Si fanno incubi invece di sognare
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Si fanno incubi invece di sognare
Michele Serra
Martedì 20 ottobre 2026

Si fanno incubi invece di sognare

«Vivere in una società con il piatto pieno è fondamentale, ma deve essere un punto di partenza. Se si trasforma in un punto di arrivo, siamo fottuti»

Una torta vittima delle violenze a Milano domenica 18 ottobre, sul marciapiede di via Torino (il Post)
Una torta vittima delle violenze a Milano domenica 18 ottobre, sul marciapiede di via Torino (il Post)

Ok Boomer! è una newsletter del Post scritta da Michele Serra. Arriva ogni lunedì e se vuoi riceverla puoi iscriverti qui.

Avete presente: aprire una finestra e sentire lo schiaffo del vento che cambia l’aria in casa, e vi cambia anche l’umore? Mi è successo aprendo la posta della newsletter e leggendo questa mail. Ho pensato che questa settimana non potevo che aprire con la voce di Mattia.

“Salve Serra, le rispondo in merito all’ultimo Ok Boomer! sull’ansia occidentale. Ho 29 anni e ho sofferto in passato di ansia e attacchi di panico. Premessa: sono un ragazzo etiope adottato, e recentemente sono diventato volontario in un’associazione che opera in Etiopia. E ci sono stato, in Etiopia. La sensazione davvero ansiogena che si respira dalle nostre parti di futuro offuscato, di tempo refluo (che lei ha descritto così bene in “Ognuno potrebbe”), le assicuro che per paradosso in altri continenti “più arretrati” di noi (mi passi il termine) non si avverte per niente.

C’è piuttosto un fibrillare di occasioni, c’è una vita che pulsa letteralmente, e ha fame di altra vita. Ecco a noi credo manchi la fame, in tutti i sensi: quella che fa alzare dal divano e fa mettere in moto alla ricerca di una meta, di un significato, di un obiettivo. Il benessere non è una cattiva cosa in sé ma deve essere accompagnato piuttosto da un senso di responsabilità, non dalla sciatteria. Sono guarito nel momento in cui non mi sono più adagiato su quello che avevo ma ho incominciato a desiderare”.
Mattia

Per guarire dall’ansia, cominciare a desiderare: non si poteva dire meglio di così, Mattia. Apprezzo molto la tua lettera perché aiuta a “de-boomerizzare” la questione. Scrivo sempre con la preoccupazione (dovuta) di giudicare le cose del mondo in base alla mia esperienza, dunque alla mia età. Non sai quanto mi conforta sentire da un ventenne questa botta di vita, di impazienza e al tempo stesso di riflessione. Il benessere libera, ma il benessere ottunde, intorpidisce. E nella stasi i pensieri irrancidiscono. L’aria non circola.

Non si tratta – per carità – di fare l’elogio della fame, in senso metaforico ma anche, come dici tu, “in tutti i sensi”. Vivere in una società con il piatto pieno (non proprio tutti, ma una larga maggioranza) è fondamentale, ma deve essere un punto di partenza: la famosa “libertà dal bisogno”. Se si trasforma in un punto di arrivo, siamo fottuti.

Lo dice bene Eugenio Finardi in una canzone di inizio anni Novanta, “Millennio”. Un pezzo duro, diretto, un rock blues dei suoi migliori. Alcuni versi di quella canzone li tengo in testa come un mantra. Mi piace condividerli con Mattia e con voi tutti per cominciare questa settimana nello spirito del rock and roll, che vuol dire, in senso non troppo traslato, balla e fai l’amore. Un grande regalo degli africani d’America al resto del mondo.

Perché con la pancia piena
si fanno incubi invece di sognare
Con la pancia troppo piena
si è troppo pesanti per volare
Perché con la pancia piena
la gente ha paura di rischiare
Quando ha la pancia troppo piena
la gente diventa, oh sì, diventa scema

*****

Poi le generazioni corrono e le categorie mutano in fretta. Hanno una dozzina d’anni meno di Mattia gli adolescenti di indefinibile orientamento politico (probabilmente: nessuno) ma di ben definibile rabbia sociale che hanno infocato il centro di Milano in un weekend che qualche giornale ha definito “francese” a causa del livello, alto, delle turbolenze di piazza.

A leggere le cronache, la natura socio-politica dell’adunata di sabato (poi sono seguiti strascichi domenicali) non è per niente semplice da interpretare. Indetta da “Italia in piazza”, movimento di attivisti ignoto fino a due settimane fa, la parola d’ordine, generica quanto efficace, era “contro il carovita” e l’invito degli organizzatori era di portare con sé bandiere italiane.

Pare che la manifestazione sia molto lievitata nelle ultime ore sui social e soprattutto su TikTok; che sia stata poi contaminata dai drappelli di adolescenti di periferia in centro per lo shopping del sabato (quasi sempre lo shopping degli altri), quelli che con approssimazione molto generica e un poco razzista vengono chiamati “maranza”; e infiltrata da agonisti che praticano lo scontro come uno sport; che sia sfuggita al controllo dei centri sociali e a maggior ragione degli studenti pacifici ridotti a comparse: e dunque il solo dato veramente significativo, indiscutibile, è che circa l’80 per cento dei fermati dalla polizia (in gran parte domenica) è minorenne.

E il solo bilancio possibile è che la legge “grande corteo pacifico dirottato o guastato da piccoli gruppi violenti” ha avuto la sua milionesima conferma. Copione vecchio come il cucco, ma immutato ed evidentemente immutabile.

Sul vecchio tema della violenza politica, che oggi viene da definire violenza pubblica e basta, vista l’enorme difficoltà di individuarne la matrice ideologica (forse perché non c’è alcuna matrice ideologica), non si sa più che cosa aggiungere di nuovo o di intelligente. Mi permetto, allora, di aggiungere qualcosa di vecchio e di sorridente, e pure di irridente.

Grazie al lettore Samuele rispunta dal passato (1993) il “Comunicato n.1” delle Brigate Molli, pubblicato su Cuore. Idea parodistica per eccellenza, nata in una redazione vulcanica, risposta goliardico-situazionista alla violenza ideologica che pochi anni prima aveva insanguinato l’Italia e ancora circola ampiamente sui social, per fortuna come ciancia minacciosa che lascia il tempo che trova.

(Parentesi: qual è il proverbio che meglio si attaglia ai social? L’ottimistico “can che abbaia non morde” oppure il contundente “le parole sono pietre”? O il biblico “chi semina vento raccoglie tempesta”? Sono i social lo sfogatoio di umori fetidi oppure ne sono il catalizzatore? Fine della parentesi).

Samuele mi dice che nella libreria accanto a casa di sua madre è ancora appiccicato il minaccioso pomodoro a cinque punte che era il simbolo delle BM. Ecco un breve stralcio del comunicato n.1:

“La sinistra, divisa al suo interno da infinite beghe, resiste come una vecchia noce, ma è immobilizzata dalla ferrea presa degli avversari e non riesce a organizzare una controffensiva.

È proprio l’immagine della noce ad averci suggerito un’idea rivoluzionaria: perché tenere duro, logorandoci in una statica azione di resistenza inevitabilmente destinata alla sconfitta? Per fare evolvere la situazione, per passare a una fase visibilmente movimentista, c’è un’unica strada: cedere di schianto, passando dallo stato inutilizzabile di guscio chiuso a quello proficuo e benefico di gheriglio disponibile, mangiabile e digeribile.

In questo quadro il giorno venerdì 12 novembre 1993, in Bologna, nella sede di Cuore, un gruppo di ardimentosi ha deciso, di fronte a quell’Altissimo Notaio che è la Storia, di dare vita all’Esercito Popolare Non Combattente-Brigate Molli. (…) Solo una cultura radicalmente mutata in senso mollista, capovolgendo millenari tabù (forse volevamo dire luoghi comuni, ndr) a proposito della durezza come virtù rivoluzionaria, può condurre a reali passi in avanti nelle nostre vite e nelle vite, sciaguratissime, dei nostri avversari…”.

Le Brigate Molli durarono qualche settimana e poi si stufarono. L’incostanza fu anch’essa un segno di mollezza. Facemmo in tempo a mettere in atto due azioni sovversive: una fu l’aggiunta proletaria, esatto contrario dell’esproprio proletario che aveva furoreggiato tra gli incazzati dell’epoca.

L’esortazione era andare nei supermercati e deporre negli scaffali le merci inutili acquistate compulsivamente. Fu breve ma molto divertente: per qualche settimana arrivarono in redazione fotografie (polaroid, per dire quanto tempo è passato) di reggiseni deposti tra i surgelati, pantofole tra i detersivi, detersivi tra le pantofole, eccetera.

L’altra azione sovversiva delle BM fu l’invito proletario. Perché rapire una persona, sicuramente non consenziente? Non è meglio invitarla a cena per scambiare due chiacchiere? Se le Brigate Rosse avessero invitato Aldo Moro per un pranzo di lavoro, invece di scannare prima la sua scorta e poi lui, la storia italiana non avrebbe forse avuto un corso migliore?

Il primo invito proletario andò a buon segno. Invitammo Romano Prodi in una sapida trattoria bolognese. Accettò. Fu una serata molto piacevole, fruttò una lunga intervista. Poi ci fermammo lì, era troppo faticoso, dovevamo fare il giornale e per le azioni rivoluzionarie il tempo a disposizione era molto scarso. È probabile che la gran parte delle rivoluzioni fallite siano fallite perché era troppo faticoso farle.

*****

Tornando al tema “ansia”, quella specifica ansia relativa al galoppo della tecnologia e all’arrancare della politica che non riesce a starle dietro, qui di seguito qualche breve estratto delle vostre mail. Apro con una mail “tecnica” che fornisce qualche buona notizia.

“Ci lamentiamo spesso (io per prima) dell’assenza della politica o del suo cronico ritardo quando prova ad affrontare problemi già troppo profondi per essere risolti. Ma neanche quando cerca di giocare d’anticipo siamo soddisfatti.

L’Unione Europea è molto criticata per avere tentato di mettere, con l’AI Act, “lacci e lacciuoli” a una tecnologia non ancora ben conosciuta. Ma quando arrivano i vari Altman-Amodei-Musk ad auspicare (lasciamo perdere se in buona o cattiva fede) regole che contrastino le potenziali derive di questa tecnologia proprio perché non è ancora ben conosciuta (neanche da loro, evidentemente), non ho sentito alzarsi autorevoli voci europee che abbiano orgogliosamente rivendicato che l’AI Act ha già i freni, basta iniziare a usarli.

Certamente l’AI Act non è perfetto, ma codifica i principi per tenere dritta la barra del timone, nel solco dell’altrettanto imperfetto GDPR che nel lontano 2016 (praticamente un’era geologica fa) sanciva, tra i molti altri, il diritto delle persone a non essere sottoposte a decisioni completamente automatizzate, e quello di mantenere il controllo dei propri dati personali.

Il problema è che troppi non provano neanche a esercitare questo controllo tramite gli strumenti normativi disponibili, come: revoca del consenso, opposizione al trattamento, richieste di cancellazione, reclami e segnalazioni all’Autorità. E attraverso pratiche di buon senso (es: non usare credenziali dei social per registrarsi ad altri siti, rifiutare i cookie di profilazione).

D’altro canto troppe aziende sono più interessate a una “compliance di carta”, fatta solo di documenti con i quali dimostrare di essere in regola per non essere sanzionate, che a porre in essere misure di protezione dei loro dati che siano adeguate ai rischi che corrono in caso di violazioni e incidenti di sicurezza, potenzialmente ben più gravi delle eventuali sanzioni. Parlo a ragion veduta, essendo la materia oggetto della mia attività professionale.

Prima di preoccuparci e indignarci per l’assenza della politica, dovremmo impegnarci a non essere assenti noi. Perché, con le parole pronunciate nel 2004 dal prof. Rodotà: «Pensiamo di discutere soltanto di protezione dei dati, ma in realtà ci occupiamo del destino delle nostre società, del loro presente e soprattutto del loro futuro […] La “privacy” è uno strumento necessario per difendere la società della libertà e per opporsi alle spinte verso la costruzione di una società della sorveglianza, della classificazione, della selezione sociale»”.
Daniela Basagni

“Leggendoti ho pensato al supercomputer di “La risposta” di Brown: gli uomini gli chiedono «Dio esiste?». «Adesso sì». E sono precipitato in una serie di domande: ma se siamo capaci di creare Dio non siamo noi Dei prima di Lui? Oppure Lui esiste da prima e noi lo stiamo semplicemente rivelando, e come novelli Michelangeli togliamo pietra dalla nostra ignoranza fino a lasciare scoperta la Verità? Quindi Dio non è morto – con buona pace di Nietzsche – anzi sta per ri-nascere? Vado al bar a bermi un caffè, e spero di trovare quattro giovani amici che vogliono cambiare il mondo”.
Stefano

“Magari dico una cosa banale, ma mi sembra che l’aggettivo artificiale che si accompagna al termine intelligenza non faccia più riferimento al solo concetto di “contrario di naturale”, cioè costruito dall’uomo. Si aggiunge il significato potente di artificiale come ingannevole, e questo provoca una incertezza che diventa essenza stessa di AI, legata al modo di utilizzare la stessa. L’ansia diventa, così, una conseguenza direi costituzionale di questa tecnologia. Il titolo della newsletter mi ha fatto riflettere. Bello, l’artificiale è politico; temo, però, che per un altro verso il politico sia diventato da tempo artificiale”.
Michela

“Leggendo l’ultima puntata della sua newsletter ho pensato che un cantautore (Bowie) e un disegnatore satirico (Altan) avevano già inquadrato da tempo e con i loro mezzi la psicologia dei signori dell’AI come emerge dal documentario di Netflix da lei citato. Il primo scrisse (nel 1970) una canzone, “Saviour machine”, in cui la super macchina alla quale gli uomini hanno affidato la soluzione dei loro problemi confessa di disprezzarli. Il secondo, in una delle sue memorabili vignette, disegnava un uomo che con finto candore si chiede: «Mi piacerebbe sapere chi è il mandante di tutte le cazzate che faccio»”.
Arrigo Arrigoni

*****

Domenica piovigginosa, qui nel selvaggio Nord Ovest. Non tale da dissetare boschi e campi stremati dalla spietata estate del 2026. Dice che la pioggia quella vera arriva mercoledì e giovedì, ormai siamo abituati ad aspettare. I fiumi in secca non hanno niente di autunnale, e anche questo autunno non ha niente di autunnale.

Per chi fosse interessato sarò da Fazio di mercoledì, non più di domenica. Ho fatto televisione, soprattutto come autore, per molti anni, ma la logica dei palinsesti e degli ascolti per me è ancora un mistero, dunque mi adeguo volentieri. Benissimo mercoledì, sarò più libero nei weekend anche se rischio, di mercoledì, di perdermi qualche match dell’Inter in Champions League. Ma per esempio Inter-Bruges sono molto contento di essermela persa.

Devo scegliere nei prossimi giorni come ornare la nuova grande recinzione della mia casa, tre volte più ampia della precedente per dare più libertà ai cani e tenere a distanza i lupi.

Non mi piacciono le siepi troppo leccate, sarà dunque una sequenza di piante di altezza differente e dal fogliame molto vario. Soprattutto mirto, corbezzolo e lentisco in omaggio alla macchia mediterranea e al riscaldamento climatico (non nevica quasi più, il sottozero è solo un breve interludio negli inverni miti). Poi maggiociondoli, qualche scotano, qualche carpino. Saranno felici gli uccellini che nidificano nel fitto degli arbusti.

Mi chiedo ogni tanto quante fioriture mi restano da vedere, prima di salutare tutte queste meraviglie. Meno di quelle che ho già visto, ovviamente. Ma quante ne bastano per ringraziare ogni volta di essere al mondo. In alto i cuori.