Lo Sri Lanka ha fatto bene a chiudere i social network dopo gli attentati?

Secondo Kara Swisher, tra le più famose ed esperte giornaliste di tecnologia, sì: e la questione non è solo dello Sri Lanka

Il santuario di Sant’Antonio a Colombo, Sri Lanka (Stringer/Getty Images)

Kara Swisher, una delle più famose e rispettate giornaliste di tecnologia negli Stati Uniti, ha scritto sul New York Times un durissimo editoriale a favore della temporanea sospensione dei social network in Sri Lanka, decisa dal governo in seguito agli attentati di Pasqua che hanno causato la morte di oltre 300 persone. Nelle ore successive alle esplosioni, erano circolati numerosi post violenti e notizie false soprattutto su Facebook e YouTube, siti molto utilizzati nel paese per informarsi e rimanere in contatto con i propri conoscenti.

Nel suo editoriale, Swisher dice di avere pensato “bene” quando è venuta a conoscenza della decisione del governo dello Sri Lanka di chiudere temporaneamente l’accesso ai social network dal paese:

Bene, perché potrebbe salvare delle vite. Bene, perché le aziende che gestiscono queste piattaforme sembrano essere incapaci di controllare gli stessi potenti strumenti globali che hanno costruito. Bene, perché l’immondizia digitale tossica della disinformazione che dilaga su quelle piattaforme ha schiacciato ciò che avevano di buono. E, ovviamente, domenica circolavano online così tante notizie false sulle stragi da far temere al governo dello Sri Lanka che ci potessero essere nuove violenze.

Da giornalista che segue da tempo le evoluzioni di Internet, Swisher ha spiegato di avere inizialmente provato vergogna nell’avere pensieri positivi circa la limitazione di strumenti che, nel bene e nel male, contribuiscono alla libera espressione delle persone. Dopo qualche riflessione più attenta, pensando anche a episodi precedenti in altre parti del mondo, è però arrivata alla conclusione che «il più grande esperimento di interazione umana nella storia del mondo continua ad accumulare fallimenti, e in modi sempre più pericolosi».

L’inclinazione a fare del male da parte di alcuni individui è naturalmente antecedente a Internet e, più in generale, a qualsiasi tipo di tecnologia. Eppure, le grandi aziende che controllano i social media hanno sottovalutato questo aspetto, progettando piattaforme che nei fatti possono essere facilmente sfruttate per ottenere risultati nocivi su varie scale. In un precedente editoriale, sempre pubblicato sul New York Times, Swisher aveva paragonato queste aziende a «moderni spacciatori di armi dell’era digitale», mostrando di avere una certa avversione per società come Facebook, Twitter e Google, accusate di non fare abbastanza per tenere sotto controllo le loro piattaforme.

Pur condividendola, Swisher riconosce la drasticità della decisione del governo dello Sri Lanka, un paese dove buona parte delle informazioni più importanti circola ed è condivisa proprio grazie a Facebook e YouTube. Come in altri paesi asiatici, anche in Sri Lanka si è assistito a un progressivo allontanamento dalle fonti tradizionali di informazione, come la televisione, con un numero consistente di persone che legge e condivide le notizie online.

Il passaggio è stato favorito dalla disponibilità di smartphone sempre più economici, dalla loro maggiore fruibilità rispetto a un televisore e dalla facilità con cui consentono di rimanere in contatto con amici e familiari, soprattutto attraverso i social network e le applicazioni per la messaggistica. La sospensione di buona parte di questi servizi influisce quindi sulla possibilità di informarsi per milioni di persone, pur riducendo i rischi di far circolare notizie false o messaggi d’odio che potrebbero portare a nuove violenze.

Swisher ricorda che in altri momenti di crisi il governo dello Sri Lanka aveva già disposto sospensioni temporanee dei social network, a dimostrazione dell’incapacità dei gestori delle piattaforme di vigilare sui contenuti diffusi attraverso i loro sistemi. Nell’editoriale viene citato anche il caso dello scorso 15 marzo in Nuova Zelanda, dove un uomo uccise 50 persone in due moschee, trasmettendo in diretta le immagini del suo attentato su Facebook:

In quel caso, il governo della Nuova Zelanda non chiuse i rubinetti dei social network, ma ritenne comunque le aziende che li gestiscono come una parte rilevante del problema. Dopo gli attacchi, né Facebook né YouTube riuscirono a fermare facilmente i video a ripetizione delle uccisioni, che proliferavano così in fretta da mettere in crisi i loro algoritmi per la rimozione.

Anche in seguito all’attentato di marzo, il governo della Nuova Zelanda ha annunciato provvedimenti per imporre multe alle aziende che dimostrano di non essere in grado di controllare la proliferazione online di contenuti di questo tipo. In Australia una legge simile, che responsabilizza molto di più le piattaforme, è stata approvata a inizio aprile, mentre in altri paesi compreso il Regno Unito si stanno studiando nuove regole in merito.

Swisher conclude il suo editoriale spiegando che i social network hanno «fatto saltare ciò che consentiva alle società di tenersi sotto controllo». Se da un lato è vero che queste piattaforme danno la possibilità a tutti di farsi sentire, dall’altro fanno sì che diventino rilevanti anche messaggi d’odio e disinformazione, con le aziende che dovrebbero occuparsene incapaci di reagire adeguatamente:

Nei primi tempi di Internet, si discuteva molto su quanto fosse positivo non avere controlli. Ebbene, ora non ci sono più, e ciò significa che abbiamo bisogno di un dibattito globale che includa tutte le parti in causa per decidere come affrontare il disastro che ne è seguito, una cosa che va ben oltre l’aggiunta di moderatori o di migliori algoritmi. Chiudere i social media nei momenti di crisi non potrà essere la soluzione. Ho ventilato questa ipotesi a un dirigente di una grande azienda tecnologica la scorsa settimana, durante un dibattito su ciò che era accaduto in Nuova Zelanda. La sua risposta: «Non puoi più chiuderli. È troppo tardi.»