La violenza è perdente, oltre al resto
«Il solo fatto davvero rilevante, che lascia il segno, è quell’antichissimo strumento di creazione collettiva che si chiama: coscienza politica»
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“Le scrivo per esprimerle la mia posizione riguardo le proteste a Milano. Io faccio parte di questi adolescenti incazzati con il mondo, ho 17 anni e credo ancora, forse per via dell’illusione della gioventù, che le manifestazioni, i moti di protesta, possano effettivamente cambiare le cose. Ho visto gli scontri, ho osservato la distruzione delle strade, dei negozi, degli spazi pubblici, ma l’unica cosa che sono riuscito a provare è orgoglio. Sono orgoglioso dei miei coetanei che hanno deciso di lottare contro un sistema ingiusto e inadeguato ad affrontare le nuove e difficili sfide che l’innovazione tecnologica impone.
Dall’alto della mia incoscienza giovanile, credo fortemente nella violenza come strumento di lotta, come mezzo per farsi sentire; sono stati colpiti i simboli dei padroni, punti vendita di grandissime multinazionali che, sicuramente, avevano ricche assicurazioni, edifici pubblici simbolo della corruzione della classe politica attuale. La protesta è sempre stata violenta, e per quanto a volte non abbia portato a successi, penso sia l’unico modo per agire. Mi faccia sapere come la pensa, se sono riuscito a cambiare anche solo minimamente la posizione di uno dei giornalisti che apprezzo di più, grazie”.
Giacomo
Caro Giacomo, non si può dire che non vai dritto al punto. Sei a volto scoperto (hai firmato, educatamente, con nome e cognome, ma vista l’aria che tira preferisco mettere solo il tuo nome), e meriti una risposta a volto scoperto.
Rinuncio in partenza a ogni tiritera morale su un tema, quello della violenza, che pure ha enorme rilievo etico e politico: da sempre. Generazioni e generazioni prima della tua, e della mia, ci si sono rotte la testa – la metafora è in tema… – senza venirne a capo: forse perché la violenza è un materiale sociale onnipresente, sotto mille forme, e illudersi di esorcizzarla con le buone intenzioni è come voler spegnere il fuoco facendogli una ramanzina. Lasciamo perdere, dunque, le esortazioni disciplinari e il richiamo alle buone maniere, che quelli già li sappiamo, sia tu che io.
(Mi limito a segnalare che, specie in rapporto al tema della guerra e della pace, esiste anche un potente pensiero non violento. Aldo Capitini, Danilo Dolci, Gandhi, Martin Luther King, Bertrand Russell sono i primi nomi che mi vengono in mente. Tenerli presenti, male non fa).
Venendo ai tumulti milanesi (tumulto è una parola che amo molto, etimologicamente vuol dire “gonfiarsi, ribollire”, qualcosa che non riesce a contenersi. Dà un’impronta fisiologica, non ideologica, ai moti di piazza). Tu dici: era ora, è un segno di vita dopo troppo sonno, rivendico la vitalità dei miei coetanei che spaccano tutto, come se si destassero da un lungo letargo.
Capisco l’atteggiamento emotivo (il sentimento vitale del risveglio) e arrivo a cogliere perfino il brivido estetico dello scontro. Io sono uno che già alla tua età scappava alla prima scintilla, la violenza fisica mi ha sempre fatto orrore, ma esiste una ricca iconografia (romantica?) sullo street fighter, il combattente di strada che affronta il potere quasi a mani nude. E una relativa mitologia: anche il pastorello seminudo Davide che lancia il sasso contro il guerriero catafratto Golia, in fin dei conti, era uno street fighter.
Proviamo, allora, a metterla proprio sul piano del fight, della lotta, del combattimento. Delle forze in campo. Di fronte alla forza dello Stato la violenza di strada è uno sputacchio che si stampa su una cattedrale. Già domani mattina lo sputacchio sarà ripulito, ma tutti i video del mondo ci avranno zoomato sopra, e quello che a te può sembrare un atto di salubre ribellione verrà accolto da una parte molto grande dell’opinione pubblica come una bestemmia inaccettabile.
La quiete pubblica, il decoro pubblico non sono solo pretesti della propaganda (anche se la propaganda di destra gongola sulle vetrine rotte), sono anche motori importanti, e comprensibili, della psicologia collettiva. La repressione delle rivolte urbane è tutt’altro che impopolare. Mentre io, te e molti altri stiamo a ragionare sulle cause dello sconquasso, un sacco di gente pensa: speriamo che questi rompiballe vengano messi nelle condizioni di non nuocere. Ed è un punto molto pesante, questo, a favore di Golia e a sfavore di Davide.
Il potere (per comodità chiamiamolo così, anche se è tante cose insieme) non solo non ha paura di questi scoppi spontanei (tumulti) di malessere sociale. Li usa, da sempre, per squalificare i rivoltosi, declassandoli da rivoluzionari a teppisti (oggi va di moda: “terroristi”, ridicola iperbole che tratta la sassata alla stessa stregua della bomba o dell’attentato) e speculando sulla paura e sull’insicurezza di chi non ha il tempo e la voglia di riflettere sull’iniquità economica e sulla discriminazione sociale. Di chi vuole solo che il casino finisca il più in fretta possibile, con le buone o con le cattive. E alle prossime elezioni è molto probabile che voterà per chi promette il pugno duro.
Il potere, caro Giacomo, teme una cosa soltanto: la politica. Teme che gli incazzati si organizzino, costituiscano movimenti e partiti nuovi o entrino in quelli già esistenti. Teme che poi vadano a votare, come avvenne negli anni Settanta quando l’onda lunga di quei movimenti capovolse letteralmente gli equilibri politici, generando lo Statuto dei Lavoratori (1970), dando forza al Welfare e mutando i rapporti di forza non solo nella società, anche in Parlamento.
Non spetta a me, che sono quasi vecchio, dire “quale” politica, in quali forme e con quali idee, possa trasformare un’esplosione di rabbia giovanile in qualcosa di solido e di vincente. Spetta ai protagonisti deciderlo, secondo la loro cultura e i loro convincimenti. Ma non ho nemmeno mezzo dubbio che il solo fatto davvero rilevante, che lascia il segno, sia quell’antichissimo strumento di creazione collettiva che si chiama: coscienza politica. Coscienza di ciò che si è e di ciò che si vuole ottenere.
Infine Giacomo, perdona questo finale nemmeno da genitore, che ormai sono nonno: non fatevi del male, per cortesia. C’è gente che vi aspetta a casa, e non ha a cuore il decoro pubblico: è per voi che si preoccupa. Politica a parte, sono le persone in carne e ossa a popolare le nostre case, le nostre speranze e le nostre paure.
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Rimango in argomento per levarmi un sassolino dalla scarpa – per la precisione: si tratta di una sneaker. Mercoledì scorso, da Fazio, ho fatto un intervento sull’assalto del sabato milanese al negozio di sneakers. Può darsi che il tono fosse troppo sarcastico, e la cornice (due anziani signori benestanti che parlano di rivolte giovanili) non abbia aiutato. Può darsi, insomma, che io abbia sbagliato format: capita. Ma il senso del mio discorso era inequivocabile, e per chi lo avesse legittimamente perso lo ripeto in breve: mirare alle sneakers non è da ribelli, è da sudditi.
Non riesco a fare mia la moraletta demagogica “eh, ma quei ragazzi non hanno altro”: le rivoluzioni si fanno cambiando paradigma, rovesciando i valori. “L’altro”, se non ti piace quello che passa il convento, non te lo regala nessuno: te lo cerchi tu, lo stabilisci tu uscendo dai ranghi. Se tutti vogliono le sneakers, io voglio tutt’altro. Altrimenti non è una rivoluzione, è imitazione mal riuscita dei modelli imposti, è l’eterno “vorrei ma non posso” dei sottomessi.
Tommaso Labranca definiva il trash “emulazione fallita”. L’assalto a un negozio di roba firmata è, da questo punto di vista, la vittoria finale del trash: l’emulazione è finalmente riuscita. Non biasimo gli assaltatori che fuggono con il loro bottino griffato, può anche darsi che non conoscano altro modo per farsi sentire (anche se di alternative, perfino nelle scassate periferie e in quelle meno scassate, qualcuna ce ne sarebbe: centri sociali, associazioni varie, volontariato, librerie o biblioteche di quartiere; e nelle scuole si può entrare anche con le scarpe sbagliate).
Biasimo piuttosto i demagoghi che fanno finta di non vedere e di non capire che ci sono motivazioni che cambiano la vita (la lotta per la casa, per la sanità, per tassare i grandi patrimoni) e altre che non solo non la cambiano: la subiscono.
A ogni modo il mio intervento non è piaciuto a Selvaggia Lucarelli, una delle più ferrate correttrici delle parole altrui. Mestiere di successo. Molti hanno dunque commentato, in rete, non il mio intervento, ma l’opinione di Lucarelli sul mio intervento. Così funziona la rete: dei dieci che parlano di una cosa, uno ne parla per conoscenza diretta, gli altri nove per sentito dire (la rete è un enorme telefono senza fili, per chi ricordasse quel gioco da spiaggia o da party tra minorenni).
Tra i nove, purtroppo, il professor Tomaso Montanari, che a Piazzapulita ha parlato con spregio di «due giornalisti che hanno detto che si scende in piazza solo per le scarpe».
Montanari è intelligente e combattivo, spesso lo ascolto per imparare qualcosa, ma altrettanto spesso compone i suoi discorsi sommando, come i Lego, solamente certezze granitiche. Nelle sue parole non c’è mai spazio per il dubbio, e dunque è inevitabile che non gli sia venuto il dubbio che una scemenza del genere non potevo averla detta.
Pazienza, niente di grave, giusto il tempo di mettere in guardia inutilmente, per la centesima inutile volta, dal gioco così diffuso sui social: prendere mezza frase di un discorso (che tutto insieme dice anche tante altre cose) e imbastirci sopra una roba che magari parte come discussione critica, con le migliori intenzioni, ma sempre finisce in una specie di processo. Nel quale l’accusa appare sempre nobile e la difesa sempre ipocrita.
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I servizi del Tg1 di domenica sera sul fermo e sulla carcerazione di Youssef Siher, presunto artefice dell’improvvisato “Movimento 17 ottobre”, sembravano una parodia postuma degli anni di piombo. Qualcosa tipo: hanno acciuffato il Grande Vecchio. Il burattinaio dell’eversione.
A quanto se ne può capire, si tratta di un attivista politico molto radicale: nel caso peggiore un fanatico. Ma il fanatismo non è reato. È un problema politico serio, non un reato. Quelli della mia età ricordano bene il “teorema Calogero” e il processo detto “del sette aprile”, quello che portò al mandato di cattura per ventuno persone, i famosi “cattivi maestri”, il più celebre dei quali Toni Negri.
Il teorema si rivelò giuridicamente inconsistente. Ma uscivamo, in quegli anni, dal rapimento e dall’omicidio di Aldo Moro, culmine di una stagione sanguinosa, con centinaia (centinaia!) di morti. Di quali gravi delitti sarebbe il mandante Siher? Vale, da subito, il dovere di rimarcare la differenza, decisiva in democrazia, tra opinione e delitto.
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Ma abbiamo parlato davvero troppo di politica, questa settimana, mi viene quasi da scusarmi: è che uno comincia pensando di sbrigarsela in fretta e invece poi si passa ai massimi sistemi e non la si finisce più. Ho ricevuto parecchie vostre mail su Mattia, il ragazzo che la settimana scorsa diceva che andare in Africa gli ha cambiato la testa: non le pubblico per non andare troppo lungo. Le tengo da parte.
Non c’è vacanza migliore, a questo punto, delle Zanzare Mostruose che sono – lo dico ai nuovi iscritti – una rassegna di titoli sbagliati, o mal pensati, o mal stampati, a dimostrazione di quanto fragile sia la pretesa di mettere il mondo bene in riga, nero su bianco. Sul Corriere della Sera, edizione di Bergamo, Piero ha trovato questo refuso che ci aiuta a considerare gli scontri di Milano sotto una luce nuova:
NOI, NELL’INFERMO DI PIAZZA DUOMO A MILANO
Invece non è un refuso, ma un increscioso scambio di persona, a rendere meritevole questo titolo del Giornale online, segnalato da Alfonso.
SI TRAVESTE E CERCA DI BLOCCARE UN VOLO
STUART MAROCCHINO DENUNCIATO E RISPEDITO IN PATRIA
Se ne deduce che non uno steward, ma l’esponente di una grande famiglia regnante europea (del ramo marocchino), gli Stuart, intendeva fare dei danni. Se anche gli aristocratici cominciano a flirtare con il terrorismo, siamo nei guai seri.
Nicoletta trova nei sottotitoli di RaiNews (fonte sempre generosa di Zanzare) questo annuncio formalmente corretto, ma inevitabilmente equivoco:
DOMANI L’ANGELUS DEL PAPA SARÀ CELEBRATO DA SAN PIETRO
Forse era meglio scrivere “in San Pietro”. Se uno è disattento, può anche pensare che il fondatore della Chiesa romana abbia deciso di rifarsi vivo duemila anni dopo come spalla del Papa. A ogni modo, a conferma che i miracoli avvengono, Paolo segnala, dalle pagine economiche di Repubblica, questo titolo che annuncia una clamorosa svolta nella vicenda dell’ex Ilva:
EX ILVA, CHIESTO IL RADDOPPIO DELLA CASSA INTEGRAZIONE: COINVOLTI 8622 LAVORATORI SU 4450
Sempre su Repubblica, diversi lettori hanno trovato un sorprendente attacco del presidente Mattarella alla matematica:
MATTARELLA, L’USO PERVERSO DI LOGARITMI
NON SVILUPPI NUOVE FORME DI ASSERVIMENTO
Infine: Luca chiede se si accettano Zanzare “quasi macabre”, ma direi proprio di sì considerato questo necrologio apparso sulla Stampa:
A FUNERALI AVVENUTI È MANCATO ALL’AFFETTO DEI SUOI CARI…
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Inatteso, dimenticato da tempo, è arrivato il freddo: quattro gradi ieri mattina all’alba qui nel selvaggio Nord Ovest. Si tirano fuori giubbotti e altri indumenti caldi più o meno eleganti. Ho un paio di vecchi cappotti che ogni anno, di questi tempi, decido di dare via, poi li tengo per quella sorta di feticismo che riempie gli armadi di cose che non mettiamo mai.
E mi torna in mente la dama fiorentina di Sabina Guzzanti che di un sacco di cose diceva: si era deciso di darla, poi non la si diede. Non è mica tirchieria, è una specie di paura di profanare il passato, e molto spesso è il passato degli altri. Il trench dello zio Ernst, di due taglie troppo grande per me, almeno quello sono riuscito a darlo via.
L’altra mattina il mio vicino mi ha segnalato un’aquila sopra il mio tetto, purtroppo ero giù in paese al mercato e al mio ritorno nel cielo c’erano solo un paio di storni e una coppia di colombacci. L’aquila, qui nel mio Appennino, è un avvistamento raro ma non rarissimo, in vent’anni l’avrò vista passare quattro o cinque volte, nidifica sui monti del Reggiano, dicono. Dicono anche che abbia un territorio di caccia molto vasto, sessanta/settanta chilometri di raggio.
Dubito che mi consideri una preda, dunque le volte che la vedo mi illudo che sia venuta a farmi visita. Gli antichi sapevano leggere nell’avvistamento degli uccelli cose straordinarie. Perché io no?
Una gentile lettrice, riguardo alla mia nuova siepe, mi fa notare che il maggiociondolo è molto velenoso per cani e bambini, meglio non metterlo. Ho verificato, la lettrice ha ragione. Per prudenza, niente maggiociondolo. Peccato, è bello come pochi. Bellezza e veleno sovente vanno d’accordo, ma tutto è relativo: per il maggiociondolo sicuramente siamo più velenosi noi umani.
Mi consolo andandolo a trovare ai margini del bosco. Mi scuserò con lui: non è discriminazione, se non me lo metto in casa, è solo a tutela di cani e bambini (io non corro rischi, non rosicchio arbusti). Gli dirò, in segno di pace, in alto i cuori.




