L’ultima partita di Kobe Bryant in NBA, dieci anni fa
Quella col famoso discorso che finì col microfono lasciato a terra, un gesto che poi divenne molto imitato

Il 13 aprile 2016 Kobe Bryant, uno dei giocatori di basket più forti di sempre, giocò la sua ultima partita in NBA, il campionato nordamericano e il più importante del mondo. Fu una serata memorabile ed emozionante, anche perché Bryant aveva annunciato il ritiro a inizio stagione e quella era l’ultima partita di una sorta di “tour d’addio” che durava da mesi. Soprattutto, però, Bryant segnò 60 punti, più che in ogni altra partita della stagione, e i Lakers (la sua squadra) vinsero in rimonta per 101 a 96. Fu una prestazione eccezionale, soprattutto per un cestista di 37 anni come lui che tre anni prima si era rotto il tendine d’Achille.
Kobe Bryant giocava in NBA dal 1996, da sempre con i Lakers. Vinse cinque volte il campionato, tra il 2000 e il 2010, e due ori olimpici; dopo il ritiro vinse anche un premio Oscar, nel 2018. Morì il 26 gennaio 2020 in un incidente d’elicottero, insieme a sua figlia Gianna Maria e altre sette persone.
Per la fama e l’impatto che ebbe sulla storia moderna della NBA, Bryant è considerato uno dei migliori giocatori di sempre assieme a Michael Jordan, LeBron James e pochissimi altri. Era dotato di un fisico imponente ma agile e di una tecnica eccezionale. Lo resero apprezzato i suoi tiri in sospensione (quelli in cui il giocatore lascia la palla nel punto più alto del suo salto), le sue dirompenti schiacciate e – soprattutto – la sua etica lavorativa e la sicurezza di sé. Queste ultime due erano così fuori dal comune che venne persino dato loro un nome: mamba mentality, dal suo soprannome Black Mamba.
La frase più celebre che Bryant pronunciò la sera di quella sua ultima partita fu proprio «Mamba Out», che tradotta significa: «Il Mamba se ne va». E, ispirandosi a un gesto che si vede spesso nell’hip hop, mise a terra il microfono con il quale aveva pronunciato il suo discorso d’addio. Fu un momento che entrò così tanto nella cultura popolare statunitense che pochi mesi dopo lo imitò persino Barack Obama durante uno dei suoi ultimi importanti discorsi da presidente degli Stati Uniti.
La mamba mentality di Bryant viene ancora citata moltissimo, anche al di fuori degli Stati Uniti e dello sport. È spesso collegata alla sua grande sicurezza, alla sua insoddisfazione continua verso i propri risultati e alle tante storie di chi ha giocato con lui, che lo ha sempre raccontato come un giocatore che si svegliava ore prima dei compagni per allenarsi da solo.
Ma ciò che distinse Bryant rispetto a quasi tutti gli altri cestisti della storia dell’NBA fu soprattutto la sua straordinaria intelligenza cestistica. Oltre a passare ore in palestra, infatti, era uno che guardava e studiava continuamente i video delle partite. Marco Belinelli – uno dei pochi italiani a giocare con costanza in NBA e più o meno negli stessi anni di Bryant – ha detto che Bryant «sapeva tutto di tutti dal punto di vista cestistico» e che era un «fanatico della pallacanestro». Tex Winter, storico viceallenatore dei Lakers, disse persino che capiva il gioco molto meglio di quanto lo giocasse.
Secondo il giornalista di The Ringer Jonathan Tjarks fu proprio questa intelligenza – secondo lui innata, in parte – che permise a Bryant di rimanere così forte così a lungo, anche quando l’esplosività e l’atletismo iniziarono a venir meno. Dopotutto non era mai stato un giocatore che poteva fare affidamento su una stazza fisica fuori dal comune (era alto 1,98 metri, contro i 2,16 del suo storico compagno Shaquille O’Neal).
Per gran parte della sua carriera, Bryant rimase un ottimo difensore e un eccellente realizzatore. Ancora oggi è il quarto miglior marcatore della storia della NBA, e l’unico sotto i due metri tra i primi cinque.


