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  • Mercoledì 28 ottobre 2026

È la volta buona per i Democratici in Texas? Ma davvero davvero?

La campagna per un seggio al Senato è diventata la più influente di queste elezioni di metà mandato

di Laura Loguercio, da Austin (Texas)

Manifestanti Democratici fuori da un evento della campagna elettorale del Repubblicano Ken Paxton a San Antonio, Texas, 18 ottobre (Christopher Lee/Bloomberg via Getty Images)
Manifestanti Democratici fuori da un evento della campagna elettorale del Repubblicano Ken Paxton a San Antonio, Texas, 18 ottobre (Christopher Lee/Bloomberg via Getty Images)
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In Texas l’ultimo senatore del Partito Democratico è stato eletto nel 1988, l’ultimo governatore nel 1990, e da quasi cinquant’anni alle presidenziali il risultato è sempre lo stesso: vincono i Repubblicani. Allo stesso tempo, da anni si parla della possibilità concreta che le cose cambino: che il Texas diventi blu sulle mappe elettorali statunitensi, il colore dei Democratici, contrapposto al rosso dei Repubblicani. Se ne parla così tanto, senza che sia ancora accaduto, che nel tempo questa storia è diventata anche un modo per prendere in giro i Democratici, in attesa del miracolo che non arriva mai.

Alle elezioni di metà mandato del 3 novembre ci sono buoni motivi per pensare che possa essere la volta buona.

La sede del Partito Democratico nella contea di Starr, sul confine meridionale del Texas (Laura Loguercio/il Post)

Il candidato Democratico al Senato, James Talarico, da ormai due mesi è dato in vantaggio nei sondaggi contro il suo sfidante Ken Paxton del Partito Repubblicano, seppure quasi sempre entro il margine d’errore. Attorno alla sua campagna elettorale si sono creati grandi entusiasmi e grandi aspettative, che stanno costringendo i Repubblicani a investire molto più tempo e soldi in uno stato che di solito danno per scontato.

Perché l’eventuale clamorosa vittoria di Talarico cambierebbe molte cose nella politica americana.

Il Texas è uno stato enorme, grande più del doppio dell’Italia, ma anche complicato ed eterogeneo, con una popolazione in grande crescita e formata per più del 40 per cento da persone ispaniche. Alle elezioni presidenziali offre 40 “grandi elettori” sui 270 che servono per vincere: solo la California ne ha di più (54). E il censimento del 2030 ne toglierà alla California per darne altri al Texas. Se questo tornasse contendibile, già per le presidenziali del 2028 entrambi i partiti dovrebbero rivedere le loro strategie.

Talarico ha 37 anni, è deputato per la Camera del Texas dal 2018 ed è un Democratico sui generis. È un seminarista presbiteriano, e in ogni intervento pubblico dà grande rilevanza alla sua fede: cita passi della Bibbia, parla della necessità di amare il prossimo e della «politica dell’amore», cioè fatta con l’intenzione di unire le persone e non di dividerle. Si è così appropriato di un tema solitamente forte dei Repubblicani, che associano la fede cristiana ai loro valori tradizionalisti e conservatori.

Nonostante l’ostentata fede religiosa – a gennaio ha fatto un’intervista di un’ora e mezza con il New York Times in cui ha parlato solo di quello, per esempio – Talarico condivide le posizioni del suo partito su questioni come l’aborto o la comunità LGBTQ+ e ne parla in modo esplicito. Ha una comunicazione pacata, mai volgare o sguaiata: per vincere ha bisogno di raggiungere tutti, compresi i Democratici più moderati, i Repubblicani delusi da Donald Trump e i moltissimi ispanici del Texas, che spesso sono cattolici.

James Talarico a un comizio a Weslaco, Texas, 25 ottobre (AP Photo/Michael Gonzalez)

Volontari e membri del Partito Democratico in Texas dicono che intorno alla sua campagna si è sviluppato un entusiasmo che non si vedeva da anni. «Sono entusiasta, quest’anno abbiamo la possibilità di rompere la morsa che i Repubblicani hanno sullo stato», dice John Cash Smith, il presidente del partito nella contea di Orange, nell’est del Texas e vicino al confine con la Louisiana.

In quella contea Trump ha vinto tutte e tre le volte in cui è stato candidato alla presidenza, con margini eccezionali: nel 2024 prese l’83 per cento dei voti. «Questa volta è diverso, si percepisce», dice Smith, un po’ perché Talarico è un candidato «molto attraente» per una parte ampia dell’elettorato, un po’ perché Trump è sempre più impopolare, soprattutto a causa degli aumenti dei prezzi dovuti alla guerra in Medio Oriente, che ha iniziato a fine febbraio, e delle sue politiche brutali e restrittive sull’immigrazione.

Uno stand di volontari per James Talarico all’Università del Texas a Austin (Laura Loguercio/il Post)

L’ultima volta che un Democratico è andato vicino a vincere un seggio al Senato per il Texas era il 2018, e il candidato era Beto O’Rourke: un politico locale, preparato e trasversale, con una retorica e un carisma fuori dal comune. La sua candidatura arrivava già dopo anni di rimonta dei Democratici, e generò grandissimo entusiasmo. Alla fine O’Rourke – per tutti in Texas semplicemente “Beto” – perse per meno di tre punti percentuali contro Ted Cruz, senatore Repubblicano ben più conosciuto e influente, che è ancora in carica. Al contrario di Talarico, O’Rourke non era quasi mai stato in testa nei sondaggi.

Dopo la sconfitta O’Rourke ha provato a candidarsi alle presidenziali, in modo inaspettato e un po’ caotico, senza andare da nessuna parte. Poi ha provato a candidarsi a governatore, perdendo di nuovo e con ampio distacco. Ha lasciato la politica attiva ma nel 2019 ha fondato Powered by People, un’organizzazione per la mobilitazione degli elettori Democratici. Continua ad avere un’impareggiabile rete di seguaci, sostenitori e finanziatori, costruita durante le tre campagne.

In queste elezioni di metà mandato O’Rourke sta facendo eventi in molte università, con l’obiettivo di aiutare quante più persone possibili a registrarsi per votare. Da un banchetto all’Università del Texas a Austin, ha detto al Post di non aver mai visto un livello di entusiasmo come quello attorno alla candidatura di Talarico, «nemmeno quando c’ero io».

Secondo O’Rourke le differenze sono principalmente due. La prima è che quest’anno «ci sono molti più soldi». A metà ottobre per l’elezione al Senato erano stati spesi quasi 325 milioni di dollari, di cui circa 94 milioni dai Democratici e 230 dai Repubblicani, e secondo le stime si arriverà a 500 milioni di dollari entro il 3 novembre. Per fare un confronto, nel 2018 si parlava di più o meno 130 milioni di dollari. La seconda differenza, dice O’Rourke, è che ora ci sono candidati Democratici per ogni incarico disponibile: non era mai successo prima, ed è un segnale del maggiore radicamento del partito in tutto lo stato. Un tempo nemmeno era in grado di competere dappertutto.

Beto O’ Rourke incontra gli studenti all’Università del Texas a Austin (Laura Loguercio/il Post)

Questa tendenza è riconducibile almeno in parte ai cambiamenti demografici degli ultimi vent’anni, nei quali sempre più persone si sono trasferite in Texas, soprattutto da stati progressisti.

Dal 2000 a oggi la popolazione è passata da circa 21 milioni a più di 31 milioni di persone: un aumento del 50 per cento, più del doppio della media nazionale. È dovuto all’immigrazione dall’estero ma anche a quella interna, con persone provenienti in buona parte da stati come la California e New York, dove i Democratici vincono praticamente sempre. I nuovi abitanti portano nuovi voti, e numeri così grandi possono influenzare i risultati. Paradossalmente, per i Repubblicani la crescita della popolazione in Texas è sia un successo, dato che testimonia l’attrattività di uno stato che governano da trent’anni, sia un problema.

Storicamente il Partito Democratico è il più votato tra gli ispanici, e per decenni ha vinto nelle contee texane sul confine con il Messico: per vincere in tutto lo stato, si diceva, i Democratici dovevano diventare più forti anche tra l’elettorato bianco. È successo: oggi il partito è più forte tra i bianchi, anche grazie a queste migrazioni interne, ma nel frattempo ha perso gli ispanici, che nel 2024 hanno votato in maggioranza per Trump. Nel frattempo però molti se ne sono pentiti, e a queste elezioni di metà mandato i Democratici potrebbero vincere, finalmente, in entrambi i settori demografici più importanti del Texas.

Talarico è favorito anche dal fatto che il suo avversario, il Repubblicano Ken Paxton, sembra non piacere proprio a nessuno. Ha 63 anni e dal 2015 è il procuratore generale del Texas, l’incarico elettivo più importante dopo il governatore, che lo rende capo del sistema giudiziario. Ha sfruttato il ruolo per opporsi alle amministrazioni Democratiche di Barack Obama e di Joe Biden, avviando continuamente cause contro le loro decisioni su temi come l’immigrazione o l’ambiente. Nel 2023 fu accusato di aver sfruttato il suo incarico per aiutare un imprenditore edile che era suo amico e finanziatore. Fu messo sotto impeachment dalla Camera del Texas, controllata dai suoi stessi colleghi di partito, e poi scagionato dal Senato.

A luglio del 2025 la moglie, la senatrice statale Angela Paxton, ha chiesto il divorzio perché Paxton la tradiva. Poche settimane fa ha fatto un timido spot per chiedere agli elettori di votare per i Repubblicani, ma senza mai nominare l’ex marito. Paxton ha ricevuto l’appoggio di Trump, ma neanche lui sembra troppo convinto: in vari eventi pubblici ha detto che «potrebbe non piacervi come si veste, o come fa le interviste in televisione», aggiungendo che però è «il migliore procuratore generale del paese, forse».

Quando gli si chiede di Paxton, vari membri del Partito Repubblicano cercano di separare il politico dai suoi scandali. «Non dobbiamo votarlo perché esca con mia figlia», dice Michael McCracken, presidente dei Repubblicani nella piccola contea texana di Angelina, dove il partito vince ininterrottamente dal 1996. «Dobbiamo votarlo per quello in cui crede, per le sue proposte e per quello che ha fatto in passato». Anche Jose Salazar, della contea di Webb sul confine con il Messico, dice che Paxton «ha avuto i suoi problemi personali, ma cerco di non farmi coinvolgere troppo nelle questioni private». In generale, nessuna tra le persone con cui ha parlato il Post in Texas ha espresso grande entusiasmo per la candidatura di Paxton.

Ken Paxton e Donald Trump a un comizio a San Antonio, 7 ottobre (AP Photo/Alex Brandon)

La campagna elettorale è stata piena di attacchi diretti e molto personali. I Repubblicani cercano di presentare Talarico come un politico estremista, troppo radicale per il Texas e poco sincero. Lo chiamano “Tala-freako”, una storpiatura del suo nome per includere la parola “freak”, cioè “strano”, e l’hanno accusato di essere vegano: proprio in Texas, dove c’è una radicata cultura della carne e del barbecue.

Un altro esempio tra tanti: a inizio ottobre Talarico è sparito per circa dieci giorni. Ha annullato alcuni eventi che aveva in programma, non ne ha più annunciati di nuovi, e il suo comitato elettorale ha iniziato a pubblicare sui social video di vecchi comizi. Vari gruppi di destra hanno iniziato a diffondere teorie del complotto, a cui è andato dietro anche Paxton: sostenevano che Talarico fosse stato ricoverato in una clinica in Ohio per problemi di salute mentale, un caso di burnout. In realtà era a casa con l’influenza, e lo ha dimostrato, ma per due settimane non si è parlato d’altro.

Sono state tirate fuori anche alcune sue affermazioni del 2021, per esempio che «Dio è non binario» o che ci sono «sei generi», quindi non solo maschile e femminile. Talarico ha poi detto che si era espresso male e ha cercato di contestualizzare, presentando quelle frasi come provocazioni per rispondere al crescente estremismo dei Repubblicani nella politica texana. In un’intervista con Fox News di settembre ha detto: «Non ci sono sei generi, ce ne sono due».

Talarico ha anche altre difficoltà. Alle primarie del Partito Democratico, durante l’estate, la maggior parte degli elettori neri votò per Jasmine Crockett, una deputata federale nera. Gli afroamericani compongono il 13,4 per cento della popolazione texana e tradizionalmente votano per il Partito Democratico (anche se in modo sempre meno netto). Per recuperare Talarico ha organizzato eventi e fatto interviste con media popolari tra la comunità nera, e sembra che stia andando bene: in un sondaggio di metà settembre l’87 per cento degli intervistati neri ha detto che voterà per lui.

Allo stesso tempo, le sue posizioni progressiste sull’aborto e sulla comunità LGBTQ+ saranno un fattore dirimente per una parte dell’elettorato ispanico e cattolico, tendenzialmente poco tollerante su questi temi. Talarico non rinnega le sue posizioni, ma cerca di presentarle come concilianti e dettate dal buon senso, non sempre in modo convincente. Durante un evento televisivo organizzato da CNN ha sostenuto che lui e un’elettrice contraria all’aborto avevano in realtà lo stesso obiettivo: ridurre gli aborti. L’elettrice però voleva farlo vietando la procedura per motivi etici; Talarico migliorando la condizione sociale delle donne e dando loro tutti gli strumenti per scegliere se e quando fare figli.

Infine, far cambiare idea alle persone è complicato. Il Texas è uno stato solidamente conservatore, e per quanto alcuni elettori Repubblicani possano essere delusi da Trump, non è scontato che decidano di votare per il partito che considerano come rivale da tutta la vita.

Il risultato, qualunque sarà, avrà conseguenze che vanno ben oltre queste elezioni di metà mandato. Se vincesse Talarico, il Texas diventerebbe di nuovo contendibile dopo più di trent’anni di dominio Repubblicano: e di Talarico si comincerebbe a parlare come di un possibile candidato alle presidenziali, anche se oggi lui non può che dire che la prospettiva non gli interessa. Se perdesse, rafforzerebbe l’idea che il Texas non è ancora pronto a cambiare: e per l’ennesima volta sarà per la prossima volta, con un altro candidato o candidata di cui non sappiamo ancora nulla ma su cui impareremo tutto, di nuovo.