Lo dicono ora un’analisi della CIA e alcune fonti d’intelligence anonime sentite dal Washington Post, secondo cui l’ottimismo di Trump sulla fine della guerra è malriposto.
La CIA ritiene che il regime possa resistere al blocco navale statunitense – il principale mezzo di pressione economica – anche dai 90 ai 120 giorni. Può farlo anche perché può trovare soluzioni alternative al passaggio dallo stretto di Hormuz (per esempio, le rotte via terra che passano per l’Asia centrale).
E anche perché, diversamente da quanto detto da Trump, ha ancora buona parte del suo arsenale militare con cui minacciare ritorsioni: il 75 per cento dei suoi sistemi di lancio e circa il 70 per cento dei missili che aveva prima della guerra, sempre per la CIA. Trump aveva parlato del «18-19 per cento».
«Regimi simili resistono anche anni sotto embargo» e senza guerre d’occupazione, ha detto una fonte del Washington Post.

Manifestanti pro regime a Teheran, 4 maggio 2026 (AP Photo/Vahid Salemi, File)
Dall’inizio della guerra l’amministrazione Trump spera di far cedere il regime e spingerlo ad accettare le proprie condizioni attraverso la pressione: dei bombardamenti, delle minacce e del blocco navale. Finora non c’è riuscito.
Questo perché l’amministrazione Trump ignora o sottovaluta una sua caratteristica essenziale, e cioè che alla base della sua esistenza c’è una forte ideologia di resistenza contro il nemico esterno, e in particolare contro gli Stati Uniti.
L’Iran è pronto a sostenere la pressione perché vede la guerra come una minaccia esistenziale, per le idee su cui è fondato e ha costruito la propria narrazione, per il modo in cui è strutturato e per l’abitudine della sua popolazione a sopravvivere alle ristrettezze economiche.
Lo abbiamo spiegato estesamente qui: