I sentimenti verso l’ISIS sono inutili

Davanti all’attentato di Parigi di venerdì tredici ho vissuto alcune emozioni che non servono a nulla. Ho provato tristezza, rabbia, odio, pena, quest’ultima per entrambe le parti. Ho desiderato agire, un po’ per espiare il dolore e un po’ per farmi vedere, come sempre quando si agisce.
Le mie emozioni non sono una scelta. Più qualcosa mi è vicino, più diventa, per l’appunto, prossimo: «Ama il prossimo tuo» eccetera. Ma quando non è più “prossimo mio”? Oltre un certo numero non è possibile mettere gli oggetti nella sfera dei sentimenti. Oltre il milione, ad esempio: I milioni di stelle, i milioni di anni, i milioni di morti. Inizio a contare con partecipazione, ma poi mi perdo oltre la vita, oltre le emozioni, perché nell’immensità non c’è né l’una né l’altra.

Non riesco a provare una sofferenza proporzionale ai morti, forse nemmeno a soffrire davvero per loro. Eppure i numeri dovrebbero aiutarmi.

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Questa tabella è relativa al 2013, ma negli anni il trend per nazione è rimasto simile, l’unica cosa che è cambiata sono le vittime, che sono aumentate. Ho ignorato le decine di migliaia di cadaveri che si accumulano nel mondo e ho sofferto per le centinaia dell’Europa. È normale, l’Europa è casa mia, sono prima di tutto europeo. Anzi, è bello che mi senta europeo più che italiano, toscano o fiorentino. Bravo. Eppure dovrei sentirmi empaticamente alla pari con qualunque essere umano – a dirla tutta persino con molti animali, se non tutti. Forse anche con le piante e le pietre, ma è inutile esagerare, tanto non mi riesce.

Appena mi allontano dai numerini che compongono la mia vita (5, 10, 20?), le passioni non funzionano più, perdono valore. Il dolore di un singolo diluito nella sofferenza di migliaia si cancella o si contamina, mentre la compassione si smaglia e non riesce ad accogliere tutti. Cercare relazioni e cause della sofferenza porta invariabilmente al perdono, ma il perdono è una forma di oblio dell’infinito e non cancella le responsabilità qui e ora. Non credo che non dovrei sentirmi triste o arrabbiato, ma so che qualunque cosa provi non dirà nulla di vero o di utile su quel che succede, perché l’emozione è un sistema di valori inadatto alle dimensioni della Storia, non aiuta né a capire né a reagire.
La rabbia generalizza e causa nuovo dolore, la pena cancella le responsabilità, l’odio le estende a dismisura. In genere, tutte queste passioni vanno alla ricerca di soluzioni facili. Se getto la rete delle sensazioni sui grandi numeri non so cosa catturare; i capri espiatori sono un sollievo breve e la personificazione delle masse, l’odio etnico, una semplificazione omicida. Gli stessi sentimenti, funzionali nei casi particolari, diventano dannosi se i numeri crescono; le passioni mi offrono una conoscenza che tende ad annullarsi all’infinito.

Come tutti gli umani, non sono disumano. Le passioni restano, ne ascolto le grida e i bisbigli. Vorrei però osservarli senza giudizio, come un dato tra i molti che devo collegare per avvicinarmi alla conoscenza. Meglio fare del bene senza esser buono, mi dico, che fare del male in buona fede. Solo così potrò reagire al terrore senza paura e al dolore senza violenza.

E partire dalla comprensione della storia.