Perché Confindustria dovrebbe fare autocritica

Manco hanno cominciato e il tasso di retorica è già a livelli di guardia. Poiché andranno avanti per parecchio tempo, almeno fino a novembre, forse sarebbe il caso che le celebrazioni per il centenario della nascita di Confindustria, avvenuta il 5 maggio del 1910, facessero un pit stop per una nuova messa a punto. Altrimenti, di questo passo, sarà complicato tenere fede alle intenzioni che la stessa Confindustria ha dichiarato di voler perseguire: vivere il centenario anche come «un’occasione per approfondire, conoscere, comunicare, scoprire, per parlare e ascoltare, per condividere con grande spirito civile un’idea di futuro del nostro Paese».

Inaugurando la settimana scorsa a Milano una mostra fotografica dedicata all’evento, la presidente Emma Marcegaglia ha detto che nella sua associazione si confermano forti «valori come credere al mercato, al rispetto delle regole, alla creatività, al lavoro e alla capacità di costruire un paese più giusto che sappia premiare il merito e sostenere chi ha bisogno».

Ne sono lieto. Sarebbe stato meglio, però, evitare di cominciare in modo così perentorio, con il tono di chi dà l’impressione di non voler ammettere repliche. Anche perché diventa difficile instaurare un clima di dialogo visto che, come per un riflesso condizionato, vengono alla mente, punto per punto, dinamiche di segno totalmente opposto, anche piuttosto diffuse: certe “fughe” dal mercato di non pochi imprenditori attraverso patti di sindacato o alchimie societarie; partnership (chiamiamole così) tra pubblico e privato avviate e sviluppate ben al di fuori del rispetto delle regole; il ricorso a fondi pubblici per coprire perdite private indotte dalla mancanza di creatività; gli incidenti sul lavoro causati dal risparmio sui costi necessari a far rispettare le norme sulla sicurezza; il merito surclassato da logiche nepotistiche o dalla incondizionata “fedeltà al capo”; il sostegno ai bisogni dei dipendenti barattato sull’altare dell’avidità, per esempio con delocalizzazioni selvagge fuori da ogni logica di efficacia-efficienza.

No, io credo che quella del centenario potrà essere un’occasione unica di confronto e di progettualità plurale per il bene dell’Italia solo se Confindustria riuscirà a mettere da parte un certo atteggiamento da “prima della classe” che traspare non di rado dalle parole dei suoi vertici e ne adotterà uno da primus inter pares (dove i “pares” sono innanzitutto i cittadini con le loro istanze rivolte al mondo dell’impresa). Non lesinando quella necessaria autocritica che un presidente di vaglia di Confindustria come Guido Carli, già qualche decennio fa auspicava e che tempi convulsi come quelli odierni rendono più che mai improcrastinabile:

«Dobbiamo ammettere con umiltà che procediamo verso nuovi sistemi economici, senza avere dinnanzi alle nostre menti un’idea chiara di ciò che esattamente vogliamo. Lo scopriremo a mano a mano che avanzeremo. Una critica libera, audace e spietata dei nostri errori è e resterà la condizione del nostro successo definitivo».