L’ultimo italiano a vincere la Formula 1
Per ora è Alberto Ascari, pilota eccezionale e spericolato, che ce la fece nel 1953
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Kimi Antonelli è sempre più vicino – ormai vicinissimo – a diventare il nuovo “ultimo italiano ad aver vinto il Mondiale di Formula 1”. Da 73 anni, e ancora per almeno qualche giorno, l’ultimo italiano ad aver vinto il Mondiale di Formula 1 continua però a essere Alberto Ascari, che lo vinse nel 1952 e poi di nuovo nel 1953.
Ascari fu uno dei primi grandi piloti di quegli anni, i primi della Formula 1, nonché uno dei più superstiziosi. Ebbe una carriera breve e spericolata, finita in modo tragico e persino misterioso, secondo la stessa Formula 1.
Ascari era nato a Milano nel 1918. Suo padre Antonio era già un pilota molto forte e noto, oltre che proprietario di un’officina e concessionaria Alfa Romeo a Milano, che era un po’ diventata un punto di riferimento per il motorsport dell’epoca. Ci passava spesso anche Enzo Ferrari, fondatore dell’omonima casa automobilistica e amico di famiglia.
Antonio Ascari morì durante una gara in Francia nel 1925, quando Alberto aveva solo sette anni. Ciononostante, anche lui si appassionò moltissimo alle corse: a 17 anni iniziò a fare le sue prime gare di moto, e quattro anni dopo, nel 1940, esordì sulle macchine alla Mille Miglia, una delle più famose gare dell’epoca: corsa su strada, non su circuito.

Un momento della Mille Miglia del 28 aprile 1940: la macchina 66, sullo sfondo, era quella guidata da Ascari (Wikimedia)
Con l’inizio della Seconda guerra mondiale, però, Ascari fu costretto a interrompere la sua carriera da pilota. Si dedicò alla concessionaria di famiglia, che fu adibita a scopi militari, occupandosi di rifornire di benzina l’esercito italiano. Nel frattempo si sposò ed ebbe due figli: viste le sue nuove responsabilità, sembrava che Ascari non sarebbe più tornato a correre.
Ma nel 1947 il pilota Luigi Villoresi, suo amico e suo socio in affari, lo convinse a tornare. A quasi 30 anni Ascari firmò un contratto con la Maserati e iniziò a farsi notare. Due anni più tardi, nel 1949, passò all’emergente scuderia della Ferrari, con la quale l’anno dopo avrebbe esordito alla prima edizione del Mondiale di Formula 1: un tentativo della FIA, la federazione internazionale dell’automobile, di mettere ordine tra le tante gare internazionali dell’epoca.
Grazie a uno stile di guida preciso e pulito, meno irruente di quello di altri piloti dell’epoca, Ascari iniziò quasi subito a giocarsi il Mondiale contro le potenti macchine dell’Alfa Romeo. Nel 1951 lo perse all’ultima gara, in Spagna, contro il suo grande rivale Juan Manuel Fangio, perché la Ferrari sbagliò la scelta delle gomme. Nel 1952 e nel 1953, però, vinse due titoli di fila.
Quello del 1953, in particolare, fu un Mondiale memorabile. Ascari dovette vedersela con due fortissimi compagni di squadra – Nino Farina, che aveva vinto il Mondiale del 1950, e l’inglese Mike Hawthorn – oltre che con lo stesso Fangio, passato alla Maserati.
Tuttavia, quello del 1953 fu anche un campionato esemplare di quanto fosse pericolosa la Formula 1 di quegli anni: fu il primo in cui morirono dei piloti, due, entrambi alla 500 Miglia di Indianapolis, che allora faceva parte del Mondiale. Non c’erano tute ignifughe, i caschi erano fatti di sughero e senza visiera, e quasi nessuno usava la cintura di sicurezza, per paura di rimanere intrappolato nell’auto in caso di incendio.
E non erano in pericolo solo i piloti, ma anche i meccanici che lavoravano alle macchine: spesso a separarli da auto che sfrecciavano a oltre 200 chilometri orari c’era solo una striscia bianca dipinta per terra, senza nessun tipo di protezione.
Gli spettatori erano tantissimi e spesso fuori controllo. Si ammassavano ai bordi delle piste e delle strade, dove non c’era nulla a proteggerli dalle macchine; a volte cercavano pure di entrare in pista.
Nella prima gara del Mondiale del 1953, che si corse a Buenos Aires, in Argentina, ad assistere alla gara andarono centinaia di migliaia di persone. Prima una ruota si staccò da una macchina e ferì alcune persone, poi Farina sterzò di colpo per evitare una persona che stava attraversando la pista e così facendo piombò sulla folla, causando la morte di almeno dieci persone e ferendone molte altre. Un mezzo di soccorso sbandò e uccise altre due persone, e nel caos fu anche investito un bambino.
Ciononostante, lo sport continuava a essere seguitissimo, e così i suoi piloti.
Ascari – soprannominato “Ciccio” per la sua stazza – era tra i più apprezzati: per le vittorie ma anche per il suo charme e per i suoi modi amichevoli, ma incisivi.
Romolo Tavoni, il segretario di Enzo Ferrari, disse che Ascari «aveva una particolare capacità di dire a Enzo Ferrari cose che non avrebbe tollerato da nessun altro»:
«Tornato dal GP di Monaco, disse a Ferrari con ironia: «Il vostro cambio è davvero robusto, ma guardate le mie mani… nel paddock c’erano delle bellissime ragazze che volevano un autografo e ho dovuto rifiutare perché non riuscivo nemmeno a firmare!». Ferrari si fece una risata e ordinò subito ai tecnici di ammorbidire il comando del cambio».

Ferrari e Ascari (LaPresse)
Ascari era inoltre molto superstizioso. In pista nessuno poteva toccare il suo casco blu, il suo portafortuna principale, e lo stesso valeva per guanti, maglietta e occhialoni, che teneva in una valigetta che solo lui poteva toccare. Cercava sempre di evitare i numeri 13 e 17 e aveva il terrore dei gatti neri. Una volta, a Marsiglia, si rifiutò di toccare per cinque giorni l’auto del suo gruppo di amici perché ci aveva trovato sopra un gatto nero, costringendo tutti a spostarsi a piedi o in taxi.

Alberto Ascari sulla sua Ferrari 500, con il suo caschetto blu, 5 luglio 1953 (Bernard Cahier/Getty Images)
Nel 1954 Ascari passò dalla Ferrari alla Lancia, perché quest’ultima gli aveva offerto più soldi. Ma gli andò male: perse il Mondiale contro Fangio, che era passato alla Mercedes.
Nel 1955, a Monte Carlo, Ascari fu protagonista di uno degli incidenti più famosi della storia dell’automobilismo, quando perse il controllo della macchina e cadde nel porto. Si ruppe solo il naso.
Quattro giorni dopo, il 26 maggio 1955, si presentò al circuito di Monza e chiese di guidare una macchina della Ferrari. Prese in prestito il casco e i guanti da un altro pilota, infilò la cravatta nella camicia e si mise in macchina. Al terzo giro, alla curva che oggi si chiama “Variante Ascari”, la sua macchina sbandò e andò fuoripista, e lui morì.
Fu un incidente strano per un pilota così preciso e prudente, per quanto potesse esserlo uno che faceva quel lavoro. Le cause non furono mai chiarite e Ascari morì trent’anni dopo suo padre, con lo stesso numero di Gran Premi vinti, 13.



