Eugenio Scalfari, patriarca

Negli ultimi due giorni, in occasione del suo novantesimo compleanno, D Donna e l’inserto culturale di Repubblica hanno dedicato due lunghe interviste, una più intima, una più intellettuale, a Eugenio Scalfari. La prima gliel’ha fatta Concita De Gregorio – quella sugli amori -, la seconda gliel’ha fatta Antonio Gnoli – quella sui bilanci intellettuali e esistenziali.

Nella prima intervista, quasi una confessione, Scalfari lascia scrivere a Concita De Gregorio delle dichiarazioni che, anche se in buona parte risapute, messe in fila risultano rilevanti: che è stato bigamo per buona parte della sua vita adulta (Simonetta e Serena); che nel corso del matrimonio ha avuto molte avventure ma sua moglie non ci dava peso («Sentiva il radicamento della nostra unione. Non conoscevo senso di colpa. Insieme ridevamo della psicanalisi»); che quando era un pischello venne portato da un amico più grande al bordello e si divertì ma non ci tornò più, e che c’era anche Italo Calvino che invece di fronte alla combriccola di loro maschi infoiati fece un po’ una figura di merda («Al bordello non rifiutai, ma non mi divertii. Feci il mio dovere. Non ci sono più tornato. Calvino no, uscì urlando»); che la prima volta con Simonetta non è riuscito a scopare, e che Simonetta dopo un po’ che si erano conosciuti non si sa in nome di cosa andò a lavorare all’Espresso. («La data del nostro incontro è il 21 gennaio ’66. Presto venne a lavorare all’Espresso. Non poté farlo da fotografa, si adattò a svolgere perfettamente compiti di ausilio al lavoro di redazione».); che conoscendo Simonetta è diventato femminista e che il femminismo per Scalfari si sintetizza in una singolare concezione («Con lei sono diventato femminista: nel suo modo, che è quello di rivendicare gli stessi diritti ma non l’omologazione dei valori. I valori maschili sono diversi da quelli femminili. Il potere in sé, salvo eccezioni, non è un valore femminile. Per le donne il successo è lo sviluppo di un progetto, l’affermazione di un obiettivo»); che ogni tanto si sbaglia chiamando l’una con il nome dell’altra («A volte, ancora, sbaglio il nome di Serena con quello di Simonetta. Lei non mi corregge mai»); che le donne a Repubblica sono state importanti, anche se non hanno ricevuto il riconoscimento che forse dovevano («Sorde alle lusinghe del potere, disinteressate ai privilegi e generose. Hanno dato al giornale più di quanto il giornale abbia dato loro. Ho imparato da loro quel che c’è di più importante, il senso ultimo della vita. Mi scuso, ora e con tutte, degli errori che ho commesso. Devo loro solo un grazie»).

Sempre nell’intervista con Concita De Gregorio parla di desiderio, in questi termini: «Ho amato molte donne, se con amare s’intende l’appetito del corpo» e «La invitai a ballare, le feci capire il mio desiderio di lei»; mentre nell’intervista che gli ha fatto oggi Antonio Gnoli ne parla in questi altri termini: «I desideri sono la sola cosa che la vecchiaia non ridimensiona. Per quanto mi riguarda sono stato un uomo plurimo e i miei desideri notevoli e spesso contraddittori. Ho dovuto conciliarli tra dolori e felicità».

In realtà il tono delle due interviste è completamente differente. La prima, che dovrebbe secondo Concita De Gregorio intitolarsi «Io e le donne» non è nemmeno un’intervista nel senso pieno del termini, ma è un monologo interrotto da qualche notazione di CDG (le uniche donne che cita in realtà, a parte gli affetti e le colleghe-dipendenti, sono personaggi mitici: Atena, Calipso, Nausicaa, Circe, Penelope); nella seconda intervista, con Gnoli, invece cita come, a parte il padre e i ras fascisti, nell’ordine: papa Francesco, Italo Calvino, Cartesio, Montaigne, Voltaire, Rousseau, Nietzsche, Gottfried Benn, Rilke, Omero, Shakespeare.

Dopo aver letto questi due lunghi pezzi celebrativi, mi sono posto alcuni semplici interrogativi; mi sono chiesto per esempio che effetto avrebbero fatto se fossero stati pubblicati tre o quattro anni fa, nella piena delle campagne di Repubblica contro il Berlusconi maschilista e puttaniere e della nascita di Se non ora quando? Lo dico senza davvero moralismo, ma anzi mi sento quasi sollevato nel notare come nel codice genetico del giornalismo e della cultura italiana che celebra in Scalfari un monumento, sia evidente, in modo pressoché illustrato, un modello di dominio maschile genuinamente patriarcale. Con le donne ci si racconta come tombeur de femmes, con gli uomini si parla di illuminismo. È incredibile come a Eugenio Scalfari stesso questa contraddizione non sia saltata all’occhio. Il fondatore del giornale che ha fatto per almeno un paio d’anni, a tamburo battente, campagne sul ruolo della donna, umiliata culturalmente, vittima del berlusconismo che l’ha ridotta a un mero oggetto del desiderio e del complice maschilismo intellettuale italiano, manifesta un’idea della cultura in cui le donne danno vita a un dibattito pubblico per caso, e in cui l’amore viene raccontato con accessi di quello che nel più gentile degli eufemismi chiamerei dannunzianismo. È stata forse brava Concita De Gregorio a fare uscire da Scalfari in modo così scoperto questo aspetto patriarcale, ma per molti versi è semplicemente Scalfari stesso che facendo un bilancio della propria vita rivendica in entrambe le interviste una specie di nostalgia per valori della sua gioventù vissuta in un Sud simile a quello dei Basilischi della Wertmuller.

Si possono trarre molte conclusioni diverse leggendo insieme queste due interviste (la prima, da D Donna, la trovate qui, e la seconda qui). Ma sicuramente l’impressione, per un lettore di Repubblica abituato a considerarsi parte di una specie di élite laica e progressista, è quella di sconcerto. È come se un rimosso fosse confessato con una spudoratezza quasi eccessiva. E non si tratta, beninteso, di una manifestazione troppo schietta, esagerata, di intimità (e qui un lettore che ha masticato un minimo di quella psicanalisi sbeffeggiata da Scalfari, ha idea che ci sia una sindrome narcisistica forte – ma quando Gnoli gli pone esplicitamente la domanda «Sei narciso?», Scalfari la liquida con un «L’ho anche scritto»); si tratta piuttosto di una mancata elaborazione minima, da political correctness verrebbe da dire, del femminismo, della sua cultura, del suo discorso politico.

Questo dato risulta tanto più interessante nel momento in cui sempre Scalfari insieme a Ezio Mauro si trovano in imbarazzo perché sul giornale che è stato il più feroce antagonista del berlusconismo ora convinvono il sostegno tra il pacato e il partigiano di fondatore & direttore per Renzi con l’ostilità di figure come Barbara Spinelli, Gustavo Zagrebelsky o Stefano Rodotà che sono stati fino a ieri quegli editorialisti utili a creare il consenso di area per un quotidiano battagliero, tutto volto a voler riscattare moralmente l’Italia.

Quel che invece appare paradossalmente cristallino è come la battaglia etica contro il Berlusconi lenone (la campagna per il processo a Ruby, le intercettazioni con le olgettine, i video della D’Addario, le 10 domande ripubblicate ad nauseam, etc…) fosse strumentale e complementare alla debolezza del contrasto politico al berlusconismo. Il femminismo – la verniciatura femminista, il presunto recupero di una prospettiva femminista – ora non serve più, e non c’è nessuna vergogna a presentarsi come un patriarca (Come del resto accadeva in un’altra intervista di un paio di anni fa all’Espresso in occasione dell’uscita del suo libro Scuote l’anima mia Eros: «L’amore per Simonetta e per Serena sono state due parallele. Nessuna delle due era subordinata all’altra. Sapevano l’una dell’altra. Provavo a stare con una sola delle mie donne. Ma era come se tentassi di tagliarmi una gamba, un braccio e metà del cervello. Inevitabile quindi fu considerare la fatica del triangolo in cui io mi assumevo il ruolo che spetta al padre»).

In tutto questo, temo, non si tratta di una questione ad personam, delle novanta candeline per Scalfari il cui fumo opacizza in fondo anche le critiche per un personaggio davvero di un altro secolo. La sensazione è che le interviste a Scalfari siano un modello molto invalso per la cultura italiana: l’idea che le intellettuali donne siano non solo ridotte a una minoranza, ma esaltate e ammirate proprio perché minoranza, proprio perché subordinate, proprio perché “rinunciano al potere”, proprio perché a 90 anni basta dirgli grazie, è stato bello, baci a tutte, bene così.