Cara sinistra milanese

C’è un quadrilatero in Italia in cui alle elezioni il centrosinistra è andato benissimo. Questo quadrilatero ha come vertici il quartiere Isola a nord del centro di Milano, a sud arriva da un lato ai Navigli e dall’altro a Porta Romana. A nord est sfiora quasi Nolo, il quartiere multietnico che va di moda tra i giovani designer. In questi trenta chilometri quadrati hanno votato circa 300 mila persone e più del 40 per cento di loro ha scelto il centrosinistra e il Partito Democratico.

Questo gruppo di persone è molto rappresentativo di quello che è oramai diventato l’elettorato più fedele al Partito Democratico: i ceti istruiti benestanti, ma non necessariamente ricchi, che abitano nei centri delle grandi città, soprattutto del Centro Nord. I più attivi politicamente tra di loro sono la colonna portante intellettuale del centrosinistra e del suo partito più grande, il PD. E di questi intellettuali, per ragioni di ricchezza e dimensioni, Milano ospita la fetta più grande. In altre parole la “sinistra milanese” è il simbolo della élite progressista italiana, che guarda serie TV con i sottotitoli, che va al Teatro Parenti e che ha comprato il Foglio almeno una volta in vita sua.

È almeno dal 2013, con l’entrata del Movimento 5 Stelle in Parlamento, che questa élite è sotto attacco per non aver saputo prevedere e fronteggiare la marea populista. “Sinistra radical chic milanese” è diventata un’espressione in grado di mettere fine a qualsiasi conversazione. Chi è accusato di essere un suo esponente viene automaticamente bollato come un illuso politico che pensa che l’intero paese sia contenuto dentro la cerchia dei bastioni (o qualunque altro elemento topografico delimiti il suo centro urbano). A secondo che le critiche arrivino da destra o da sinistra, la “sinistra chic” è accusata di aver perso troppo tempo dietro i diritti di gay e immigrati, oppure non abbastanza dietro a quelli dei poveri e degli esclusi.

Credo che la maggior parte di queste critiche, però, siano ingiuste. Forse nella mia difesa sono parziale, visto che per residenza e simpatie politiche faccio necessariamente parte di questa categoria, ma credo che ci siano un paio di cose da dire su quali sono davvero le responsabilità della “sinistra milanese”.

La cosa migliore da fare è cominciare con la parte più facile, cioè rispondere alla principale critica che si fa alla sinistra milanese: quella di non aver saputo cogliere gli umori del paese e arginare la mare populista. La risposta, in questo caso, è facile. E chi ci è riuscito? Alle ultime elezioni, l’unica alternativa “moderata” disponibile, Forza Italia, ha ottenuto il risultato peggiore della sua storia, dimezzando i voti del 2013 e consegnando il Sud al Movimento 5 Stelle. Le altre forze di sinistra hanno a malapena superato la soglia di sbarramento e gli europeisti di +Europa non ce l’hanno fatta.

L’altra accusa frequente è quella di aver sostenuto Matteo Renzi, quasi all’unanimità all’inizio, e in numeri ancora consistenti ancora oggi. Di averlo votato in massa alle primarie per tre volte, di averlo sostenuto sui giornali, sui social network, nel partito. Renzi, sostengono i critici, si è rivelato rapidamente un pericolo, se mai ci sono stati dubbi sulle sue vere intenzioni, ma la sinistra chic ha continuato a sostenerlo convintamente o almeno turandosi il naso.

Molte critiche a Renzi e ai suoi limiti sono corretti, ma nella furia della sconfitta rischiamo di dimenticarci com’era ridotto il campo del centrosinistra prima del suo arrivo. Il suo principale partito, il PD, era già allora in pessima salute. I suoi dirigenti, anziani anche dal punto di vista anagrafico, erano accusati di essersi chiusi a riccio, di aver reso il partito impermeabile alle nuove energie e ai nuovi stimoli. Renzi fu accolto come una ventata di novità dopo una lunga stagione in cui veniva chiesto un ricambio dei vertici. Quella sinistra milanese che si era spesso vista sbarrare la strada della politica da un partito chiuso in sé stesso ha abbracciato Renzi come il campione di un’intera generazione esclusa dalle leve del potere.

Cambia poco il fatto che Renzi non abbia in buona parte mantenuto la sua promessa di rinnovo e cambiamento. Il problema è che l’unica alternativa possibile, fino ad oggi, sono stati quegli stessi dirigenti la cui presa sul partito aveva portato all’ascesa di Renzi. Non deve sorprendere quindi che buona parte della sinistra milanese ancora oggi rimanga tenacemente attaccata a Renzi. Con tutti i suoi difetti rimane, apparentemente, un’alternativa migliore a quello che sarebbe un completo ritorno al passato.

Detto questo però, non significa che la sinistra milanese debba sentirsi assolta da ogni responsabilità. Soprattutto dopo la sconfitta di domenica ci sono alcune cose che fino ad ora venivano date per scontate che andrebbero invece rimesse in discussione.

La prima è che il centrosinistra, e il PD, devono prepararsi già da ora alla prossima campagna elettorale. In altre parole, penso l’opposto di quello che ha detto Renzi nella sua intervista al Corriere della Sera,  e cioè che il PD può vincere le prossime elezioni perché l’elettorato è mobile, basta rimettersi in marcia e con una buona campagna elettorale si può ribaltare il risultato. Se c’è una cosa che ci ha insegnato il 4 marzo è che siamo di fronte a una lunghissima e apparentemente inesorabile serie di sconfitte del centrosinistra cominciata quattro anni fa. Non ci sono svolte improvvise o rivolgimenti inaspettati all’orizzonte.

La sinistra milanese, credo, dovrebbe rassegnarsi al fatto che ha davanti a sé lunghi anni in cui sarà minoranza tra le minoranze del paese e che se vorrà tornare a contare qualcosa ha molto lavoro da affrontare.

L’altro luogo comune che andrebbe messo in discussione è che sia ancora possibile percorrere al centro l’antica Terza via solcata da Blair. In Italia, come nel resto d’Europa, negli ultimi 20 anni i partiti di centrosinistra si sono spostati al centro, mettendo l’accento, oltre che sui loro tradizionali temi di protezione sociale, sulla necessità di innovare, di rendere l’economia flessibile e di accettare le novità introdotte dall’apertura dei mercati alla competizione internazionale. In molti paesi, compresa l’Italia, la Terza Via è stata riassunta nella flexsecurity, l’idea che accanto alla protezione sociale, la security, si dovesse introdurre anche la flessibilità, diminuendo le tutele sul posto di lavoro, attenuando gli antichi legami che univano partiti di centrosinistra e sindacati dei lavoratori.

Questa idea, se spesso è stata tradotta in pratica in maniera imperfetta, ha permeato profondamente il linguaggio del centrosinistra e quello della sua élite intellettuale. Soprattutto nell’epoca di Matteo Renzi, la sinistra ha parlato sempre di più il linguaggio dei vincenti, degli imprenditori, degli startupper. In altre parole, di chi aveva vinto la sfida del nuovo mondo più competitivo. La protezione di non chi invece non ce l’ha fatta, ancora prima nel linguaggio che nella pratica, si è sempre più persa lungo il cammino.

La sfida, quindi, più che un utopico ritorno agli anni ’70 che nessuno auspica più, nemmeno nel favoleggiato Regno Unito di Corbyn, è quella di saper rimettere l’accento sulla “security” oltre che sulla “flexibility”. Parlare il linguaggio di coloro che nelle nuove sfide hanno avuto la peggio, oltre che di quelli che sono riusciti a migliorare le loro condizioni. Non significa abbandonare le evoluzioni sane che la sinistra ha avuto negli ultimi vent’anni. Significa creare un riformismo che abbia un volto umano. Rimettere il “radical” davanti allo “chic” che viene affibbiato di solito questa sinistra.

Esagero: è un mutamento che secondo me passa ancora prima dal linguaggio e dalle scelte del personale politico, più che dai programmi e dalle misure messe in pratica. È un mutamento culturale, ancora prima che politico, e per questo sarà l’élite intellettuale che prima di tutti se ne dovrà fare carico. L’alternativa temo sia una soltanto. Quella rabbia e quell’insoddisfazione troveranno altre strade per sfogarsi, come le hanno già trovate domenica scorsa. Lungo quelle strade troverà altre guide e altri leader che degli ideali e sentimenti di quella “sinistra chic” non condividono nulla. E quella che per il momento è un’élite che si è solo temporaneamente distaccata dal resto del paese finirà per restare sepolta nelle sue torri d’avorio affacciate sui Navigli.

Davide De Luca

Giornalista. Ho scritto per l’Arena di Verona e per l’Agence Europe di Bruxelles. Ho collaborato ad alcuni libri d’inchiesta su CL e la finanza cattolica. Mi piacciono i numeri e l’economia e cerco di spiegarli in modo semplice. Su Twitter sono @DM_Deluca