Aerofollie

Chi tiene famiglia sull’isola (e con “Isola” non mi riferisco a nulla che sia raggiungibile con una mezz’ora di traghetto) di solito è abituato a prendere l’aereo un tot di volte all’anno, soprattutto in corrispondenza delle feste comandate. Non mi metterò a fare la solita scena: prendere l’aereo non mi pesa affatto, sebbene in linea di massima io preferisca il treno come mezzo di trasporto, ma per la mia modesta esperienza è il contesto viaggereccio in cui le possibilità di incontrare I Matti godono del più alto fattore di moltiplicazione.

Mi dilungo ancora un po’, ché le premesse mi piacciono assai e non vorrei mai essere fraintesa. Parlo di contesto viaggereccio festivo, quei fortuiti casi in cui sei costretto a prendere l’aereo il 23 dicembre o due giorni prima di Pasqua o il 13 di agosto e la fila al check in farebbe apparire invitante, al confronto, un bunker pieno di scimmie urlatrici.

Una breve panoramica sulle esperienze passate:

Quella volta che un bambino mi ha vomitato addosso: qualche mese di vita, chiaramente nutrito con le tempistiche sbagliate, in preda a una violentissima crisi di pianto, riscontrata la sfibrata apatia di sua madre, ha deciso di rivolgersi a me. Per vomitarmi addosso i suoi ultimi tre pasti. Pur commossa dall’evidente dimostrazione di fiducia, non sono riuscita a godermi il resto del viaggio.

Quella volta che la tipa seduta accanto a me si è tolta calze, scarpe e ha cominciato a tagliarsi le unghie dei piedi: il problema derivato da questi improvvisi attacchi di CHE CAZZO STA SUCCEDENDO è che non riesci a smettere di fissare la persona in questione. Vorresti distogliere lo sguardo, ma la parte di te che non vuole crederci, che no non sta succedendo davvero, ti impedisce di farlo.

Quella volta che un tizio si è messo a raccontarmi la sua vita e circa a metà ho capito che mi stava raccontando la trama di Titanic: “no perché io ero un artista di strada, se ora sono qui è solo perché mi sono vinto a poker i soldi del biglietto…” eccetera, finché non è diventato inquietante perché, insomma, il Titanic è affondato. Con tutte le conseguenze che ben ricordiamo.

Quella volta che ho rubato un bambino per saltare la fila al check-in: questa è una storia divertente, perché La Matta sono io (e ci ho fatto anche bella figura). Partenza estiva, aeroporto nel peggiore dei casini incasinati; mi avvicino ai monitor per controllare il numero del check-in e noto una signora con quattro bambini al seguito e ottantacinque valigie, chiaramente nel panico. Mi chiede aiuto perché è la prima volta in vita sua che prende un aereo da sola, e sta viaggiando con tutti i figli. Avendo io solo una valigia, mi offro di aiutarla a portare qualcosa (viaggiavamo entrambe con la stessa compagnia, check-in unico): non pensavo che mi avrebbe mollato in braccio la figlia di pochi mesi. Pochi minuti dopo, mentre fissavamo col terror panico la lunghissima fila verso i banchi di accettazione, aprono un’altra postazione solo per famiglie con bambini. Oh, io avevo un bambino con me. Certo, poi ho fatto il check-in per un’altra destinazione, ma nessuno sembra averci fatto caso.

Quella volta che la hostess Gigliola (non dimenticherò mai il suo nome, mai) ha aggredito verbalmente un anziano signore che non sapeva dove mettere la valigia, terrorizzando tutti i passeggeri (me compresa): Roma-Cagliari, la mia amica Giulia (che viaggiava con me) di certo se lo ricorda. In un colpo solo è stata cancellata ogni mia memoria di hostess cortesi e sorridenti: Gigliola riuscirebbe a intimorire Cthulhu.

Quella volta che una vecchia al suo primo volo ha passato tutto il viaggio (un’ora e venti, Cagliari-Milano) a stritolarmi la mano, senza mai dirmi o chiedermi niente, sussultando ad ogni turbolenza e scoppiando a piangere all’atterraggio: il lato positivo è che mi ha offerto del cioccolato, alla fine.

Si tratta, però, di esperienze distribuite in anni e anni di viaggi solitari. Scrivo, in questo momento, dal posto 14C di un volo Alitalia Milano Linate-Cagliari. Il posto assegnatomi doveva essere il 14B, a dirla tutta, ma l’ho ceduto senza troppi rimpianti per far sedere vicini un ragazzo e una ragazza che si sono appena conosciuti, entrambi ex alcolisti, presissimi a confrontare reciproche esperienze. Lui l’ha appena invitata a prendere un caffè dopo Natale. Inoltre:

– In coda al check-in, una coda lunga circa quanto tutto l’aeroporto, ho scambiato due chiacchiere con una ragazza che, impegnata come me da tre quarti d’ora a fare la fila della speranza, ha realizzato di non essere nell’area giusta. Non aveva neanche controllato sui monitor.

– La fila ai controlli sicurezza l’ho fatta, invece, subito davanti a una signora spagnola che ha passato tutto il tempo a fare commenti nella sua lingua sui presenti. Qualcuno dovrebbe avvertirla che italiano e spagnolo non differiscono poi tanto. Ho visto gente offendersi, di me si chiedeva se mi fossi pettinata prima di uscire di casa: no, signora, non l’ho fatto.

– Sull’autobus di collegamento con l’aereo ero seduta accanto a una coppietta: lui si metteva a cantare una canzone ad ogni frase che sentiva, interrompendosi solo per aggiornare la ragazza (Eli? EEEELII mi stai sentendo?) sui suoi giri di amicizie su facebook; lei era quasi più esasperata di me, al punto da scegliere di svegliare sua madre per dirle di venirla a prendere in aeroporto pur di non farsi dare un passaggio dagli amici di lui.

Per fortuna non mi è capitato vicino, questa volta, la tipologia di passeggero che odio di più: quello che deve assolutamente spiegare al suo compagno di viaggio cosa sta per succedere: “ecco ora fanno la dimostrazione di sicurezza… spegni il cellulare, tanto te lo dicono loro tra un attimo… ora stiamo prendendo velocità per il decollo… ora sentirai un tonfo ma non ti preoccupare, è solo il carrello che rientra… vedi? vedi? VEDI? proprio come dicevo io“.