No nel 2006, Sì nel 2016

Fra gli argomenti che vanno con sempre maggiore frequenza affiorando nel dibattito sulla riforma costituzionale e sul referendum che dovrebbe conformarla c’è il raffronto con il voto di dieci anni fa, sulla cosiddetta riforma Berlusconi, che nel 2006 venne bocciata sonoramente. Vi è chi, come il leader di Scelta Civica Enrico Zanetti, votò Sì allora e sceglie di votare Sì anche adesso. E chi, come un’articolista del Fatto, richiama la battaglia per il No ad ottobre come naturale proseguimento della battaglia per il No di allora.

Nel massimo rispetto per queste posizioni, penso di dover dire che voterò Sì alla riforma per le stesse ragioni per cui ho votato e rivoterei No alla riforma di allora, cosa che mi viene peraltro rimproverata sui social media da persone che evidentemente non si sono prese la briga di leggere la riforma di allora (o quella di oggi, o magari entrambe).

È vero che fra le due proposte di modifica ci sono taluni punti di contatto (anche la riforma del 2006 correggeva il bicameralismo paritario, anch’essa riduceva il numero dei parlamentari), ma la somiglianza di alcuni dettagli non può far trascurare le sostanziali differenze, genetiche e filosofiche, tra le due riforme.

In primo luogo la genesi. La riforma del 2006 nacque da una gita a Lorenzago, in Cadore, di quattro signori: Andrea Pastore (Fi), Francesco D’Onofrio (Udc), Roberto Calderoli (Lega), Domenico Nania (An), accompagnati da Umberto Bossi e Giulio Tremonti. La riforma del 2006 fu insomma, sin dall’inizio, la riforma di una parte. Questa volta, invece, si è fatto ogni possibile tentativo di allargare la maggioranza costituzionale al di là di quella di governo. Il testo che sarà sottoposto al voto è sostanzialmente quello votato anche da Forza Italia in prima lettura, quando il relatore della riforma, insieme con Anna Finocchiaro, fu lo stesso Roberto Calderoli che era stato a Lorenzago.

La seconda grande differenza è di natura valoriale, e riguarda il diverso o antitetico atteggiamento prevalente tra i riformatori di allora e quelli di oggi. Il centrodestra berlusconiano, che nasce da un esplicito superamento del patto costituzionale, attraverso il cosiddetto sdoganamento del Movimento Sociale Italiano, non ha mai fatto mistero della propria ostilità, o quanto meno della propria estraneità ai meccanismi fondamentali della nostra Carta.

Questo atteggiamento complessivo aveva naturalmente manifestazioni diverse: la destra di Fini riproponeva il tradizionale presidenzialismo di Almirante; la Lega di Umberto Bossi traduceva l’autonomismo della carta in un federalismo assai spinto, con una prospettiva cripto-secessionista che sarebbe stata innescata dalla devolution. Oggi non lo ricorda più nessuno, ma il Senato federale, come veniva chiamato, pur avendo competenze legislative ridotte, poteva essere paralizzato dalla mancata partecipazione ai lavori di due terzi delle Regioni italiane.

Anche in Forza Italia, che pure raccoglieva anche esponenti di culture laiche e cattoliche moderate, c’era una forte diffidenza verso la Costituzione “catto-comunista”; si ricorderà la “rivoluzionaria proposta” di Giulio Tremonti a proposito della riformulazione dell’art. 41 sull’iniziativa economica privata.

Questo approccio, peraltro, non si limitava alle intenzioni. La riforma del 2006, infatti, limitava in modo drastico i poteri del Presidente della Repubblica, impedendogli in particolare di sciogliere le Camere e di nominare il Presidente del Consiglio (anzi, il “Primo Ministro”), che veniva indicato in sede elettorale e poteva a proprio discrezione mandare a casa il Parlamento e convocare elezioni anticipate secondo la più classica provocatio ad populum.

Queste scelte, senza nessuna intenzione di demonizzarle, si pongono però in netta contrapposizione all’impianto ordinamentale della Carta del 1948. Si sarebbe passati dalla Costituzione di una Repubblica parlamentare con una decisa prevalenza del Legislativo (il Parlamento può mandare a casa il Governo, ma non vale il reciproco), a quella di una Repubblica federale con forte prevalenza dell’Esecutivo, rectius del premier.

Questo premierato forte, che ha un’unica corrispondenza occidentale nello Stato di Israele, ci avrebbe – quella sì – condotti ad una democrazia carismatica, all’interno della quale il “Primo Ministro” avrebbe potuto fare e disfare a suo piacimento e sarebbe stato il dominus assoluto della scena politica: l’eventuale approvazione di una mozione di sfiducia avrebbe provocato anche la fine della legislatura. Si può immaginare con quale entusiasmo i deputati avrebbero mai deciso di votare la mozione che mandava automaticamente a casa anche loro.

Checché ne dicano i suoi detrattori, la riforma Boschi non prevede nulla di tutto ciò: restano intatte le prerogative del Capo dello Stato, intatta la centralità del Parlamento, intatta la totale soggiacenza del Governo (e del Presidente del Consiglio) alla Camera dei Deputati.

Se la politica esprime dei leader (e mi pare che Matteo Renzi faccia parte della categoria), è utile avere leggi elettorali ed ordinamenti che gli consentano di dispiegare appieno la sua leadership; che però deve rimanere politicamente connotata, contendibile, sostituibile. Attraverso gli strumenti della democrazia. Che nella riforma Boschi sono, sul piano istituzionale, ampiamente riconosciuti e garantiti; nell’alveo della Costituzione che c’è, di cui ci sentiamo eredi e di cui continuiamo ad essere ben più rispettosi di tanti sostenitori del No, a cominciare da coloro che furono autori e sostenitori della riforma del 2006.