“Febbre da cavallo” ci ha messo il suo tempo

Uscì cinquant'anni fa ma diventò una commedia di culto solo negli anni Novanta, soprattutto tra gli spettatori televisivi del Lazio

Una scena di Febbre da cavallo
Una scena di Febbre da cavallo
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Quando uscì al cinema il 29 ottobre del 1976 Febbre da cavallo non convinse nessuno. Ottenne incassi trascurabilissimi e pessime recensioni che lo liquidarono come un film didascalico e banale, privo di quel sottotesto sociale che caratterizzava molte commedie italiane del tempo.

La considerazione del film cambiò solo molto tempo dopo, negli anni Novanta. In quel decennio Febbre da cavallo fu infatti oggetto di un’insperata riscoperta da parte del pubblico televisivo del Lazio, che ne apprezzò i personaggi e imparò a memoria le battute grazie alle numerose repliche mandate in onda sulle reti locali e private della regione. Oggi Febbre da cavallo è un film di culto, soprattutto a Roma ma non solo. È la commedia più famosa fra quelle con protagonista Gigi Proietti che, pur avendo già lavorato con registi importanti come Ettore Scola e Mario Monicelli, ai tempi era ancora un attore emergente.

Il film parla di tre amici disfunzionali e perennemente squattrinati che trascorrono le loro giornate davanti all’ippodromo Tor di Valle di Roma, districandosi tra gli allibratori e cercando di racimolare come possono i soldi da puntare alle corse dei cavalli. Il capo della comitiva è Mandrake (interpretato da Proietti), un aspirante attore che si guadagna da vivere recitando in piccoli spot pubblicitari. Gli altri due sono Er Pomata (Enrico Montesano), un ex fantino caduto in miseria, e il parcheggiatore abusivo Felice Roversi (Francesco De Rosa).

In un certo senso è un film tragicomico, dato che gioca sul contrasto tra la condizione di estrema indigenza dei tre e la loro incapacità di rinunciare alle scommesse, anche a costo di deludere le proprie famiglie.

Ma di Febbre da cavallo sono rimaste soprattutto le molte e riuscite gag in dialetto romanesco, specialmente quelle che coinvolgono Proietti. Ce n’è una in particolare che conoscono un po’ tutti: quella in cui Mandrake non riesce a pronunciare in alcun modo la frase “whisky maschio senza rischio” durante una pubblicità.

Febbre da cavallo fu diretto dal prolifico e stimato regista italiano Steno (Stefano Vanzina), che accettò di girarlo dopo molti ripensamenti. Il produttore Roberto Infascelli lo aveva contattato già nel 1971, proponendogli di realizzare un film drammatico incentrato sulla ludopatia. Steno però rifiutò l’offerta, sostenendo che un racconto di quel tipo potesse risultare respingente per il pubblico. I due raggiunsero un accordo cinque anni dopo, quando decisero di declinare il soggetto iniziale in chiave comica.

Steno conosceva pochissimo il mondo delle corse dei cavalli. Per scrivere la sceneggiatura decise di farsi aiutare dal collega Alfredo Giannetti e da suo figlio Enrico Vanzina, che invece era un discreto frequentatore di ippodromi.

Anche se conteneva buone intuizioni e momenti spassosi, per una quindicina d’anni Febbre da cavallo rimase un film perlopiù sconosciuto. Agli inizi degli anni Novanta i diritti del film costavano poco e molte televisioni locali lo acquistarono, anche per sfruttare il momento di grande interesse verso la filmografia di Steno, che era morto nel 1988.

Gli ascolti furono fin da subito ottimi e le emittenti cominciarono a trasmetterlo sempre più spesso, moltiplicando le repliche. Nel frattempo sempre più persone ne impararono a memoria le battute più famose, che specialmente a Roma sono diventate parte della cultura pop. Il successo che ottenne nel Lazio finì per attirare anche l’attenzione delle reti nazionali, che lo fecero conoscere a un pubblico sempre più ampio.

Nel 2002 fu prodotto anche un sequel del film, Febbre da cavallo – La mandrakata, diretto da Carlo Vanzina e di nuovo con Proietti e Montesano come protagonisti. Ottenne un discreto successo commerciale.