Una casa non è più per sempre

«Ho contato gli appuntamenti con le agenzie: dal 2022 al 2025 ho visitato settanta appartamenti. Settanta. Poi ho sognato quello dei miei e, mentre sognavo, mi perdevo nelle sue stanze e non trovavo più la via»

Il lupo cattivo cerca di abbattere la casa del porcellino saggio in una illustrazione di Margaret Evans Price del 1927 (Transcendental Graphics/Getty Images)
Il lupo cattivo cerca di abbattere la casa del porcellino saggio in una illustrazione di Margaret Evans Price del 1927 (Transcendental Graphics/Getty Images)
Veronica Galli
Veronica Galli

È nata nel 1991 a Carrara, è cresciuta a Sarzana, in Liguria, e vive a Roma. Ha studiato tra Milano e Parigi e lavorato come story editor, sceneggiatrice e produttrice creativa per diverse produzioni italiane. A giugno è uscito per Mondadori il suo primo romanzo, Una casa da svuotare.

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Qualche settimana fa ho sognato casa dei miei. Non la casa in cui vivono adesso ma quella che acquistarono quando io ancora non ero nata e le mie sorelle erano piccole. Non l’acquistarono soltanto, a dire il vero, la costruirono. Comprarono un pezzo di terra, un progetto, e la guardarono venire su. La loro prima casa, un mutuo di quarant’anni, nessun aiuto dai genitori, 120 metri quadri più 55 di taverna, tre piani, un giardino, un posto auto, due balconi, un vialetto in cui mia sorella disegnò coi gessetti colorati il gioco dell’oca per intrattenere i miei compagni di scuola il giorno del mio settimo compleanno. Una casa. Una casa vera.

È la casa in cui è ambientata la maggior parte dei miei sogni, anche se i miei non ci abitano più da quasi dieci anni. La vendettero quando diventò troppo grande, troppo silenziosa, troppo lontana dal centro, nel quartiere residenziale che aveva promesso di diventare un piccolo centro abitato e invece non ha retto il colpo delle aperture dei supermercati. Io vivevo già a quattrocento chilometri di distanza, di quella casa non avrei saputo cosa farmene, le mie sorelle avevano già le loro case vicino al centro storico, e quindi la soluzione migliore era venderla. Quarant’anni di mutuo quasi estinti da saldare con una compravendita poco vantaggiosa pur di non perdere il nuovo appartamento che avevano individuato.

E la nostra casa di famiglia, così com’era venuta su, improvvisamente non c’era più.

Nel sogno, dicevo, giravo per questa casa grandissima, una stanza dentro l’altra, una porta dietro l’altra, e non trovavo più la strada per camera mia. Rimanevo stupita per il numero delle camere, dei bagni, dei disimpegni, dei ripostigli; mi fermavo a osservare gli accessori e studiavo le trovate dell’architetto che aveva concepito quel progetto. Tutto, in quella casa, trovava il proprio posto. C’erano oggetti in ogni angolo, stampe che mi fissavano dal muro e che sembravano essere rimaste appese per così tanti decenni da essersi ormai scavate un solco nell’intonaco; ammennicoli sugli scaffali che, se li avessi portati altrove, avrebbero probabilmente perso di significato. Coglievo i dettagli di quella casa e lo sapevo che era casa mia, la casa in cui ero nata e cresciuta, in cui avevo vissuto per diciannove anni ed ero tornata per altri dieci, abbastanza spesso da ritrovare tutto al proprio posto, nella rassicurante liturgia degli oggetti nelle case dei genitori. Eppure, era il senso dell’orientamento a mancarmi. Non ero più capace di muovermi in uno spazio tanto ampio, uno spazio pensato per durare.

Un anno fa, dopo una ricerca lunghissima ed estenuante, ho acquistato la mia prima casa, a Roma. A differenza dei miei genitori, l’ho soltanto acquistata, non l’ho costruita, non ho comprato un pezzo di terra, un progetto, non l’ho guardata venire su. È la mia prima casa, un mutuo di trent’anni, nessun aiuto dai miei che per me hanno fatto già abbastanza, 67 metri quadri, una sala, una camera, una cucina, un bagno, un ripostiglio, un balcone in cui ci si può muovere soltanto in orizzontale, ma che con un tavolino, due sedie e le piante che un amico più esperto di me ha sistemato nei vasi a me sembra un giardino pensile.

Mentre la cercavo affannandomi dietro agli annunci, alle proposte e alle richieste di mutuo, mi chiedevo ogni tanto se la casa che stavo per comprare, ammesso che la trovassi, sarebbe stata quella definitiva, quella che era stata, per i miei, almeno per quarant’anni, la casa in cui ero cresciuta. A ogni visita, però, dovevo già rinunciare a un pezzo dei miei desideri: il piano alto, la doppia esposizione, il balcone, i condizionatori, la seconda camera. Bastava spostarsi di una via e il quartiere cambiava completamente. Roma non è una città, è un monstre di paesi; microcosmi che, basta un piccolo errore di valutazione, potrebbero tagliarti definitivamente fuori dai giri delle tue amicizie.

Gli appartamenti appena ristrutturati erano tutti identici: gres grigio a coprire i pavimenti, bagni scuri o in finto marmo con lavandini squadrati, doccia in fondo in cui si deve entrare per aprire la finestra, zona giorno con angolo cottura, nei casi più fortunati, ovvero quelli in cui la vecchia cucina è diventata “la stanza in più” che al catasto non si può registrare come camera singola perché inferiore ai 9 metri quadri.

Se da una parte i lavori di ristrutturazione facevano lievitare i prezzi e non rispecchiavano in alcun modo il mio gusto, dall’altra mi sollevavano dal peso di dover interagire con un architetto o un capocantiere che avrebbero parlato una lingua a me sconosciuta. C’erano poi le case più vecchie, quelle che avrebbero richiesto un intervento dinamitardo per buttare giù tutto e rifare daccapo, ma non come lo avevano fatto, all’epoca, i miei genitori.

In quei mesi tenevo sulla scrivania un foglio che aggiornavo durante le lunghe telefonate serali con mio padre – per noi babbo –, pensionato dopo una lunga carriera in banca. Sommavo l’anticipo, le spese di agenzia, le imposte, il notaio, l’istruttoria del mutuo, l’assicurazione. Cosa mi restava? Lui mi ripeteva, con la stessa insistenza con cui, quando ero bambina, mi intimava di uscire dall’acqua del porticciolo in cui tenevamo la nostra barchetta, di tenermi un buffer, un cuscinetto di emergenza. Ma io, alla fine di quei conti, arrivavo quasi sempre a zero. Non potevo permettermi una ristrutturazione e dovevo sperare che l’auto non si rompesse o che Mia, il mio cane, non si ammalasse.

Quando la ricerca era già finita da un pezzo e vivevo già nella casa in cui sto scrivendo, ho fatto un esperimento. Ho filtrato nel mio calendario online l’evento “Visita casa” e ho contato gli appuntamenti fissati con le agenzie negli ultimi anni, dal 2022, quando ho iniziato una prima ricerca poi interrotta, al 2025, quando ho finalmente comprato: settanta case. Ho visitato settanta appartamenti. Settanta. Senza contare quelli che non sono mai riuscita a vedere perché qualcuno è arrivato prima di me, o quelli i cui proprietari non accettavano acquirenti con mutuo o proposte vincolate al buon esito del prestito.

Giro in un paio di quartieri oltre al mio, alzo la testa, e in quasi ogni via c’è almeno un palazzo in cui ho visitato una casa. Nella mia testa le stanze si sovrappongono, si affastellano, un po’ come accadeva nel sogno: ho vaghi ricordi di camere, odori, vestiti abbandonati sulle sedie per improvvisare un ordine sommario, lettini di figli cresciuti in fretta stipati nelle stanze da letto dei genitori, cani che abbaiano stremati all’ennesimo visitatore.

– Leggi anche: Le case dove abbiamo vissuto, di Emanuele Nicolotti

Quando avevo perso le speranze, un po’ come, dicono, accade con l’amore, è uscito l’annuncio di un appartamento che non rosicchiava nessuno dei miei desideri: proprio sul limitare del quartiere in cui volevo vivere, un quinto piano con ascensore, doppia esposizione, il balcone stretto e lungo che sogna di diventare un giardino pensile, la sala divisa dalla cucina, gli impianti e il bagno ristrutturati sei anni prima, i condizionatori, il ripostiglio.

I pavimenti in graniglia anni Sessanta che mia madre ha commentato «Qui ci metti un bel gres» e invece io ho fatto lucidare travestendo l’impossibilità di permettermi un parquet con un raffinato gusto per il vintage. Un ampio ingresso che per qualsiasi architetto sarebbe uno spazio da buttare via, e in effetti lo è, ma a me fa pensare alla pianta mai modificata della casa in cui vivo: una planimetria del 1939 che ho dovuto far rifare prima del rogito. I miei avevano costruito la loro casa e il mio palazzo, invece, è lì dal fascismo, con un grosso “SALVE” mosaicato ad accogliere gli ospiti al portone.

Eppure, quella piccola planimetria di 67 metri quadri ferma agli anni Trenta, mentre mi risvegliavo dal sogno in cui giravo per le stanze della grande casa dei miei, mi ha fatto pensare alla permanenza di quelle abitazioni concepite per durare nel tempo. Con i pochi soldi che mi erano rimasti, ho cominciato ad arredare il mio appartamento con mobili usati, rimediati dai mercatini, dai miei e dalle case in cui avevo vissuto prima.

La camera da letto e la cucina, così come gli elettrodomestici, li avevo comprati dal vecchio proprietario. Non può farti schifo lavare piatti e vestiti dove li ha lavati qualcun altro, se da quindici anni vivi senza lavastoviglie e se hai litigato per anni con i proprietari di casa per farti sostituire una lavatrice malandata. Ogni soldo risparmiato, quando entri in casa tua, una casa che è davvero e finalmente soltanto tua, è un soldo guadagnato.

Ma per quanto tempo sarà mia, mi domando, una casa in cui tra poco i libri saranno disposti di nuovo in doppia fila? In cui non devo farmi venire la malaugurata idea di fare un figlio, perché non saprei dove metterlo? In cui i cassetti dei miei mobili da montare si apriranno fino al giorno in cui non mi rimarranno in mano; e allora prenderò l’auto, passerò al centro di raccolta rifiuti di Cinecittà per conferirli da brava cittadina quale sono, e poi ne acquisterò e monterò altri, e avanti così finché non avrò estinto il mutuo?

Nella casa in cui mi perdevo nel sogno i mobili erano quelli su misura del mobilificio di amici dei miei genitori, pensati per durare una vita, e infatti la maggior parte è rimasta là, ed è probabilmente ancora là, a servizio della famiglia che ha acquistato la casa. Mia madre ha imballato con cura i servizi che avevano ricevuto in regalo per il matrimonio e che non abbiamo mai usato: cristalli, servizi da tè, piatti immacolati, bicchieri da cognac, vassoi, porcellane decorate che adesso sono di nuovo incastrate in un’angoliera nella loro nuova casa. Nei nostri appartamenti di città non c’è spazio per questo genere di oggetti. Le tazze si rompono, si sbeccano, le cose si dividono nei pacchi alla fine delle relazioni, si abbandonano senza pluriball nelle scatole che consegneremo ai portinai, quando ci sono, sperando che non facciano troppe domande, pur di non rivederci mai più.

La casa del sogno era una casa pensata per restarci dentro tutti insieme, ma io, mentre sognavo, mi perdevo nelle sue stanze e non trovavo più la via. Oggi so che come cantava Manuel Agnelli nel 1999, non c’è niente / che sia per sempre, neppure il mio appartamento con la graniglia di 67 metri quadri è per sempre, ma almeno non mi ci perderò.

– Leggi anche: Gli abitanti della nostra casa, di Ilide Carmignani

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