Qualche partito israeliano dovrà rimangiarsi le sue promesse, se vorrà governare
Nessuna delle due coalizioni ha abbastanza voti, ma per formare alleanze ci sono tre grossi ostacoli
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I risultati definitivi delle elezioni in Israele hanno confermato che nessuna delle due coalizioni ha raggiunto la maggioranza. Di conseguenza qualche partito dovrà rimangiarsi le dichiarazioni fatte in campagna elettorale se vorrà mettersi assieme ad altri partiti per raggiungere i 61 seggi necessari in parlamento e formare un governo.
Altrimenti si andrà prima verso uno stallo e poi verso una ripetizione del voto. È una cosa che non conviene al blocco che si oppone al primo ministro Benjamin Netanyahu, perché non potrà chiedere di nuovo ai suoi elettori di arrivare dall’estero per votare come ha fatto questa volta. Non conviene nemmeno ai partiti arabi, perché è difficile che si ripeta la partecipazione altissima delle elezioni di martedì.
Gli impedimenti a formare coalizioni sono tre, e variano a seconda dei partiti: la presenza o meno di Netanyahu nel governo, ovviamente invisa all’opposizione; la presenza dei partiti arabi nel governo; e la questione del servizio militare per gli ebrei ultraortodossi. Con i numeri attuali, se si vorrà formare un governo, qualcuno dovrà cedere su una o più di queste questioni.
Partiamo da Yashar, il partito dell’ex generale Gadi Eisenkot che ha sfidato Netanyahu. È il secondo partito per numero di seggi, 21 contro i 27 del Likud, che è il partito di Netanyahu. La sua coalizione, composta da vari partiti dal centrodestra al centrosinistra, non ha abbastanza voti per governare da sola.
Eisenkot ha detto che non farà mai un’alleanza con Netanyahu, anche perché si è candidato per sostituirlo. L’attuale primo ministro sarebbe invece pronto ad accoglier Eisenkot in un’ipotetica coalizione.
Inoltre Eisenkot ha detto che non farà mai un’alleanza con i due partiti arabi, Ra’am e Lista Comune, a meno che – ha specificato – non accettino alcune condizioni che lui ha elencato, come dichiarare che Hamas è un gruppo terroristico da distruggere e approvare il servizio di leva militare per tutti, cittadini palestinesi inclusi. Soltanto con i partiti arabi la coalizione di Eisenkot riuscirebbe a ottenere la maggioranza.

Il leader del partito Yashar Gadi Eisenkot saluta i sostenitori dopo la diffusione dei primi exit poll, Tel Aviv, Israele, 28 ottobre (AP Photo/Baz Ratner)
Eisenkot ha detto che non accetterebbe nemmeno il cosiddetto sostegno esterno dei partiti arabi, vale a dire se votassero sì o si astenessero al momento di un eventuale voto di fiducia, facendo nascere il suo governo senza però entrare a farne parte.
Il principale alleato di Eisenkot nel blocco anti Netanyahu è Naftali Bennett, insieme con un altro leader politico, Yair Lapid, in un partito che si chiama proprio Insieme e ha ottenuto 12 seggi. Anche Bennett ha detto che non formerà un governo con Netanyahu oppure con i partiti arabi e non vuole il loro appoggio esterno. Bennett però aveva già detto nel 2021 che non avrebbe formato una coalizione con il partito arabo Ra’am e poi invece l’aveva fatto.
I partiti arabi invece non pongono condizioni e assieme hanno 19 seggi. Il loro unico obiettivo è la formazione di un governo senza Netanyahu.
Bennett ha anche promesso il servizio di leva obbligatorio per gli ebrei ultraortodossi, che sono molto contrari a fare il militare, e la fine dei finanziamenti pubblici agli ultraortodossi che evitano il servizio – come invece accade oggi. Gli ultraortodossi campano di sussidi pubblici ma non sono obbligati a fare il servizio di leva nell’esercito. Bennett vuole cambiare questa situazione e ha detto che non formerà una coalizione con i partiti ultraortodossi – UTJ e Shas – se non accettano questi princìpi.
Sempre dentro alla coalizione di Eisenkot c’è il partito nazionalista e laico di Avigdor Liberman, Yisrael Beiteinu, che ha ottenuto 7 seggi. Anche lui non vuole fare accordi con gli ultraortodossi (anzi è il più deciso a obbligarli a fare il servizio militare), e nemmeno con gli arabi e con Netanyahu.
Quindi: la coalizione di Eisenkot non ha abbastanza voti per governare da sola, ma ci sono veti incrociati sia contro i partiti arabi sia contro un’unione con parte della coalizione di Netanyahu.

Un uomo ebreo ultraortodosso tiene in braccio il figlio mentre vota in un seggio elettorale di Gerusalemme (AP Photo/Ohad Zwigenberg)
Anche dentro alla coalizione di Netanyahu ci sono dei veti, soprattutto sulla questione degli ultraortodossi.
Il partito Shas, che ha 6 seggi e rappresenta gli ultraortodossi, ha promesso che non farà parte di nessuna coalizione di governo senza una legge che protegga in modo definitivo le esenzioni dalla leva per gli ultraortodossi. Per quella comunità si tratta di una legge importante, forse una delle poche ragioni che motivano la sua partecipazione alla politica, e quindi è difficile che voglia ritrattare. Se Netanyahu cercherà di attrarre dei membri dell’altra coalizione dalla sua parte, rischierà di perdere Shas.
Netanyahu ha detto che non farà alleanze con i partiti arabi, anzi ha trasformato la possibilità di un’alleanza con i partiti arabi in un’accusa di tradimento contro i suoi rivali e soprattutto contro Eisenkot. Sul resto invece è abbastanza possibilista. Una delle sue caratteristiche è proprio la capacità di formare governi con trattative spregiudicate, che l’ultima volta hanno dato molto potere alla destra religiosa.
Il presidente israeliano Isaac Herzog, che dovrà guidare le consultazioni, ha chiesto ai partiti di negoziare «con la mente aperta»: suona come un invito a creare alleanze che fino a prima del voto sembravano improbabili pur di non ripetere le elezioni.



