui e costanti a bassa voce.

Sono stufo di fare “shhh” rivolto alle file davanti o retrostanti. Voglio guardare e sentire gli spettacoli, non voglio fare da badante. Togliamo la tecnologia ai giovani? Ma togliamola ai vecchi per favore. Soprattutto a teatro. Scusa per le parole in libertà assoluta, uscite come mi sono salite”.
Alessandro

Beh Alessandro, mi sei piaciuto. Grazie. La descrizione degli anziani a teatro mi ha fatto anche ridere, e più in generale ho apprezzato assai la schiettezza liberatoria del tuo sfogo. Hai fatto bene a non attenuare («sopire, troncare», come diceva il conte zio, che peraltro era un vecchio), perché così com’è la tua lettera zampilla. Sono gli umori della vita. Mi sono fatto trascinare anche io, dalla prima all’ultima riga: maledetti settantenni! Poi mi è venuto in mente che sono uno di loro, ma si sa: nessuno è perfetto.

Posso solo aggiungere che per qualche minuto, leggendoti, ho avuto quarant’anni anche io. Come sempre, il dibattito è aperto. Non nuovo (ne abbiamo parlato parecchio), ma sempre coinvolgente. Il tema è: i vecchi impicciano? Hanno mangiato il mangiabile lasciando ai più giovani solo le briciole? Da arbitro quasi imparziale invito gli eventuali partecipanti a evitare i colpi bassi. Sono consentite le cuscinate e anche l’aperto dileggio. No armi da taglio, no pugni, no calci, astenersi fanatici. E comunque, come diceva Sergio Staino: chi si incazza è perduto.

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Mi perdonino i ciclofili, ma ho passato il pomeriggio di domenica, a Milano, a maledire il Giro d’Italia. Impeccabili vigili, opponendo anche agli automobilisti più esasperati un aplomb invidiabile, proteggevano le transenne che impedivano il transito in metà della città e suggerivano percorsi alternativi. Tipo: per arrivare a Milano Nord dovete passare dall’Austria (esagero. L’iperbole è una tentazione irresistibile).

Ci ho messo un’ora e mezza per raggiungere la mia casa, dalle parti di piazza della Repubblica, arrivando da Sud. Non ero di buon umore. Ho pensato che il bene pubblico merita qualche sacrificio individuale, ma ho anche pensato che il concetto di “bene pubblico” era equamente ripartito, domenica a Milano, tra gli amanti del Giro d’Italia e il resto della popolazione.

Nel mitico bar Gattullo, quello di Gaber e di Jannacci, dove mi sono fermato per ristorarmi, come i ciclisti, nel mezzo delle mie peregrinazioni, un barista cercava di dare indicazioni stradali a numerosi dispersi. Mi ha detto: secondo me il Giro d’Italia è anticostituzionale, dando finalmente spazio a un sorriso nel mezzo di un torvo malumore. Forse potrei chiederlo a Zagrebelsky: secondo te il Giro d’Italia che blocca Milano è anticostituzionale? Chissà se mi risponderebbe.

Anche per raggiungere gli studi di Che Tempo Che Fa, dove abbiamo ricordato Carlo Petrini non come gastronomo ma come leader politico (starebbe bene in mezzo ai contadini del Quarto Stato, in marcia verso l’avvenire), ho dovuto districarmi tra le ultime transenne: ed erano già le sette di sera. Maledizione.

Ora è lunedì mattina. Mattina presto. Tra poco farà caldo (un caldo precoce, già estivo) ma quassù nel selvaggio Nordovest, dove ho trovato riparo dopo un weekend urbano molto impegnativo, la temperatura è perfetta. Ideale. Ventidue gradi. Profumo di gelsomino (sprigiona i suoi aromi soprattutto all’alba e al tramonto) e di ginestra.

La ginestra, quando sembra sfiorire, ha un colpo di coda e sembra dire: non ho nessuna intenzione di rinunciare al mio momento di gloria, dunque vado avanti fino a che me lo posso permettere. Non teme una legge Fornero che le intimi di lasciare il posto alle essenze successive.

«I danni altrui commiserando, al cielo di dolcissimo odor mandi un profumo, che il deserto consola». Dubito che Leopardi, sebbene consolato dal profumo di ginestra, avrebbe aggiunto: “in alto i cuori”. Dunque, lo aggiungo io.