La verità, vi prego, sull’articolo 11

Da molti anni l’industria editoriale, in particolar modo quella delle news, la più coinvolta dai cambiamenti in atto, ha scelto di accusare le piattaforme di rete dei propri problemi. Nessuno evidentemente da quelle parti riusciva a immaginare alternative meglio percorribili per rimettere in equilibrio i conti dei giornali in grave crisi da almeno un decennio.

Il tema è serissimo e, per una volta, non riguarda esclusivamente i soggetti coinvolti, ma tutti noi. Non solo i posti di lavoro del mondo dei media ma anche la possibilità dei cittadini di essere correttamente informati, il pluralismo, la democrazia stessa: quel pacchetto di cose luccicanti che i giornalisti ripetono in continuazione descrivendo il proprio lavoro.

Non esistono grandi dubbi che la trasformazione digitale sia responsabile di una quota rilevante dei guai attuali dell’editoria. Nel giro di pochi anni, negli ambienti di rete, si sono moltiplicate le fonti, sono crollati i costi di produzione dell’informazione, sono nati nuovi potenziali concorrenti.
Non solo. Il lettore stesso ha rapidamente modificato le proprie abitudini: ha scelto, sempre più spesso, un’informazione meno strutturata e approfondita, si è accontentato di notizie trasmesse dal passaparola sullo schermo del cellulare, ha smesso di visitare le homepage dei grandi quotidiani per conoscere i fatti di quel giorno nel mondo. Perché il mondo, a quell’ora, in una maniera o nell’altra, si era già fatto vivo con lui.

Questo fenomeno, associato ad altri, come per esempio la grande fragilità del modello pubblicitario online che ristagna da un decennio, è alla base della narrazione disperata e in gran parte inesatta che gli editori ripropongono da tempo. Secondo l’industria informativa il problema centrale della crisi riguarda la nuova abitudine dei lettori a pretendere gratis ciò che fino a ieri erano disposti a pagare e soprattutto l’enorme lavoro di cannibalismo che le piattaforme di rete maggiormente utilizzate hanno applicato ai contenuti editoriali.

Il passo successivo è stato quello di chiedere, sempre più insistentemente e con tutti gli strumenti di convincimento possibili, che Google prima e Facebook poi acconsentissero a ridistribuire una quota dei propri incassi all’industria editoriale. L’articolo 11 della direttiva sul copyright che il Parlamento Europeo ha rimandato a settembre giusto ieri è l’ultimo estremo tentativo di imporre agli OTT la restituzione di un ipotetico maltolto, quella ridistribuzione forzosa che, nel linguaggio curiale della normativa italiana, viene definita “equo compenso”.

Solo che Google e Facebook, che sono tutto tranne che Biancaneve nel bosco e che hanno imparato a utilizzare con la politica le stesse armi dei lobbisti del copyright, nel caso specifico non hanno rubato granché. O meglio: non hanno rubato granché agli editori (mentre nei confronti del loro rapporto coi i cittadini ci sarebbe molto da dire) e quindi oggi non hanno intenzione di pagare. Quello che hanno fatto – dicono – è stato connettere le persone fra loro: in molti casi hanno convogliato traffico verso le pagine dei siti web editoriali, ne hanno aggregato le informazioni già comunque liberamente disponibili. Per quieto vivere (e perché sanno di non essere Biancaneve nel bosco) alle cause in tribunale moltiplicatesi in Europa negli ultimi anni hanno risposto investendo denari in progetti giornalistici in collaborazione con gli editori i quali, in cambio, hanno utilizzato le proprie capacità di lobbing per cercare di fregarli lo stesso.

Del resto la narrazione per i cittadini e per i politici disposti a crederci era giù pronta e perfetta. C’è un nuovo gigante cattivo in città. Viene dagli USA, non paga le tasse è ricchissimo e ci porta via il lavoro. Molto di tutto questo è vero, moltissimo d’altro è abilmente taciuto.

Al riguardo ho trovato molto utile la ricostruzione del corrispondente di Repubblica delle ragioni del voto contrario degli europarlamentari alla direttiva sul copyright:

Brinda il vicepremier Luigi Di Maio, che da Roma afferma: «Abbiamo bloccato il bavaglio alla Rete». Nulla di tutto questo, ma ha prevalso la propaganda dei grandi del Web che hanno convinto l’opinione pubblica sul fatto che la direttiva avrebbe imposto una tassa a carico degli utenti e avrebbe bloccato la possibilità di linkare i contenuti. Se si aggiungono le minacce di morte ai singoli deputati, la pressione attraverso centinaia di mail e telefonate di elettori contattati grazie ai big data dai lobbisti a stelle strisce e convinti a contattare i parlamentari per convincerli a non votare, allora il risultato del voto di Strasburgo è di facile comprensione. Si parla anche di figli dei deputati convinti a far cambiare l’orientamento di voto del genitore.

Ora sì che il voto contrario è più chiaro: i grandi del web hanno ingannato l’opinione pubblica, i singoli deputati sono stati minacciati, i lobbisti hanno usato i big data per spammare i deputati. Infine, perfino i figli dei parlamentari hanno costretto i genitori a votare contro.

È una ricostruzione sintomatica, ingiusta nei confronti della notizia in sé, della sua complessità, dell’intelligenza stessa dei parlamentari europei. Una posizione giornalistica che ignora le autorevolissime prese di posizione contro la direttiva (Tim Berners Lee servo di Google?) o anche solo le notizie rilevanti di giornata (per esempio la posizione della più alta carica europea per il mercato digitale Andrus Ansip). Una ricostruzione che farebbe anche abbastanza ridere se non mettesse tristezza per la sua parzialità. È verso notizie del genere che il lettore dovrebbe rinnovare la propria fiducia? Sarebbe questo il nostro alleato nel combattere la piattaforma cattiva che ci ruba l’anima?

Uscire con onestà dalla bolla degli interessi contrapposti non è per nulla facile. Chi riuscisse ad evadere, anche solo per un attimo, da una simile gabbia si accorgerebbe – come scrivevo qualche giorno fa – che per i cittadini è piuttosto irrilevante che ad un lobbista se ne sostituisca un altro. Che l’industria editoriale e Google pari sono nel momento in cui la tutela dei loro affari collide con l’interesse della comunità. E che avere un parlamento serve appunto ad evitarlo. Quel parlamento ieri ha votato contro, forse perché semplicemente si è accorto che per dare una mano ai vecchi amici si stava mettendo in un guaio più grosso di quello che intendeva risolvere.

In ogni caso il vizio originario di tutta la questione, il tarlo del famoso articolo 11, rimane al momento intatto ed è questo. Il mondo ogni tanto cambia: qualcuno, inevitabilmente e con dolore, fa la fine del telegrafista. E appena se ne accorge sarà disposto a tutto pur di non cedere il passo.

C’è ancora tempo e ancora spazio per evitarlo, e sarà importantissimo farlo, per le ragioni che accennavo all’inizio. Ma non con questi mezzucci. Non cercando un capro espiatorio fra quanti oggi, meglio di voi, hanno saputo cavalcare la bestia.

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