Dai pannolini a Donald Trump

Due cose mi pare si possano dire già ora sulla vicenda Facebook-Cambridge Analytica e le sue vaste implicazioni su Brexit, l’elezione di Donald Trump e più in generale sull’ipotesi di un dominio dell’algoritmo sulle nostre scelte.

La prima è che benché suonino come al solito impressionanti, quei numeri, quando li si osserva con un po’ di attenzione e da un po’ più vicino, si perdono dentro mille distinguo. I cinquanta milioni di cervelli che i cinici markettari trumpisti hanno spinto ad eleggere l’attuale presidente USA sembrano essere – alla fine – un elenco di like in giro per Facebook. Ora tutti noi sappiamo quale sia il valore intrinseco dei nostri like su Facebook, qualcosa che, nonostante le raffinate teorie sul grafo sociale, restituisce di noi un ritratto davvero parziale. Eppure, in analisi del genere, quei dati – essendo la sola moneta scambiabile – si trasformano in fonte di informazioni preziosissime, in grado non solo di raccontare tutto di noi ma anche di fornire la chiave per hackerare le nostre scelte più intime. Stiamo inoltre parlando di “milioni di persone” che, nella maggioranza dei casi – verosimilmente – non avevano diritto di voto in USA, visto che si tratta di una platea mondiale raccolta a caso fra i contatti di 270mila tizi che avevano scaricato una delle tante stupide app di cui in passato Facebook era piena. Quanti elettori americani sono stati compresi in questo geniale machiavellico progetto? Non è dato sapere. In queste vicende i dati sensibili, specie quelli sull’efficacia dell’azione, per qualche ragione mancano sempre. Molto più facile prendere atto dell’elezione di Trump e dire: ecco vedi? È stato merito mio.

In ogni caso lo scandalo di questa vicenda non sta tanto nei numeri, e nemmeno nei risultati concreti di un simile progetto (entrambi sono, come sempre accade in questi casi, del tutto ipotetici e non misurabili) ma piuttosto nel fatto che a un certo punto qualcuno abbia immaginato di utilizzare le tecniche del marketing digitale per vendere un prodotto politico (l’inacquistabile Donald Trump) al posto di uno shampoo o un profumo. E se lo scandalo è questo, amici, beh si tratta davvero dello scandalo di Pulcinella, visto che di geotargeting nella propaganda politica (sempre che funzioni) parlano tutti da tempo con grande eccitazione perfino in Italia. L’altro segreto di Pulcinella di questa vicenda riguarda ovviamente Facebook e la sua incapacità di curare adeguatamente i dati che produce: un’interpretazione molto tenera, secondo la quale le stesse informazioni vendute al miglior offerente sarebbero agibili per i venditori di pannolini ma diventerebbero sangue del diavolo in mano agli strateghi della politica. Come se, allo stato, esistesse qualche differenza. Il data mining sui profili di Facebook e di molti altri sulle nostre teste non prevede purtroppo eccezioni del genere. Così magari questa vicenda potrà essere utile per mettere assieme un paio di punti fermi: Facebook che vende i nostri profili a tutti i markettari del pianeta è lo stesso Facebook che consente più o meno volontariamente l’utilizzo di quei dati anche per differenti e più sensibili finalità. E che quando immagina di poter fare un distinguo fra differenti utilizzi mostra tutta la propria incapacità a dominare la macchina che lei stessa ha creato.

Il secondo aspetto rilevante della vicenda mi pare riguardi i toni angoscianti e distopici che i media scelgono di utilizzare in massa parlando di questa notizia. Il retropensiero che emerge è il solito: quello secondo il quale esiste un enorme cervello cattivo, capace di condizionare le nostre povere testoline attraverso formule magiche, righe di codice e intrugli alchemici fuori dalla nostra comprensione. E che simili trucchi siano, sommariamente, trucchi connaturati agli ambienti digitali. Detto in altre parole: se Internet non fosse esistita le nostre meningi non sarebbero state esposte ai maghi della coercizione, Trump non sarebbe stato eletto e Theresa May farebbe la cassiera in un Tesco a Soho.

Esattamente come accaduto con le fake news, o con la filter bubble o con molti altri fenomeni sociali indagati nei tempi digitali, la predominanza della macchina, il dominio della piattaforma, la dittatura dell’algoritmo attraversano la narrazione generale e sono date per assodate, come se ci trovassimo di fronte ad un’idra dalle mille teste che comunque avrà la meglio su di noi. Si tratta nella grande maggioranza di casi di un racconto superficiale e assolutorio, incurante del passato, di chi siamo stati e di chi siamo davvero.

 

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