Citofonare Tsipras

Ci sono due commenti che ho da fare sul voto delle regionali, dopo ore dall’apertura delle urne e due trasmissioni televisive in cui ho potuto riflettere, discutere e dibattere in lungo e in largo degli esiti elettorali. Un commento è telegrafico e definitivo. L’altro, preparatevi, lungo e sentimentale.

Primo commento. È andata bene. Dopo soltanto un anno di governo, la mappa delle regioni d’Italia è praticamente tutta rossa di governi a guida democratica, inclusa la Puglia che è passata dal leader nazionale di SEL (non propriamente un alleato) al segretario regionale del PD. E chi si diverte a confrontare la percentuale di votanti per il PD con quella delle elezioni europee, dimentica che in tutte le regioni le liste civiche dei presidenti hanno preso molti voti che alle politiche torneranno nel loro alveo naturale. Le oscillazioni di Lega, M5S e quanti altri saranno pure in qualche modo incoraggianti per i nostri avversari sul piano del consenso, ma – grande risultato di Zaia a parte – non producono gran che sul piano del governo. “And that’s all I’ve got to say about that”, avrebbe a questo punto detto Forrest Gump.

Il secondo commento invece non ha solo a che fare con la politica, ha a che fare soprattutto con la biografia. Perché la notte dello spoglio, mentre ero seduto sullo sgabello in plexiglass nello studio della Berlinguer e le proiezioni si alternavano ai commenti, davanti al dato della Liguria non ho potuto fare a meno di sentire improvvisamente tornare alla memoria la voce dei fantasmi di tutte le sconfitte elettorali degli ultimi decenni. Quelli più faticosi: quelli vissuti dalla panchina, da elettore, prima ancora di cominciare a fare politica attivamente.

Tipo quella notte in cui vincemmo le politiche per poco più di ventimila voti, e io ero a Mosca in piena notte (lavoravo lì, ed ero a tre fusi orari di distanza), che guardavo i siti italiani e letteralmente tremavo per la vittoria annunciata che sfumava come la sabbia dentro una clessidra. O le varie vittorie a valanga di Berlusconi, a partire dalla prima (“Questo è il Paese che amo…”), fino all’ultima, quella in cui anche il coraggioso e visionario Veltroni, fresco segretario del partito nuovo, fu asfaltato dal voto popolare insieme alle nostre speranze di governo.

E poi naturalmente il fantasma dell’ultima elezione, quella del 2013, con il mio seggio parlamentare che ballava perché non si sapeva se il giaguaro alla fine sarebbe stato smacchiato o non saremmo invece stati noi a essere cancellati dalla cartina geografica della politica.

Le notte ligure di questo inizio di giugno mi ha insomma riportato a quel senso familiare e ineluttabile di sconfitta che noi elettori di sinistra, prima dell’avvento di Renzi, abbiamo conosciuto così bene. Quel senso di impotenza e di frustrazione che ci fece balzare il cuore nel petto quando Nanni Moretti a Piazza Navona nel 2002 disse che con quei dirigenti non avremmo vinto mai (se volete rinfrescarvi la memoria, trovate il video in calce a questo post).

Quel guardarsi intorno il lunedì dopo ogni elezione politica, increduli del fatto che tra tutti i passeggeri del tram che ci portava al lavoro potessero esserci così tanti italiani – apparentemente normali – che votavano per Berlusconi. Quell’idea così radicata nella nostra identità e nel nostro vissuto che non ce l’avremmo potuta fare mai a governare e a cambiarlo, questo Paese.

Una specie di complesso che hanno tutti gli elettori di sinistra della mia generazione, quelli che hanno fatto in tempo appena in tempo a votare per il PCI e a introiettare nella propria anima e nella propria biografia il “fattore K”, la conventio ad excludendum che non ci avrebbe consentito mai di contare davvero qualcosa, di essere capaci di incidere sulla realtà e di non limitarci alla retorica stantia della testimonianza e della superiorità morale di noi elettori della sinistra.

Quel “non vogliamo morire democristiani” che religiosamente ritagliai dalla prima pagina del Manifesto e attaccai con le puntine da disegno sul muro della mia cameretta. Più come una preghiera, devo ammettere, che come un programma politico.

Negli studi televisivi che ho frequentato nelle ore dopo il voto tutto questo è tornato realtà: nelle facce dei Cofferati, dei Vendola, dei Pastorino. L’allegra brigata di una sinistra del tutto disinteressata al governo, totalmente indifferente alla possibilità di cambiare le cose, interessata magari ad affermare dei principi, ma senza mai farsi carico di una responsabilità concreta. Quella sinistra che per due decenni ha acconsentito che il Paese ieri – come la Liguria oggi – restasse saldamente nelle mani della destra.

Ho dovuto così ascoltare Cofferati che annunciava alla nazione in diretta televisiva lo scandalo di un nuovo patto del Nazareno in salsa ligure – in assenza di una maggioranza per Toti in consiglio regionale – senza menzionare il fatto che sotto quell’eventuale nuovo patto c’era la firma di chi aveva diviso la sinistra con una scelta scissionista, impedendole deliberatamente di governare autonomamente.

Poi mi è toccato di dover sentire Vendola che mi intimava di riflettere sulla perdita di un pezzo del partito. Lui che ha subito o gestito scissioni in tutti i partiti che ha fondato (per scissione, appunto, a partire da Rifondazione) o in cui ha militato. Lui stesso che ha perso mezzo gruppo parlamentare pochi mesi fa senza sentire alcun bisogno di riflettere sull’argomento, mi raccomandava di riflettere sulla perdita di Cofferati: una figura storica e nobile, certo, ma certamente non uno che si è fatto carico di prendere le redini del paese quando ne ebbe l’occasione e direi anche, visto che glielo chiesero in tre milioni, il dovere.

E Pastorino, dulcis in fundo, che mi ha spiegato a La7 che la scissione genovese non era una sua scelta, ma una conseguenza del fatto che il partito “ha cambiato la sua natura”. Come a dire che quando si è in maggioranza il partito è assolutamente, geneticamente, ok. Quando invece un’altra linea politica vince e si diventa minoranza, il partito “cambia natura” e quindi uno prende e se ne va, indipendentemente dal fatto che questo abbia come conseguenza il rianimare per l’ennesima volta un Berlusconi reso inesistente da Renzi e dare spazio alla politica razzista e populista della Lega Nord.

Immagino che Pippo Civati abbia fatto i suoi conti e abbia stabilito che tutto questo valeva bene l’elezione di un (1) consigliere regionale. “Il risultato di Pastorino è la prova che c’è lo spazio politico per una vera sinistra di governo alternativa”, dichiara oggi Pippo su Repubblica. Certo, gli manca solo un’altra quarantina di punti percentuali e ce l’avremo finalmente fatta a far prevalere nell’urna dell’umana gente le magnifiche sorti e progressive. A meno che il governo non si pensi affatto di farlo da soli, ma di farlo naturalmente alleandosi con il PD (salvo poi metterlo poi in difficoltà sulle cose concrete e magari farlo cadere nella migliore tradizione dei Bertinotti e dei Turigliatto). Il vero problema della sinistra di Cofferati, Civati e Pastorino (e predecessori), insomma, non è che fa perdere il PD. È che perde lei.

Nanni Moretti aveva ragione. Perché vincere – e quindi governare, e sporcarsi le mani – per quel pezzo della sinistra, è una variabile irrilevante. Anzi, è un problema. Perché poi, prima o poi, ci si scontra con la realtà. Per informazioni, citofonare Tsipras.

jjj

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