Una cosa semplice per migliorare la scuola

Sono in molti ultimamente i premier che al momento dell’insediamento dicono che la loro priorità è la scuola. Sicuramente Tony Blair è quello che ci mise più enfasi quando nel 1997 lanciò il famoso slogan Education! Education! Education!, ed è chiaro che il discorso d’apertura di Renzi che illustrava un programma imperniato sull’istruzione, a partire dagli stanziamenti per l’edilizia scolastica, voleva omaggiare il leader laburista; come è probabile che un’altra citazione crittata per Blair fosse quella che Michael Dobbs ha piazzato in bocca a Garrett Walker, neo-presidente degli Stati Uniti d’America, proprio nella prima puntata di House of cards, quando proclama il suo programma di governo per i primi cento giorni. E certo, essere dalla parte della scuola, lo riconoscono bene i cinici protagonisti di HOA come Frank Underwood o Zoe Barnes, è una posizione difficilmente divisiva: si genera rapidamente consenso senza doversi impelagare su temi più scottanti di politica interna o estera, o addirittura impiccarsi da soli alla corda di qualche dilemma economico in tempi di crisi.

Del resto il discorso sulla scuola è un discorso con i suoi stilemi precostituiti. Se ci si legge un po’ di letteratura dedicata, si vede come dalla Riforma Casati agli inizi del Regno d’Italia fino al vero porcellum italiano, la Riforma Gelmini, la scuola è stata raccontata come una casa con le fondamenta sulla sabbia: D’Amicis, Ada Negri, Mastronardi, Sciascia, Vittorio De Seta, Starnone, Lodoli, Silvia Dai Pra’… lo scaffale italiano è affolatissimo, ma tutti questi libri hanno un tratto tematico comune: la crisi della scuola. Così anche quegli eroi disarmati della pedagogia italiana, come Montessori, Don Milani, Rodari, Lodi mostravano ogni volta come i progetti di riforma vivessero sempre osteggiati da una politica sorda e da una società regressiva.

Ora, faccio l’insegnante anche io da cinque, sei anni: mi sono fatto la mia SSIS (che è stata un po’ una malattia esantematica, tipo mi sono fatto gli orecchioni, o il morbillo), il mio tirocinio, il mio concorsone addirittura l’anno scorso, e da ormai qualche anno cerco di capire come sarebbe possibile migliorare la mia formazione, ma anche in generale la qualità dell’istruzione pubblica in Italia, vado ai convegni, ai seminari, leggo moltissimo in merito, cerco di prepararmi per le lezioni che devo fare tutti i giorni… Poi ogni volta che mi trovo a discutere di come si potrebbe riformare la scuola, in maniera piuttosto banale, ritorno a difendere due idee che sono sempre le stesse: 1) pagare di più gli insegnanti, 2) formarli attraverso corsi di aggiornamento obbligatori ciclici. Sono due cose che non si fanno mai, e che quindi, faccio spallucce, io potrò continuare a ripeterle ogni volta che m’inviteranno a parlare di scuola, e fare anche io la mia bella intemerata esclamativa da anima bella.

Qualche giorno fa però mi sono reso conto, leggendo il bel libro-intervista che Giorgio Zanchini ha fatto a Marino Sinibaldi (Un millimetro in là, Laterza) che ci potrebbe essere una battaglia culturale semplice semplice che invece non viene quasi mai imbracciata quando si discute di questi temi. Nel suo libro Sinibaldi cita ampiamente quanto sia stata importante nella sua formazione la scuola pubblica, e tutta la prima parte del libro sembra concentrarsi proprio sul presupposto politico (le citazioni sono per Wilkinson e Pickett e per Branko Milanovic) che – nonostante la società globale, internet e compagnia bella – le disuguaglianze sociali hanno continuato negli anni a riprodursi, attraverso lo scoraggiamento, l’esclusione, la ghettizzazione, etc… e in questo senso proprio la scuola è il campo di gioco di questa discriminazione su larga scala. Chi viene da una famiglia ricca e colta rimane ricco e colto, chi nasce povero e con pochi libri in casa replicherà la sua situazione di partenza. Insomma, le condizioni genetiche – verrebbe da dire – sono ancora determinanti e sperequative.

Dunque, invece. Questa battaglia semplice semplice da fare sarebbe quella contro le ripetizioni private. Le ripetizioni private, come potete immaginare, sono una pratica diffusissima: da quando insegno, credo di non aver conosciuto nessun collega che non desse ripetizioni private. Da quelli fortunati che insegnano matematica e fisica e possono farsi pagare anche 40 o 50 euro l’ora, ai professori di latino e greco a cui non mancano mai gli studenti. Fanno ripetizioni tutti, i vecchi colleghi incardinati, e quelli precari da anni, supplenti intermittenti per la miseria di mille euro se va bene, che vanno in scuole lontane 50 chilometri da casa, che durante l’anno magari cambiano sei cattedre diverse. Alcuni docenti sono delle macchine da ripetizioni: alle ore in classe e nei consigli, aggiungono almeno tre o quattro ore quotidiane a casa. Ai risibili 1300 euro di stipendio base magari addizionano anche 1000 o anche 2000 o addirittura 3000 euro di meno risibile reddito domestico. E poi ovviamente ci sono quelli che non insegnano, ossia tutti gli altri, gli incapienti, milioni di persone in Italia, gli iperformati che nessun mercato del lavoro ha intenzione di assorbire, quelli che non percepiranno neanche l’elemosina elettorale degli 80 euro e che alle volte l’unica alternativa che sfruttano, alternata a qualche mcjob, è quello di svoltare almeno un par di cento euro al mese aiutando a studiare qualcun altro.

Fare ripetizioni private credo sia il lavoro più diffuso in Italia. Lo fanno i manager qualche volta per i figli di un amico, lo fanno i disoccupati perenni che provano a chiedere al parroco se conosce qualche ragazzino a cui raccomandarsi. Del resto il mercato delle ripetizioni fattura un giro di soldi da un miliardo di euro circa (il Codacons recentemente ha provato a farne una stima, secondo me molto al ribasso). Questo miliardo di euro è ovviamente tutto reddito non tassato. Nero puro. Ci sarebbero – e vengono raramente usati – dei sistemi di rendicontazione, i cosiddetti voucher; ma io non conosco nessuno che se ne sia avvalso.

Insomma se le ripetizioni sono la ciambella di salvataggio per un’intera categoria di lavoratori, quelli cognitivi chiamamoli, ridotti allo stremo dai tagli all’istruzione, alla cultura, e alla ricerca (spesso magari quegli stessi docenti universitari che fanno interi corsi accademici per un euro – sic! – a semestre); dall’altra parte, incontrovertibilmente, producono come effetto pernicioso uno stato di cose che, suppongo, la totalità di chi dà ripetizioni ha pensato di contrastare quando si è messo a studiare: non creano più conoscenza per tutti, ma per pochi, per pochi e immeritevoli. Le lezioni private sono ovviamente infatti il più grande dispositivo di disugugalianza censitaria che si produce in Italia. Se la Costituzione – all’articolo 34 – ha pensato per noi una scuola come strumento di inclusione sociale, di perequazione; le ripetizioni sistematicamente ne minano lo stesso presupposto. La mattina insegniamo a scuola in modo che tutti abbiano le stesse opportunità, il pomeriggio diamo ad alcuni (quelli con le famiglie che possono permetterselo) più opportunità degli altri.

Eppure una soluzione sistematica, lo capite anche da voi, non sarebbe complicata. Alzate lo stipendio degli insegnanti a 2000 euro, assumete una parte di questa massa di inoccupati o pseudo-occupati laureati, e permettetegli di fare una parte di quelle lezioni ai singoli studenti che ne hanno bisogno, e fategli fare tutto questo dentro le mura scolastiche. In questo modo, i più deboli sarebbero recuperati, e i redditi da lezioni extra sarebbero tassati – al 20% approssimando con molti difetti, farebbero 200 milioni di euro, mica poco. Un barlume di quest’intenzione l’aveva manifestato Fioroni nel 2007, quando ripristinò di fatto gli esami di riparazioni, ma provvide anche a pensare che le scuole dovessero mettere a disposizione degli studenti con i debiti dei corsi di recupero. Queste ore ancora esistono, ma il loro impatto, nei termini del recupero scolastico, è ridicolo. Sono ore pagate meno agli insegnanti rispetto ai prezzi di mercato, e spesso le scuole non hanno i fondi per attivarli. E quindi ciccia: chi può si prenda il numero di telefono dal fogliettino all’entrata, e mi raccomando, poi ripetete con me: viva la scuola! la scuola è sempre la priorità!