Ambaradan

Il mondo è da sempre avvolto in un velo di confusione. Per questo bisognerebbe tentare di raccontare uno come Jiří, che era alto e goffo, aveva una barbetta spelacchiata, scriveva brevi poesie, viveva facendo foto, ritoccate, dei matrimoni. E suonava in continuazione al sassofono l’ossessivo Olé di John Coltrane. Era scappato in bicicletta da Praga, nell’agosto del 1968, e si era rifugiato a Roma, da un cugino prete. Abitava in un minuscolo e disordinato appartamento in via Amba Aradam, quasi di fronte all’ospedale di San Giovanni, prima dell’incrocio con la via Merulana. Lo divideva con Guesh, una ragazza etiope dalle mille treccine, anche lei fuggiasca, studentessa d’arte. Jiří́ si autodefiniva scherzosamente «servitore del re d’Inghilterra», come il buffo protagonista dell’omonimo romanzo di Bohumil Hrabal che si vantava, tra l’altro, di aver fatto il cameriere durante il lussuoso banchetto dell’imperatore d’Abissinia Hailé Selassié, all’Hotel Parigi di Praga. A casa loro vidi per la prima volta una riproduzione del Codice, Eritrea libera: un lavoro postale di Alighiero Boetti, del 1975, fatto di tante buste affrancate con file di francobolli etiopi tutti uguali, con il ritratto di Hailé Selassié, qualche volta posizionato a testa in giù: «Ad Addis Abeba, in un’Etiopia senza Negus, si vive senza alcuna fede, morale, rigore. Metà della cittadinanza vuole pulirti le scarpe, anche da tennis; l’altra metà, femminile, si offre. Come inviare un’informazione segreta attraverso i canali postali? Ecco il codice che considera la sequenza alfabetica e il continuo “andare a capo”. I francobolli rovesciati (ricordando la carta numero 12 dei tarocchi, l’Appeso) indicano le lettere successive del messaggio il quale, una volta decifrato, dice la cosa più proibita in quel luogo: Eritrea libera».
Dalla finestra della variopinta camera di Jiří́ e Guesh si intravedeva, in linea con la punta dell’Obelisco Lateranense, il cartello stradale con la scritta Ambaradan: un nome da marcetta militare che mi mandava in confusione, per quel che evocava.
In Etiopia, a sud di Macallè e 700 chilometri a nord di Addis Abeba, nella zona del Debra Behan, c’è un massiccio montuoso chiamato Amba Aradam, (da «amba», rilievo montuoso) dove, dal 10 al 19 febbraio del 1936, le truppe degli invasori italiani, comandate dal maresciallo Pietro Badoglio, combatterono una cruenta battaglia contro gli etiopi guidati dal ras Mulugeta Yeggazu.
L’aviazione italiana, che aveva il dominio incontrastato del cielo, utilizzò su larga scala il gas iprite, irrorandolo a bassa quota, con la precisa finalità di terrorizzare sia i soldati che la popolazione civile e piegarne ogni resistenza, mentre le truppe italiane a terra lanciavano con l’artiglieria proiettili al fosgene e arsina. Ma il soldato-giornalista Indro Montanelli, non vide e non volle vedere nulla, e negò per tutta la vita quei crimini italiani. Eppure, già a partire dal 22 dicembre 1935 l’esercito italiano usava le armi chimiche, contravvenendo al Protocollo di Ginevra del 17 giugno 1925 (sottoscritto anche dall’Italia). Nel luglio del 1936 il deposto imperatore Hailé Selassié aveva denunciato, all’assemblea della Società delle Nazioni, che: «Mai, sinora, vi era stato l’esempio di un governo che procedesse allo sterminio di un popolo usando mezzi barbari, violando le più solenni promesse fatte a tutti i popoli della Terra, che non si debba usare contro esseri umani la terribile arma dei gas venefici».
Durante la battaglia di Amba Aradam le truppe italiane erano alleate con alcune tribù locali ma, a seconda delle trattative in corso, alcune di queste si schieravano a loro volta con il nemico, per poi riaffiancare i soldati italiani.
Al loro ritorno in patria, i soldati «italiani brava gente», di fronte a una situazione disordinata e caotica, cominciarono a definirla «come ad Amba Aradam»: «è un’Amba Aradam». Nell’uso, le due parole si sono fuse in una sola, col cambio della lettera finale, diventando Ambaradan.
Tre anni dopo, tra il 9 e l’11 aprile 1939, una carovana di partigiani guidati da Abebé Aregai, leader del Movimento di Liberazione etiope, fu individuata dall’aviazione italiana e si rifugiò nella grotta di Amezegna Washa (Antro dei Ribelli) del monte Amba Aradam. La carovana era composta da membri della resistenza, ma anche dai loro parenti, che garantivano la cura dei feriti, oltre che da donne, vecchi e bambini. Il plotone chimico della divisione Granatieri di Savoia attaccò i partigiani di Aregai, usando bombe a gas d’arsina e iprite. Solo quindici persone riuscirono a scappare dalla grotta. Morì la maggior parte di coloro che vi si erano rifugiati. Ottocento persone arresesi all’alba dell’11 aprile vennero subito fucilate. Coloro che all’interno della grotta continuarono la resistenza furono uccisi con i lanciafiamme. Le estese ramificazioni della grotta resero però molto difficile esplorarla per stanare i membri della resistenza che ancora vi si rifugiavano. Il comando militare italiano diede quindi l’ordine di ostruirne l’imboccatura.
In quella grotta di una montagna ormai dimenticata è sepolta la nostra buona e confusa coscienza nazionale, ricordata oltre che a Roma, anche a Genova, Lainate e Mestre, dove ancora esistono strade che si chiamano via Amba Aradam.

(pubblicato in L’ambaradan delle quisquilie, Sellerio 2013)