Cominciare da se stessi
«La recente lagna di Beppe Grillo sulla “politica che ha cambiato il movimento, mentre era il movimento che doveva cambiare la politica”, vede in Luigi Di Maio la sua perfetta incarnazione. Sì, la politica lo ha cambiato: però decisamente in meglio»
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La prima cosa della quale avrei voluto parlarvi, questa settimana, è ovviamente lo sbarco di massa di giovani marocchini a Ceuta. E la maniera meschina e bugiarda con la quale il governo italiano ha adoperato quel drammatico sconquasso per fare un poco di baccano xenofobo. Ma non saprei scrivere niente di più preciso e di più lucido di quanto ha già scritto Lucio Caracciolo su Repubblica di ieri, domenica 2 agosto: “Le bugie su Ceuta e il collasso demografico”. Vi rimando alle sue parole. Non ce n’è una di troppo, e non mancano tutte quelle che servono a orientarsi in questa bolgia di cinismo e di incompetenza.
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Luigi Di Maio detto Gigi, nato ad Avellino nel 1986 e cresciuto a Pomigliano d’Arco, ex capo dei 5 stelle, due volte ministro a cavalcioni di quell’onda, è stato accolto pochi giorni fa alla Camera con il rispetto dovuto al suo rilevante e delicato incarico: l’Unione Europea lo ha nominato suo Rappresentante speciale per il Golfo Persico.
Da qualche anno si leggono, sul suo conto, soprattutto commenti benevoli; e i pochi malevoli, non potendo fare leva su eventuali mancanze o svarioni relativi allo svolgimento del suo lavoro, puntano sulla furbizia dell’abile navigatore, amico di tutti e forse di troppi. L’ex tribuno del popolo, miracolato dal sisma demagogico del grillismo, che è riuscito poi a riciclarsi come politico di professione, rinnegando platealmente l’idea fondante di quel movimento e cioè che la politica sia una specie di ente inutile da abolire in favore di una misteriosa “democrazia diretta” fondata sui clic. La recente lagna di Beppe Grillo sulla “politica che ha cambiato il movimento, mentre era il movimento che doveva cambiare la politica”, vede in Luigi Di Maio la sua perfetta incarnazione. Sì, la politica lo ha cambiato: però decisamente in meglio.
Alla Commissione Esteri della Camera Di Maio ha tenuto una relazione sulla situazione nel Golfo. Riscuotendo molto interesse tra i presenti, di tutti i partiti. Il deputato del Pd Enzo Amendola, uno dei politici italiani con maggiore esperienza di cose internazionali, ha così commentato: “Ho capito più oggi che con diciotto audizioni di Tajani”. Il quale, detto non tra parentesi, sarebbe il nostro ministro degli Esteri.
Sulle cause di questa seconda vita di “Giggino o’ Bibbitaro”, nomignolo molto classista che gli venne affibbiato quando salì ai vertici della politica italiana un ragazzo che pochi anni prima, per intascare qualche euro, aveva venduto bibite allo stadio San Paolo di Napoli, ho una mia supposizione. Qualche chiacchiera con persone informate dei fatti (lo hanno conosciuto e hanno lavorato con lui quando fu ministro degli Esteri, dal ’19 al ’22) tende a confermarla.
La mia ipotesi è questa: catapultato laddove non si era mai sognato di arrivare, Giggino, dopo avere blaterato più di un paio di stupidaggini piazzaiole (tra le più madornali la richiesta di impeachment per Mattarella e il “j’accuse” a capocchia su Bibbiano: si è poi scusato di entrambe) ha fatto una cosa impensabile per molti, e specialmente impensabile all’interno del cursus honorum grillino: si è messo a studiare, e a studiare di brutto. Ha capito che stava facendo un lavoro del quale non sapeva nulla. Ha capito che stava godendo di una immeritata grazia. Ha capito che se non imparava l’inglese non avrebbe potuto essere all’altezza del ruolo e poteva al massimo vivacchiare, come la grande maggioranza dei politici italiani. Ha chiesto ai funzionari dello Stato (e ce ne sono tanti di alta caratura, Farnesina compresa: esiste un “deep state” che tiene in vita la Repubblica nonostante i governi che per fortuna passano, mentre lo Stato resta) di insegnargli il mestiere e di dargli una mano. E ce l’ha fatta.
In sostanza ha caricato su se stesso, non sul “mondo cattivo”, la responsabilità di ogni possibile esito della sua abbastanza straordinaria vicenda: da zero a moltissimo in un batter d’ali del destino. Nel bene e nel male dipende tutto da me, deve avere pensato Luigi Di Maio nei momenti di lucidità, mentre l’overdose del potere minacciava di stordirlo. E se l’intelligenza può essere una dote innata, l’umiltà è un attrezzo che si impara a usare vivendo, e riparando i guasti che viene troppo facile imputare agli altri. “Benedico la mia mancata elezione del 2022, perché da quel momento è cominciata la mia rinascita”, ha detto in una recente intervista su Chi. Aveva fondato un suo partitello che ebbe un clamoroso insuccesso elettorale. Ma si vede che, da ministro degli Esteri, aveva lasciato qualche ricordo decente tra i colleghi europei. Da lì è ripartito, e viene il sospetto che meriti quello che gli sta accadendo.
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Il mio stupore per la mediocrità delle traduzioni in italiano di Taylor Swift (ma non solo di TS, presumo) rintracciabili in rete è arrivato in America. Potenza di Ok Boomer!…
“Vivo a New York, faccio il giornalista e ho lavorato alla CNN. A proposito di Taylor Swift malamente tradotta in italiano verrebbe da pensare che non ce n’è bisogno perché l’inglese è la lingua dell’egemonia globale, lo si parla e si capisce più o meno ovunque. Allora, TS non fa tradurre i suoi testi perché tanto non serve? Secondo me la realtà è che né a TS né al suo vasto entourage viene in mente di tradurre i testi non tanto perché sanno che l’anglo-internettese si capisce ovunque, ma perché proprio non gli passa per la testa. Conseguenza un po’ di quell’egemonia imperiale, ma anche dell’isolamento culturale degli americani. TS è cresciuta in Pennsylvania e il suo impero ha sede a Nashville, due posti che conosco bene. In nessuno dei due posti gliene frega niente di farsi capire dai francesi o dagli argentini, non per sciovinismo ma per ignoranza. Sanno più o meno che esistono altre nazioni dove si parlano altre lingue, ma la localizzazione dei contenuti non è un calcolo che fanno quando si tratta di decidere come controllare il marchio Taylor Swift. Lo fa per esempio l’industria del software, non quella della musica.
Cito come esempio del contrario Lou Reed, che nel 1989 fece pubblicare insieme al suo disco New York la traduzione dei testi in varie lingue tra cui l’italiano. (Un disco responsabile del mio amore per questa città, come peraltro lo era stato anche Holden, amato da ogni sedicenne cui capiti a tiro quel libro). Ma a differenza della provinciale globalizzata Taylor Swift, Lou buonanima era newyorkese fino al midollo e quindi abituato a sentire intorno a sé tante lingue; e poi era consapevole di essere più famoso in Europa — addirittura venerato in Francia e in Italia! — che a casa sua. Come Patti Smith, che ti auguro di goderti molto”.
Alberto Riva
“Parafrasando il testo di ‘I Hate It Here’, io potrei essere un ‘poeta intrappolato nel corpo di un ingegnere’. Sono un ingegnere che vive da molto tempo negli Stati Uniti, per cui una mezza idea di cosa voglia dirci Taylor Swift, nella canzone che ti piace, forse ce l’ho. Mi aiuta un po’ la sua biografia: nasce in una cittadina sperduta della Pennsylvania ma ha grandi ambizioni. E ha paura di dover rinunciare ai suoi sogni se resta a vivere in provincia, da cui le small town fears della canzone; si trasferisce a Nashville (un bel posto pieno di bar e di turisti, una via di mezzo tra la metropoli e la cittadina) e a Nashville trova speranza. Ma forse anche un senso di inadeguatezza, aggiungo io che sono nato e cresciuto a Belluno, figlio di un padre operaio e di una madre casalinga che mi iscrissero, siccome ero in gamba a scuola e loro molto ambiziosi, a un liceo privato dove mi sentivo profondamente inadeguato, in mezzo a compagni figli di industriali e professionisti: non ci si libera mai di quel senso di disagio, neanche dopo che hai avuto successo.
Nella canzone Taylor e le sue amiche fanno un gioco che mescola nostalgia e sogno: scelgono un decennio del passato e immaginano di viverci. Tolti gli inconvenienti come il razzismo e i matrimoni combinati, gli anni Trenta dell’Ottocento sembrano una buona opzione, come fuga dalle durezze della vita, un po’ come i ‘giardini della mente’ o le ‘valli lunari’ concepiti con vivida, elettrica immaginazione (lucid dreams like electricity) dalla mente di Taylor. In pratica Taylor ci sta parlando di una sognatrice (forse costretta a convivere con un senso di inadeguatezza) che ha la fantasia come rifugio. Per gli Americani del resto conta molto potersi sentire utili e inseriti, come dice anche Barack Obama.Dico per gli Americani… ma vale per tutti/e”.
Claudio
Poi, però: c’è speranza anche per chi ambisce a traduzioni decenti, che gli servano a capire meglio l’originale. Giovanna Barbirato mi consiglia una traduzione più che dignitosa di I Hate It Here che io non avevo notato in rete.
E Lilia Pino Blouin, che fa l’interprete negli Stati Uniti (vive a New York), prende alla lettera le mie considerazioni sul dovere di tradire che deve guidare il lavoro dei traduttori bravi (nessuno più di un interprete conosce la necessità di trasportare un significato da una lingua all’altra). E mi regala, fatta apposta per l’occasione, una sua traduzione di I Hate It Here che a partire dal titolo (Mi fa schifo questo posto) si sente libera, da interprete, di interpretare. Appunto. È un po’ lunga, chi non ama TS è autorizzato a saltarla. Mi sono solo permesso di aggiungere un pochino di punteggiatura, è una mia mania, aiuta a leggere meglio. Grazie Lilia.
Dai, dai
dimmi qualcosa di devastante
come se tu fossi un poeta intrappolato nel corpo
di un analista di Wall Street.
Dimmi tutti i tuoi segreti,
per me non sarai mai nient’altro
che un premio di consolazione.
Vedi, ero una fanciulla in fiore al debutto nel gran mondo
in un’altra vita
ora è come se avessi paura di uscire di casa.
Se il benessere è un costrutto
non credo nella buona stella.
Ora che so come stanno le cose
Mi fa schifo questo posto, dunque me ne vado
nei giardini segreti della mia mente
agli altri serve una mappa per arrivarci
ma ce l’ho solo io.
L’ho trovata in un libro che ho letto quando ero una bambina
molto avanti per la sua età
senza le speranze delle città di provincia né le paure dei paeselli.
La maggior parte dell’anno la passo lì
perché mi fa schifo questo posto.
Mi fa schifo questo posto
Con gli amici facevamo un gioco:
si sceglieva un decennio
in cui avremmo voluto vivere invece del nostro.
Io dicevo gli anni Trenta dell’Ottocento, ma senza tutti quei razzisti
e senza essere data in moglie al miglior offerente.
Tutti abbassavano lo sguardo,
perché a quel punto non c’era più gusto.
E forse, a pensarci bene, non ce n’era mai stato, nemmeno allora.
La nostalgia è un trucco della mente
se ci fossi stata, all’epoca, mi avrebbe fatto schifo:
si gelava, dentro il palazzo.
Mi fa schifo questo posto, dunque andrò
nelle vallate lunari della mia mente
quando avranno trovato un pianeta migliore
e solo le persone gentili sono sopravvissute.
Ne ho sognato, al buio,
la notte in cui pensavo di morire.
Senza le speranze delle città di provincia né le paure dei paeselli
la maggior parte dell’anno la passo lì
perché mi fa schifo questo posto.
Mi fa schifo questo posto
Mi sento sola ma sto bene
ho l’amaro in bocca ma, giuro, va tutto bene
metterò da parte tutto il mio romanticismo per la mia vita interiore
e mi perderò di proposito.
Questo posto mi faceva sentire un niente.
Sogni lucidi come elettricità, la corrente sfreccia dentro di me
e nelle mie fantasie
volo in alto e lascio tutto laggiù.
E lassù, incredibilmente, mi piace da morire.
Dai, dai
dimmi qualcosa di devastante
come se tu fossi un poeta intrappolato nel corpo
di un analista di Wall Street.
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Del caldo non voglio nemmeno parlarvi, solo nominarlo fa sudare. Me ne sono dimenticato mercoledì sera, nel cortile del Castello Sforzesco a Milano, ascoltando il concerto di Patti Smith. Sorprendente per la misura teatrale, una specie di rock da camera, chitarra, basso, batteria, tastiere, lei brava e bravamente attaccata al suo repertorio che non è molto vasto ma è molto denso. I capelli lunghi e bianchi, molto scenici, un poco da strega scespiriana, sono una vera e propria bandiera. Si festeggiavano i cinquant’anni di Radio Popolare, istituzione milanese (e derivati) molto cara a chi non sopporta di vivere senza almeno qualche punto fermo.
Il giorno dopo Patti è andata in visita dal Papa, raro spettacolo di due americani che, visti assieme, non solo non mettono paura, ma danno fiducia. Lunga vita a entrambi.
Se qualcuno mi incontra in Romagna, in settimana, con un bambino molto bello, è perché andrò a trovare mio nipote Carlo, nella vana speranza che non mi voglia trascinare all’autoscontro acquatico (acquascontro?) come minaccia di fare. Poi andrò a Bobbio per incontrare Marco Bellocchio, e stare con Bellocchio a Bobbio è come stare con Fellini a Rimini o con John Ford in un western. Come diceva Jovanotti, sono un ragazzo fortunato. Mi raccomando, non sudate più del consentito. E sempre in alto i cuori.




