Che cosa sono i riot

In Italia non siamo abituati a episodi come quelli del weekend: ci manca anche la parola

Gli scontri durante la manifestazione "Italia In Piazza" del 17 ottobre 2026, Milano (ANSA/PAOLO SALMOIRAGO)
Gli scontri durante la manifestazione "Italia In Piazza" del 17 ottobre 2026, Milano (ANSA/PAOLO SALMOIRAGO)
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Le persone che nel fine settimana si sono scontrate con la polizia, hanno danneggiato cose e saccheggiato alcuni negozi nelle principali vie del centro di Milano sono accomunate da alcune caratteristiche. Sono molto giovani, in gran parte minorenni e maschi, di origine italiana oppure italiani di seconda o terza generazione, cioè nati in famiglie di origine straniera.

Non hanno appartenenze politiche nel senso tradizionale, e non è facile capire quanti condividessero attivamente le rivendicazioni delle manifestazioni contro il carovita e sulla scuola, a cui si erano inizialmente mescolati, e quanti invece fossero lì principalmente per la possibilità di partecipare ai disordini. Hanno agito in modo improvvisato e senza un vero coordinamento, lanciando bombe carta e bottiglie contro la polizia, spostandosi rapidamente tra le vie del centro approfittando delle occasioni in cui la polizia era lontana per spaccare cose e portare via della merce.

Nel giornalismo e nella ricerca anglosassoni esiste un termine utile a inquadrare sollevazioni del genere, che invece manca in italiano: quello di “riot” (rivolta), utilizzato da decenni proprio per descrivere rivolte spontanee e poco organizzate.

I riot sono fenomeni sociali complessi, riconducibili a fattori diversi e non per forza coerenti: disagio economico e sociale, marginalità, rabbia politica, sfiducia nel futuro, nichilismo, desiderio di caos e violenza, senso di impunità, dinamiche di gruppo. Le ragioni di queste sollevazioni non sono sempre esplicitate formalmente, e in questi giorni alcune interviste ai ragazzi coinvolti nei disordini a Milano hanno evidenziato la loro inconsapevolezza. Ma la ricerca le riassume spesso in un desiderio di essere ascoltati o anche solo visti dal resto della società.

Durante i riot i bersagli più frequenti sono negozi, uffici pubblici e luoghi istituzionali nei centri cittadini. Chi vi partecipa concepisce spesso questi posti come spazi da cui è escluso, e vede il riot come un’occasione per accedervi con la forza, distruggendoli o saccheggiandoli. Ci sono poi motivazioni più viscerali: accaparrarsi oggetti che altrimenti non ci si potrebbe permettere, da negozi di marchi particolarmente desiderati; colpire lo stato e l’ordine costituito; o più semplicemente fare qualcosa di pericoloso, contro le regole.

Il termine riot si affermò nel dibattito pubblico occidentale soprattutto nella seconda metà degli anni Sessanta, in seguito alle rivolte contro la polizia che si verificarono nei quartieri afroamericani di alcune città statunitensi. La più nota fu a Watts, un quartiere della parte meridionale di Los Angeles, nell’agosto del 1965: durò sei giorni, nei quali ci furono 34 morti e un migliaio di feriti.

In Europa il precedente più grave tra quelli recenti furono i “riot di Londra” del 2011 causati dalla morte di Mark Duggan, un uomo nero di 29 anni ucciso dalla polizia. Tra il 6 e il 10 agosto di quell’anno migliaia di giovani devastarono interi quartieri della città, distruggendo vetrine, saccheggiando negozi, dando fuoco ad automobili e palazzi.

Alcuni commercianti raccolgono pezzi di vetro nel quartiere di Clapham, a Londra, 9 agosto 2011 (AP/Elizabeth Dalziel)

Katia Pilati, docente di sociologia all’Università di Trento e studiosa dei movimenti di protesta, spiega che un primo elemento che distingue i riot è «l’assenza di interlocutori riconosciuti che ostacola la mediazione e rende più difficile prevenire l’escalation».

Sono sollevazioni caotiche e disorganizzate, messe in pratica da persone non immediatamente riconducibili a corpi intermedi precisi come sindacati, movimenti studenteschi o centri sociali. E quindi più imprevedibili rispetto alle normali proteste di piazza, anche violente, che paradossalmente sono molto più semplici da gestire per via del loro elevato grado di organizzazione.

Spesso infatti la polizia conosce i referenti dei movimenti, e anche i loro potenziali obiettivi: bloccare una strada, distruggere o danneggiare un luogo particolarmente simbolico, occupare un particolare edificio e così via. Nei riot questo non succede.

È stato così anche a Milano: i ragazzi che hanno partecipato ai disordini si sono organizzati in modo spontaneo e pulviscolare, attraverso la ricondivisione di contenuti sui social con hashtag apparentemente innocui o col semplice passaparola su gruppi Telegram. E sono arrivati nel centro della città muovendosi in piccoli gruppi, circostanza che ha reso difficile rintracciarli.

Dei turisti chiusi in Galleria durante gli scontri tra manifestanti e polizia a Milano, 18 ottobre 2026 (ANSA/FABRIZIO CASSINELLI)

La sociologa Donatella della Porta, che dirige un laboratorio della Scuola Normale di Pisa dedicato ai movimenti di protesta, dice che nella maggior parte dei casi le persone che partecipano ai riot sono inesperte in fatto di manifestazioni ed esprimono una violenza «meno strategica e più emotiva o esistenziale».

I riot possono originare da situazioni molto diverse tra loro e avere un livello di consapevolezza politica più o meno elevato. «Alcune persone vanno a una manifestazione autorizzata, la polizia le carica: alcune scappano, altre decidono sul momento di reagire in maniera violenta. È una delle possibili situazioni», dice della Porta. Ma può accadere anche che gruppi violenti si uniscano a manifestazioni pacifiche, convinti che azioni più radicali possano attirare maggiore attenzione sulle istanze della protesta.

Nel caso di Milano i disordini hanno avuto poi un’ispirazione evidente e molto vicina nel tempo: le proteste studentesche cominciate in Francia a inizio ottobre. All’inizio erano in larga parte pacifiche, ma col passare dei giorni sono diventate progressivamente più violente, con scontri tra polizia e manifestanti e casi di devastazioni e vandalismo contro uffici pubblici, scuole, mezzi pubblici, arredi urbani e negozi.

I video delle proteste francesi hanno avuto un’enorme diffusione sui social network, e la loro visione potrebbe aver favorito una «rapida immedesimazione» nelle proteste altrui secondo della Porta. In Francia la repressione della polizia è stata estremamente brutale. Centinaia di studenti sono stati feriti, a volte in modo anche grave. A Saint-Étienne un manifestante di 17 anni ha perso una mano, probabilmente colpito da una granata lanciata dagli agenti.

L’esposizione a quelle immagini può aver portato i ragazzi coinvolti nei disordini di Milano a «vedere anche nella polizia italiana una forza ostile che reprime le loro rivendicazioni e nega loro uno spazio di espressione politica», aggiunge della Porta.

Gli scontri in Piazza Duomo a Milano, 17 ottobre 2026 (ANSA/PAOLO SALMOIRAGO)

Secondo della Porta e Pilati, le parole abitualmente utilizzate dai media italiani per descrivere questo tipo di rivolte sono imprecise. Una delle più abusate, impiegata moltissimo anche negli ultimi giorni, è “guerriglia urbana”, che indica però un concetto diverso. Presuppone infatti gruppi organizzati, con gerarchie interne e precisi obiettivi politici o simbolici, e l’impiego di tattiche militari mutuate dagli eserciti regolari come esplosioni mirate, imboscate, barricate.

Anche la categoria dei «riot» presenta però degli aspetti problematici. Da una parte può portare a considerare la violenza e le devastazioni come conseguenze inevitabili e giustificate del disagio. Dall’altra rischia di ricondurre la violenza alle caratteristiche personali o culturali dei partecipanti, attribuendola all’irrazionalità, all’aggressività, alla frustrazione o alla presunta propensione alla delinquenza dei giovani di seconda generazione, cioè italiani nati in famiglie di origine straniera, come avvenuto nel caso di Milano. Una lettura usata di solito per giustificare risposte esclusivamente repressive e securitarie, basate sulla sicurezza e sul mantenimento dell’ordine pubblico, che intervengono sui singoli episodi di violenza senza stimolare riflessioni critiche sui problemi sociali che ne sono all’origine.

– Leggi anche: Chi sono i ragazzi che hanno partecipato ai disordini a Milano