Lasciamo i media fuori da Internet

Cosa c’è di meglio di una rissa per futili motivi fra due senza fissa dimora alla Stazione Termini trasformata in attacco su base religiosa per rimpolpare la notizia terribile della strage nello Sri Lanka del giorno di Pasqua? È la classica notizia mille usi, che sarà utile a tutti per ragioni differenti. Servirà a Salvini per battere la sua solita grancassa anti immigrati, alla stampa di destra (che a proposito dell’episodio ha titolato “Cattolico di m…”) per spargere odio fra i suoi lettori, come sta facendo indisturbata da anni; servirà infine agli altri media – e questa mi pare la piccola novità degli ultimi tempi – per applicarsi nella quotidiana cinica ricerca della pornografia dell’orrore: qualsiasi informazione, possibilmente a tinte forti, che sia in grado di eccitare la curiosità e la fantasia dei lettori costringendoli al click immediato. Alcuni insomma si adopereranno per ideologia, altri per cercare di far quadrare il conto economico, ma il risultato sarà comunque il medesimo: una vasta uniforme disinformazione organizzata su base professionale, come mai si era vista in passato. I media nel loro complesso non sono mai stati innocenti, tuttavia oggi, soprattutto in Italia, mi pare si sia superato il limite della decenza.

Se è da tutti ormai considerato normale che Libero o Il Giornale o La Verità utilizzino ogni oncia dell’inchiostro rimasto per fomentare odio e insoddisfazione a colpi di titoli improbabili, è altrettanto vero che simili tecniche si sono sparse a macchia d’olio e ormai riguardano tutti, compresi i più letti giornali italiani e le principali agenzie di stampa che ormai quotidianamente si buttano su qualsiasi notizia senza controllarla, pur di raggranellare attenzione e denaro: del resto chi perderà tempo per sistemarsi il nodo della cravatta sotto il bombardamento?

Dentro questa nuova relazione fra bugie e notizie andrà rivalutato il rapporto fra informazione e reti sociali. La vulgata corrente prevede che le notizie come quella dell’accoltellamento religioso a Termini nascano sui social network, si diffondano con il passaparola e che solo alla fine di questo rapido processo di disinformazione i media siano costretti a darne conto per “dovere di cronaca”, magari nella variante nobilitata degli scopritori di bufale. Come a dire: quelle sono le stupidaggini che potete trovare in rete, questi siamo noi che invece facciamo argine controllando attentamente quello che avete letto.

Una simile logica tranquillizzante è quella proposta da Kara Swisher sul New York Times, la quale dopo gli attentati del giorno di Pasqua plaude vigorosamente alla decisione delle autorità dello Sri Lanka di chiudere “temporaneamente” i social network. Fa abbastanza impressione che perfino la stampa liberal USA, portatrice di grandi tradizioni, decida di considerare un’ipotesi del genere, ma l’idea di fondo, pur nella sua applicazione reazionaria, resta in qualche maniera comprensibile: siamo di fronte a un problema culturale molto forte, per evitare danni maggiori e nell’attesa di una sua risoluzione, servirà un’elite intellettuale (i media) in grado di condurre per mano i cittadini.

È più che evidente che un simile benevolo schema sarà inapplicabile da noi: sempre più spesso i guardiani della notizia assomigliano e talvolta risultano essere peggio dei loro lettori. E mentre questo avviene è ormai in vigore il paradosso secondo il quale, almeno in termini di potenza di fuoco, i media sono in grado di disinformare i cittadini, in TV, sui giornali di carta ma, soprattutto, sui social network, in maniera molto più ampia di quanto non possano fare i singoli malintenzionati che spargono bufale on line dal proprio profilo Twitter o Facebook.

Così ieri, in ossequio al consiglio censorio di Swisher, pensavo che non sarebbe male vietare ai grandi editori italiani di utilizzare Internet. Temporaneamente – certo. In attesa di un necessario e, si spera rapido, ravvedimento.