Matto in due mosse

Sono ore di grande disagio e travaglio. Tornano a farsi sentire i “meglio nessuna legge”, gli anatematisti del compromesso al ribasso, quelli che accusano me, il Pd, Renzi di stare “svendendo i diritti dei bambini” (argomento simmetrico a quello degli oscurantisti e simmetricamente falso come il loro). E poi ci sono quelli che invitano ad andare a vedere fino in fondo il bluff dei Cinque Stelle, a “stanarli”, in modo che siano chiare le responsabilità.

Ecco, partirei da qui, dal rifiuto del tavolo autoptico del disegno di legge Cirinnà. Non mi interessa che alla dissezione del cadavere della legge si possa finalmente capire quale sia stata l’arma del delitto e chi l’abbia impugnata. C.S.I., con l’epopea di Gil Grissom e della sua squadra, è stata una serie vincente. Ma è finita, e non sento il bisogno di un remake. Non voglio sapere come è morto il nostro sogno di diritti e di libertà; voglio farlo vivere. Per quanto e per come posso.

Perché purtroppo non è vero che un altro eventuale voltafaccia dei Cinque Stelle sarebbe rimediabile; né tanto meno che non potrebbero assumersene la responsabilità di fronte ai propri iscritti ed elettori. Lo hanno già fatto.

Capisco che i devoti si arrampichino sugli specchi della presunta indigeribilità del “supercanguro”, o addirittura della sua incostituzionalità. È una evidente sciocchezza, e non solo perché l’opposizione di Sinistra Italiana all’emendamento Esposito (sull’Italicum) è stata senza quartiere e senza sconti; ma anche perché con la maggioranza politica che era stata costruita sul ddl Cirinnà, diversa e distinta dalle logiche di appartenenza governativa, abbiamo adottato posizioni ben più decise.

Si ricorderà che, di fronte all’ostruzionismo in Commissione, abbiamo reagito con energia, portando in Aula la legge senza relatore pur di evitare cincischiamenti; lo avremmo fatto per consentire cincischiamenti identici o peggiori in Aula? Ma lasciamo stare, è acqua passata. Sono inaffidabili, punto.

Tuttavia, di fronte all’amaro calice dell’accordo di maggioranza e dello stralcio della stepchild, non manca chi sostiene che si debba preferire il rischio calcolato di tenere in piedi il rapporto con i pentastellati. Mal che vada, riparando alla Camera gli eventuali pasticci fatti a Palazzo Madama.

Il problema è che non c’è alcun “rischio calcolato”, solo un salto nel buio. Facciamo un’ipotesi semplice semplice: un emendamento controverso, a scrutinio segreto, che tocchi corde sensibili in alcuni senatori Pd. È sufficiente che la metà del gruppo dei pentastellati, opportunamente imbeccati da Casaleggio o Di Maio o chi per lui, nel segreto dell’urna sostenga questo emendamento, e il gioco è fatto!

Potremmo trovarci con l’affido rafforzato al posto della stepchild (e a quel punto non resterebbe nemmeno la speranza giurisdizionale), o senza reversibilità, o senza assunzione del cognome, non importa. A quel punto, nel voto finale, chi potrebbe impedire ai pentastellati di replicare l’usato copione del voto contrario per il “compromesso al ribasso”? Senza quei voti, senza quelli di un pezzo della maggioranza di governo, una bocciatura finale metterebbe la pietra tombale sulle unioni. E non sarebbe difficile per i Casaleggio’s darne la colpa ai nostri (del Pd) dissensi interni.

Ma per amor di discorso concediamo che invece il voto finale approvi la legge con pasticcio incluso. La correggiamo alla Camera? Deve tornare in Commissione. Significa altri mesi, andare a dopo il referendum costituzionale con tutte le sue incognite. Significa che ne riparliamo, bene che vada, nella prossima legislatura.

Questo matto in due mosse è fantapolitica? Lo avrei detto io stesso fino a sette/otto giorni fa. Ma dopo il discorso di Airola è entrato non solo nel novero delle possibilità, ma delle probabilità. E poco importa che con questa alzata di ingegno i Cinquestelle abbiano tradito anche il loro impegno e i loro atti concreti di mesi. Quel che conta, l’unica cosa che conta, è che il 2016 sia l’anno delle unioni e dei diritti. Non tutti, lo so. Non quelli che avrebbero dovuto esserci, come sappiamo tutti da un bel po’ di tempo. Ma diritti veri, sottratti all’odio, alla meschinità, alla bassa cucina della politica.