Perché perdiamo sempre – lipogramma di sinistra*

Ok, proviamoci. Proviamo a trovare le ragioni della più clamorosa e cocente sconfitta elettorale e politica della sinistra italiana, ben peggiore di quella del 1994, molto più grave considerate le premesse e gli avversari, molto più dannosa visti gli esiti che ha comportato. A modo suo una mazzata che entrerà nei libri di storia per la sua portata.

Non posso non vedere, a monte di questa Caporetto della sinistra italiana, ragioni strutturali, clamorose cantonate collettive e anche un po’ di destino cinico e baro. Perché è vero che l’elettorato italiano è quel che è.
Gli italiani nel corso degli anni hanno pestato innumerevoli cacche: hanno portato la merda in casa. E ora, invece che prendere spazzolone e secchiello, vogliono demolirla per fare pulizia.

Però, chiarito il fatto che viviamo in un paese pieno di irresponsabili drastici, allarghiamo lo sguardo e cerchiamo di capire le ragioni lunghe e corte di questo disastro. Perché se i cittadini alternano ciclicamente voti al malaffare e voti all’uomo della provvidenza mascherato da uomo delle pulizie o demolitore, forse è anche un po’ colpa nostra in quanto sinistra, se non ci considerano mai un’alternativa percorribile e finiamo per votarci da soli o quasi, tra noi “nati” di sinistra.

Dobbiamo, insomma, interrogarci non su questa sconfitta in sé, ma sul fatto che in sostanza a livello nazionale la sinistra italiana non vince mai (le due volte che lo ha fatto ha rimediato con le unghie e con i denti maggioranze risicate, problematiche e in buona parte inconcludenti e transitorie, facendo alleanze con cani e porci). Anzi, nella storia d’Italia in sostanza non ha mai vinto. Mai mai mai.

Magari viene fuori qualche idea su cosa fare. Perché ora come ora ne ho poche e si vede: ho passato la giornata di ieri a gridare “dimissioni” e non è da me, anche se è opportuno che arrivino al più presto.
Serve fare un passo indietro e partire da lontano.

Pensandoci un po’ su, mentre polemizzavo con mezza timeline di Twitter, ho individuato tre “ragioni lunghe” del perché finora abbiamo perso sempre le elezioni a livello nazionale.

 

Prima ragione lunga della sconfitta: la sinistra italiana si trova sempre dalla parte sbagliata quando il popolo decide di fare grandi svolte.

Pensiamoci: già nel 1994, dopo anni in cui la sinistra era il bastione unico contro il tangentismo e il malaffare pentapartitico, il popolo italiano è riuscito a esprimere il suo malessere contro il sistema che aveva alimentato per anni col proprio voto, votando in massa per i nuovi arrivati berlusconiani e i “mostri” fascio-leghisti.
E il povero PDS era stato preso e impacchettato, in modo assolutamente ingrato, insieme ai “vecchi arnesi della politica consociativa”, quelli da abbattere a colpi di novità.
In sostanza, ti batti per anni contro un nemico e, una volta sconfitto, il bottino lo prende un altro che passa di lì e dice a tutti che in verità tu e il nemico eravate alleati ed è ora di cambiare. E tu zitto, incolpevole e mazziato.

Anche nel 2013 è successo così (va detto: con più colpe e connivenze di quante ce ne fossero imputabili nel 1994). Anni e anni di opposizione del PDS/DS/PD a Berlusconi sono spariti dal dibattito pubblico. Anzi, ha vinto un signore che chiama il PD “PDL meno elle”.
E di nuovo la sinistra, che indubbiamente era alternativa ai “cattivi”, è riuscita a farsi vendere da terzi come appartenente al vecchio regime, a scontare colpe sostanzialmente altrui (ha le proprie, ma rispetto a quelle berlusconiane siamo su altri ordini di grandezza) e non è riuscita a proporsi come alternativa nel momento del colpo finale.

L’impressione che ne traggo è che la sinistra ha un problema di posizionamento quando il gioco si fa duro, perché non riesce a cavalcare i cambiamenti che auspica, i movimenti che accende (direttamente o indirettamente) e non riesce a interpretare bene le svolte del paese.
Sembra quasi che la sinistra italiana riesca solo a muoversi sul piano dello status quo. Quando la contingenza richiede spostamenti diversi, non ce la fa a superare gli schemi, anche se sono prossimi al crollo.

E’ un problema di interpretazione, di comportamenti e, soprattutto, è un problema di narrazione. E la narrazione è fatta di contenuti e di atti simbolici, di forma.
Da questo punto di vista la sinistra italiana è sempre stata blanda e non ha fatto quello che tutti si aspettavano, nemmeno un maquillage. Ed ecco che arriva il secondo problema.

 

Seconda ragione lunga della sconfitta: vogliamo i convertiti, non gli elettori

Un errore, nel 2013, è non avere dato al paese un minimo segnale di discontinuità, cioè non aver prodotto nemmeno una foglia di fico di cambiamento per poter dire agli italiani “ora siamo diversi”.

E’ lo stesso errore fatto nel 1994, quando la transizione post-occhettiana non era stata portata a fondo e avevamo fatto i Progressisti, di fatto la stessa compagine di adesso.

Ora, io capisco bene l’orgoglio che molti hanno esibito come un distintivo: “siamo da sempre dalla parte giusta (prima contro il pentapartito e i tangentari, poi contro il malaffare berlusconiano)”, ma l’orgoglio non è autorevolezza. E se la gente non ti riconosce quei meriti che reclami o ne è indifferente, tieni l’orgoglio per la sfilata del primo maggio e cambia.

Tutto gridava che in Italia ci fosse un disperato bisogno di cambiamento, nel 2013, come nel 1994 c’era una voglia fortissima di farla finita con qualcuno/qualcosa. Bisognava capirlo, contando che eravamo alternativi a quelli di cui il paese voleva liberarsi.

Tra l’altro la gente è superficiale, si accanisce su temi simbolici o, se concreti, di retroguardia ma emblematici (i costi della politica, per dire). Bastava pensarci e reagire.
L’ideale sarebbe stato rinnovare realmente, aggiornarsi, entrare in sintonia con cosa succede al di fuori dei circoli della sinistra, che tende mostruosamente all’omogamia e non vede cosa succede “là fuori”, anzi è convinta che il suo mondo sia il mondo intero.

Si è invece scelto di fare il contrario, cioè di dire a tutti “siamo noi, sempre più noi, non cambieremo mai”.
Se il PD del 2013 fosse una marca, avrebbe un brand del genere “PD, dal 1921”, come i vecchi ristoranti coi camerieri anziani a cui tremano le mani quando ti portano in tavola la cassoeula.
Si è pensato che l’orgoglio di appartenenza fosse un valore che in qualche modo avrebbe permesso alla sinistra di vincere. Chissà in base a quale ragionamento: la politica non è il calcio, in cui una squadra coesa e orgogliosa vince. E’ esattamente il contrario, nonostante abbondino le metafore pallonare: è una realtà complessa in cui l’approccio tribale non prevale, perché si basa su un principio identitario di esclusione. Vince chi ha più supporter sugli spalti, non chi ha il gioco più armonioso al suo interno, manifesta gli intenti più battaglieri o fa l’haka più imbarazzante.

Mi urta ogni volta che perdiamo le elezioni suggerire la lettura di “Contro l’identità” di Francesco Remotti  ma a sinistra continuiamo a frequentare troppo poco gli studi di antropologia culturale. E dire che tra le Scienze Umane è la materia più di sinistra per definizione.

La scelta ha avuto risvolti imbarazzanti: virgolettati di autorevoli (e non: il pensiero era purtroppo diffuso anche presso la base militante) esponenti di sinistra che dicevano “non vogliamo i voti di quelli di destra”, non capendo che quei voti di persone che in precedenza sì avevano votato a destra ma erano sulla via di Damasco sarebbero stati dati al programma del PD (magari un po’ più liberal, magari un po’ meno ideologico, magari un po’ meno da “sinistra storica”, ma non la fine del mondo, anzi, forse l’inizio di una revisione di cosa significa essere di sinistra nel 2013). E non capendo che senza i voti che prima erano stati dati agli altri non si vincono le elezioni. E dire che è un concetto così elementare.

La verità è che siamo innamorati di noi stessi, noi di sinistra. E ci amiamo perché siamo di sinistra, perché siamo convinti intimamente di avere ragione, eccetera. Atteggiamento orribile che conosco benissimo perché ne sono mostruosamente vittima.
Esistere solo per autorappresentarsi è legittimo, beninteso: ci sono migliaia di associazioni di combattenti e reduci che lo fanno, finché morte non li separa dal pianeta. Il PD sta facendo questa fine ed è bene rendersene conto fino a quando siamo ancora abbastanza giovani per rimediare.

Invece no, la speranza della sinistra italiana è che il paese un giorno si svegli e dica “scusatemi, ho sbagliato, sono diventato di sinistra: come ho fatto prima? è pazzesco, I must have been blind, eccetera”.

Non funziona così: la realtà è che da un partito di massa del 2013 ti aspetti che, senza snaturarsi, aggiorni la propria proposta politica e risponda alle esigenze dei cittadini, anche se in certi casi possono sembrare puerili, bislacche o non così emergenti. E ti aspetti che abbia la capacità se non di imporre almeno di proporre un’agenda politica, magari partendo dalle risposte alle suddette esigenze che vengono da fuori. Non è stato fatto. E qui scatta il terzo problema.

 

Terza ragione lunga della sconfitta: la perdita progressiva di pertinenza della sinistra italiana

La verità è che nel corso degli anni la sinistra ha regalato ad altri molti temi che erano suoi per definizione: l’ambiente, la qualità della vita, la moralità (anche di costi) in politica, eccetera.
Li ha regalati nella narrazione, occhio: magari nel programma erano tutti argomenti affrontati, ma sono rimasti lì, tra le pagine.
Gli altri li hanno resi emblematici, ne hanno fatto simboli di rinnovamento e li hanno affiancati a nuovi temi non intercettati o malapena sfiorati dall’attuale sinistra italiana: la lotta alla burocrazia, la tutela dei piccoli imprenditori e delle partite IVA sfruttate (cioè l’argine agli eccessi vessatori di Equitalia), la lotta agli sprechi, l’attenzione alla Rete.

Il perché della “perdita tematica” della sinistra credo sia uno solo e pure ben visibile: gli strateghi di partito hanno perso il contatto da anni con la realtà e propongono soluzioni probabilmente utili e ragionevoli per un mondo che in buona parte non c’è più o c’è ma è relegato in una nicchia.

L’approccio della sinistra al mondo del lavoro, per fare un esempio, è emblematico: continuano a pensare che la soluzione alla precarietà sia un mondo di assunti a tempo indeterminato, come una volta, non capendo che la situazione è irreversibile e l’unica risposta è creare un sistema in cui ci sia flessibilità in entrata e in uscita e abbondanza di offerta, con adeguati strumenti di ammortizzazione sociale.

Va a finire che a furia di perdere di vista la realtà, anche alcuni cavalli di battaglia della sinistra (“lavoro, lavoro, lavoro!”) perdano senso. E altri vengano abbandonati.
Per esempio l’ecologia, su cui la sinistra è sempre stata all’avanguardia, ha mutato la sua natura da ambito “etico” a realtà pratica, che riguarda gli stili di vita privati e condivisi, che ha a che fare coi consumi, eccetera.
Su questo tema, così configurato, la sinistra è assente e la fanno da padrone i movimenti, i grillini, perfino i cittadini organizzati e non politicizzati (per esempio i gruppi di ciclisti).

Potrei fare molti esempi di argomenti su cui la sinistra non è pertinente o è in ritardo, ma credo che un tema in particolare, clamoroso e recente, valga per tutti: la questione degli F35, su cui il PD ha cincischiato, preso da un incrocio inspiegabile di pavidità. Risultato: non è stato né dalla parte della soluzione né dalla parte del problema. E non ha risolto nulla. La gente, in quel caso, sceglie gli altri.

 

Quindi?

Di solito a questo punto c’è un paragrafo che cerca di tirare le fila.
Credo sia prematuro: ci siamo studiati ancora troppo poco e i tempi della politica nostrana sono così lunghi da consentirci il  lusso di farlo ancora un po’.

Credo, o forse spero, che la soluzione venga fuori dà lì, dal prendere per le corna i tre problemi lunghi e porvi rimedio.
Sono tre problemi che comportano cambiamenti forti, che riguardano noi (noi sinistra), come ci autorappresentiamo, come ci presentiamo agli altri, cosa pensiamo e cosa vogliamo.
Per cambiare dobbiamo cambiarci.

 

* il lipogramma è quel gioco di parole per cui ci si impegna a scrivere un testo senza usare una lettera specifica. Ho provato a farne uno politico, cioè eliminando dal dibattito i termini “Bersani” e “Renzi”, perché altrimenti finiamo a parlare di persone e non di idee e lo abbiamo già fatto ieri, giornata in cui ci è piaciuto menare un po’ le mani, perché eravamo tutti nervosetti.

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