Liberismo d’importazione

L’occasione è ghiotta e non andrebbe sprecata per scuotere il torpore che assopisce da tempo il dibattito economico italiano, imprigionato in parole d’ordine consunte, analisi povere di idee e diffuso protagonismo senile che, con le bizze di Antoine Bernheim che a 85 anni suonati non ne voleva sapere di lasciare la presidenza delle Generali, ha mostrato uno dei suoi volti più patetici.

La offre un libro fresco di stampa di Edoardo Nesi, intitolato “Storia della mia gente” (Bompiani), cui la settimana scorsa è stata data un’apprezzabile visibilità sul Sole 24 Ore: il 18 aprile, con una lunga recensione apparsa sul Domenicale e, quattro giorni dopo, giovedì 22, con un articolo dello stesso Nesi in prima pagina, intitolato “Ho scritto io il romanzo delle Pmi che affondano”.

Il libro prende spunto dalla storia del lanificio Temistocle e Omero Nesi & Figli, una delle tante piccole e medie imprese che hanno contribuito a decretare negli anni d’oro il successo del distretto tessile di Prato, in cui il quarantaseienne Edoardo, esponente della terza generazione della famiglia, ha lavorato fino al giorno della cessione avvenuta il 7 settembre 2004. Una vendita non voluta ma indotta da una circostanza ben più grande di lui, che ha contribuito a fiaccare o far chiudere tante aziende del distretto industriale di Prato: la concorrenza selvaggia, soprattutto di origine cinese.

Nesi ne ha un po’ per tutti: Per molti versi è comprensibilmente arrabbiato, ma a volte a mio avviso sbaglia bersaglio e disamina. Ma non è questo ciò che qui conta. È importante, invece, il “grido di dolore” che ha voluto lanciare e che non si può non condividere laddove, tra le altre cose, scrive:

Quante aziende dovranno chiudere, quante persone dovranno perdere i loro posti di lavoro, quanti giovani dovranno sentirsi inadeguati prima che qualcuno chieda scusa e ammetta che l’intera politica industriale italiana degli ultimi 15 anni è stata ciecamente condotta nei paraggi del baratro dall’osservanza cieca ai principi astratti dei liberisti, importati d’oltreoceano e imparati a pappagallo, ammantanti d’un sudario di cinismo che si stende su una serie di argomenti vuoti, vieti e spietati.

Ha pienamente ragione. Basti pensare a certe espressioni ripetute come un mantra che non dice assolutamente nulla e che invece in tanti si ostinano a pronunciare, ritenendo che basti farlo per evocare “verità” indiscutibili. E non c’è nessuno, purtroppo, che chieda lumi.

Viene in mente, in proposito, una recente puntata della trasmissione Annozero, quella dell’8 aprile, in cui a dialogare con il ministro Tremonti era stato invitato, tra agli altri, Diego Della Valle. Ebbene, non ricordo più quante volte abbia ripetuto che per uscire dalla crisi c’è bisogno di “solidarietà e competitività”. Passi per la solidarietà, concetto perlomeno intuitivamente comprensibile. Ma competitività che cosa vuol dire? Possibile che nessuno in studio abbia avvertito il bisogno di chiedere a Della Valle qualche ulteriore delucidazione?

Faccio un esempio scuola, prendendo spunto proprio dal settore principale in cui Mister Tod’s opera, quello delle calzature. Per alcuni, come appunto Della Valle, competitività evidentemente significa produrre scarpe di qualità fatte interamente in Italia, puntando quindi sul vantaggio competitivo che il “made in Italy” di alta gamma può rappresentare. Ci sono però altri produttori di scarpe il cui vantaggio competitivo risiede prevalentemente nell’abbattimento dei costi del personale, ottenuto delocalizzando gran parte della produzione all’estero. Sono entrambi casi di imprenditori competitivi. Che vuol dire allora la parola competitività? Possibile che, cogliendo l’opportunità di avere il ministro dell’Economia in studio, nessuno abbia avvertito la curiosità di chiedere a Della Valle che cosa intendesse per competitività e, quindi, quale fosse ad avviso del ministro, la politica industriale più consona a rendere più competitivo il nostro sistema produttivo?

Inoltre, si era alla vigilia dell’assise di Confindustria di Parma dove poi, peraltro, luoghi comuni e frasi fatte abbonderanno. Più “sul pezzo” di così?

Quanto ai principi liberisti di cui parla Nesi, «importati d’oltreoceano e imparati a pappagallo», anche qui è dura. Molto dura. Sempre giovedì, infatti, sulla stessa prima pagina del Sole 24 Ore, campeggiava un editoriale di Luigi Zingales, docente di finanza avanzata all’università di Chicago, intitolato: “Chi combatte i Cds teme solo la verità del mercato”. Zingales, arrampicandosi sugli specchi meglio dell’Uomo Ragno, arrivava a sostenere che i Credit default swap (strumenti derivati che Warren Buffett, uno degli uomini più ricchi del mondo, ha definito «armi finanziarie di distruzione di massa»)

non sono lo sterco del diavolo, sono uno strumento finanziario utile, che può servire per migliorare non solo la stabilità finanziaria, ma anche il modo di gestire aziende e nazioni.

Liberissimo Zingales, ovviamente, di sostenere tutte le tesi che vuole. Tuttavia stavolta, a differenza di altri pezzi scritti in passato da Zingales sempre per il Sole 24 Ore, quello di giovedì recava la dicitura in coda: traduzione di Fabrizio Galimberti. Verosimilmente, quindi, l’articolo era stato «importato d’oltreoceano». Speriamo non siano stati in tanti quelli che poi l’hanno «imparato a pappagallo».