La pedagogia dei cimiteri

«Il tour comprendeva almeno una ventina di tombe. Cominciavamo dai non parenti. Mia madre ci teneva da subito a indicarci, a pochi passi dall’ingresso, il punto dov’era sepolta una bambina sua coetanea»

Il cimitero Père-Lachaise di Parigi dopo una tempesta nel 2024. (Thierry Orban/Sygma via Getty Images)
Il cimitero Père-Lachaise di Parigi dopo una tempesta nel 2024. (Thierry Orban/Sygma via Getty Images)
Christian Raimo
Christian Raimo

Nato nel 1975 a Roma, dove ancora vive, insegna filosofia e storia al liceo. Collabora con diverse testate, fa parte del progetto di giornalismo indipendente Sveja. Il suo libro più recente è L’invenzione del colore (La nave di Teseo).

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Una delle cose che a un certo punto chiedo ai miei studenti è se hanno mai visto morire qualcuno dal vivo. Non è una domanda a tradimento o con un sottotesto splatter, non voglio nemmeno infilarmi di soppiatto nei loro dolori personali, ma è una questione che al terzo anno delle superiori arriva, nelle ore di storia, insieme alla riflessione su cos’è stata l’esperienza della morte nel passato, immaginiamo quello medievale o moderno, e cosa è oggi.

Secondo gli studi storici, nel 1200 la mortalità infantile nel primo anno di vita si assestava tra i duecento e i trecento morti ogni mille abitanti, e ovviamente in annate di carestia poteva salire ben oltre. La mortalità sotto i cinque anni era intorno al 30, 40 per cento; e la mortalità prima dei quindici anni vicina al 50 per cento.

Questo voleva dire, ragiono insieme ai miei studenti, che se oggi fossimo nel Medioevo, voi a quindici, sedici anni, essendo vivi, sareste sicuramente i sopravvissuti a uno o più lutti familiari, i rimasti vivi che hanno visto morire i vostri fratelli, le vostre sorelle e una quantità di persone, bambini, adulti, anziani. L’esperienza della malattia e della morte sarebbe stata talmente frequente che giocoforza avreste dovuto farvi un’idea di come affrontarla, praticamente e simbolicamente.

Oggi invece quanti di voi hanno visto un cadavere? Quanti di voi hanno assistito a un momento del trapasso?

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Facciamo fatica a parlare della morte, del nostro sentirci mortali, anche a scuola; e persino imbracciando questa lente storica proviamo una sensazione amara e disturbante. Sempre meno ci troviamo in contesti in cui la paura della morte, quel timore che ci rende in qualche modo umani, viene educato, sviluppato, riconosciuto come poteva accadere fino al Novecento come momento essenziale allo stesso considerarsi persone. Fu all’ultimo anno di liceo che ebbi a che fare, come molti, con la filosofia di Martin Heidegger che definiva la nostra condizione di esseri umani proprio come un essere per la morte, la consapevolezza della mortalità. E prima c’erano stati Seneca, Montaigne, Leopardi, eccetera.

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Sempre all’ultimo anno del liceo la mia prof di storia e filosofia mi parlò della scuola storiografica delle Annales, e tra i classici che ci citò c’erano due importanti studi di “lunga durata”, come imparammo a dire allora, degli storici Philippe Ariès e Michel Vovelle, autori rispettivamente di Storia della morte in Occidente (1975) e La morte e l’Occidente dal 1300 ai giorni nostri (1983), precursori di quella dimensione interdisciplinare che oggi definiamo tanatologia.

Entrambi riuscivano a rompere il tabù proprio attraverso l’approccio storico: più idealistico l’uno più materialistico l’altro, mi dettero l’idea di come potesse cambiare profondamente la nostra relazione con la morte a seconda di processi, culture familiari, religiose. La morte faceva meno paura, considerando come erano cambiati i riti di sepoltura, le scritture dei testamenti, le preghiere accanto ai capezzali, e anzi faceva persino rabbia l’evoluzione raccontata da Ariès, che definiva “morte proibita” la percezione e la prassi collettiva della morte del Novecento: medicalizzata, nascosta in ospedale, espulsa dal discorso. Forse avevo già avuto anche io qualche breve interazione con la morte a quell’età, fine liceo, e e consideravo come fosse stato spiacevole, doloroso, andare in ospedale, e vedere il cadavere non ancora portato in obitorio, lasciato dietro un séparé.

Eppure ero stato già educato, ma non a scuola.

Non so a quale delle fasi definite da Ariès e Vovelle corrispondesse il piccolo rito per cui da piccoli i miei ci portavano nei cimiteri. A me e mia sorella più piccola.

Era una tappa obbligata, ogni volta che andavamo al paese di mia nonna in Puglia, o a trovare gli altri bisnonni, gli zii, in un altro piccolissimo posto del Teramano, nelle montagne anonime, quasi ostili, tra l’Abruzzo e le Marche, dopo le vacanze, le visite, i pranzi, le cene, in genere prima di ripartire e tornare a Roma, con i bagagli già in macchina, parcheggiavamo davanti al cimitero e si stava lì all’incirca un’ora.

Il tour comprendeva almeno una ventina di tombe. Cominciavamo dai non parenti. Mia madre ci teneva da subito a indicarci, a pochi passi dall’ingresso, il punto dov’era sepolta una bambina sua coetanea, che era finita sotto una macchina quando non avevano nemmeno dieci anni e le macchine erano pochissime e lente, eppure.

Sostare davanti alla lapide con la foto di questa pupetta, e rispecchiarci inevitabilmente in lei, della stessa nostra età o poco più grande, era un silenzioso ammonimento per l’educazione stradale, valeva più di cento eventuali rimbrotti futuri per quando saremmo ritornati in città.

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Poi c’era la nonna della vicina di casa, una donna elegante e benestante, anche lei evidentemente morta, che sfoggiava nell’oblò madreperlaceo al lato della lunga striscia di marmo bianco un completo di pregio e una collana di perle fini: anche per quest’omaggio non riesco a ricordarmi se ci venisse richiesto dell’affetto, rimbalzato dai diversi gradi di separazione ultra e infra-terrena, oppure fosse un memento per aver presente come orizzonte pedagogico uno standard sociale di livello medio-alto, per tenere conto soprattutto di un certo gusto nel farsi le foto in vita sapendo che una di quelle sarà utilizzata per la nostra posa immortale.

Nella peregrinazione tra i parenti invece si partiva alla lontana: da «la zia dell’America», me la ricordo ancora, Enrichetta Del Re, emigrata – così voleva il racconto di mia madre – con una valigia di nostalgia smisurata che aveva voluto poi ritramutare in lapide almeno da morta, domandando una condizione sola per la propria vita eterna: essere sepolta in una tomba in basso, in un colombario vicino a un corridoio di passaggio, «così verrò salutata dai bambini». E mia madre evidentemente si era sentita affidataria di quel progetto di visita affettuosa da continuare tra vivi e morti, e adesso passava a noi l’incarico.

Forse da piccolissimi facevamo proprio ciao con la mano, e cresciuti invece imitavamo nostra madre e nostro padre che passavano una leggera carezza sulla foto nella lapide, non prima di aver pulito bene la fotoceramica (mio padre igienista ci teneva a ricordare che noi due figli eravamo vivi e in salute perché lui si era preoccupato fin dal primo giorno del nostro percorso sulla Terra di liberarci di tutti i germi nelle nostre vicinanze).

E poi c’era il padre di zio Mimmo («notate la somiglianza»), la bisnonna Francesca (da cui mia madre aveva preso l’eleganza e il nome), e a un lato piuttosto isolato del cimitero, in un angolo in alto, lontana dalle cappelle più distinte, quasi oscurata da un’ombra da canti di Ossian, c’era la tomba di zia Lucetta.

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Lì la cantilena di mappatura dei defunti di nostra madre diventava davvero straziante, sublimabile soltanto da una lettura romanzesca. Zia Lucetta era la zia di mia madre, la sorella di suo padre, mio nonno Giuseppe; era morta un due gennaio del 1969, un anno e due giorni dopo il fratello, nei giorni di feste natalizie che per noi da bambini avevano comunque un retrogusto di lutto.

Era andata a piangere sulla sua tomba nell’anniversario della morte, ed era rimasta lì tutta la notte, esposta al freddo e alla pioggia a cui aveva opposto una fedeltà al dolore, che ci veniva mostrato come qualcosa di simile a un coraggio di famiglia. Una broncopolmonite fulminante l’aveva portata via: come un’eroina romantica, ignota al mondo, e che stava a noi due ricordare, me e mia sorella. Chissà come si sarà sentita proprio mia sorella, con la morale sottintesa di quest’insegnamento del passato: si sarà appuntata mentalmente che, in caso fossi morto prima di lei, mi avrebbe dovuto venerare in lacrime fino a sfinirsi, e poi trovare il modo di lasciarsi morire, e così, per il bene della famiglia, raggiungermi? (Mi devo ricordare di chiederlo a Veronica).

Il centro di quel pellegrinaggio nel labirinto funerario era la tomba di Giuseppe Jacovitti, il padre di mia madre; ogni volta faceva fatica a trovarla, dopo essersi orientata senza indugi in corridoietti laterali e nascosti, riconoscendo amici e parenti lontanissimi e chiaramente dedita all’esaurimento almeno sindacale di una visita standard che doveva comprendere dalle trenta alle cinquanta lapidi; così quando arrivavamo davanti alla tomba del nonno materno sembrava anche a noi che quella lapide fosse apparsa di sorpresa, come se fosse stato lui a venirci a trovare, un fantasma in marmo e ossa, e non noi arrivati da Roma apposta; così come pareva che per nostra madre quell’epifania fosse l’accettazione ancora nuova di un’illusione che si poteva protrarre qualche quarto d’ora in più, come se perdersi o immaginare di perdersi in un camposanto potesse alla fine portare a confondere i defunti con quelli ancora mortali e magari riportare nell’aldiquà qualcuno dei morti, incrociarlo non come già marmorizzato ma in un incontro fortuito anche lui a passeggio tra le lapidi.

La foto sulla lapide era bellissima: scelta da mia madre, ci ridiceva lei ogni volta (quanta bellezza sottaciuta c’è in questi rituali di pure informazioni ripetute, penso ora). Assomigliava, ne era consapevole anche mio nonno in vita – e ovviamente anche mia nonna, che l’aveva conosciuto a quindici anni e sposato a sedici –, ad Amedeo Nazzari, che era come dire il nonplusultra della raffinatezza e dell’avvenenza, un posto in graduatoria irraggiungibile per chiunque nell’eredità familiare, da mio padre in giù. Davvero la morte giovane l’aveva reso un mito.

Né io né mia sorella l’abbiamo mai conosciuto, un nonno morto otto e undici anni prima che nascessimo; ma questa frequentazione seriale che riprendevamo, letteralmente a ogni festa comandata, anche se il giorno dedicato alla visita c’era tempesta (del resto zia Lucetta ce l’aveva insegnato), paradossalmente costituì una relazione importante e dinamica, quasi per certi versi un’educazione, tra noi nipoti e nostro nonno mai conosciuto che però ci guardava con gli occhi profondissimi e taglienti, ironico nella foto in bianco e nero, conscio di un suo fascino eternizzato, sul punto di strizzare l’occhio allo spettatore come dal poster di un melodrammone.

Ho – come tutti – tantissime cose da rimproverare ai miei, molte delle quali – come tutti – ingiustamente; ma dell’avermi portato e riportato a trovare i miei parenti morti al cimitero, mi sento di doverli ringraziare come si farebbe con dei maestri. Quel poco che so di pedagogia della morte, che anche da professore di storia potrei definire la materia più difficile, ho cominciato a impararlo da loro, dal ricordo di quella sensazione quando risalivamo in macchina dopo il tempo che avevamo passato tra piccoli e grandi loculi diventati uno dopo l’altro storie, esemplari anche se fatte di due, tre frasi formulari appena.

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