Ritorno a Itaca, con maiali
«I mezzi da sbarco si facevano largo tra temerari nuotatori e gommoni, mentre a "Pig Island" gli altoparlanti si raccomandavano di non dare troppo da mangiare alle bestie. La confusione di membra umane e suine faticava a sciogliersi»
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Tornare a Itaca dopo dieci anni e credere di trovare tutto tale e quale è una bella pretesa. Eppure quanto può cambiare un’isola? Quanto possiamo essere diversi noi da coloro che approdavano da queste parti soltanto un decennio prima? Sappiamo che non c’è nessun accordo tra le inesorabili trasformazioni del mondo reale e l’animo umano, sempre spiazzato dagli eventi, sempre che spera gli vada bene. E sappiamo come ogni ritorno a casa presenti immancabili sorprese, cose fuori posto, segni sulle pareti da interpretare. Ma davanti a una metamorfosi si resta paralizzati, come se vostro fratello nella stanza accanto una mattina si sveglia trasformato in un enorme insetto, come per dei compagni di viaggio mutati in porci. E attenzione perché qui non si tratta di riavere indietro lo spazio dal quale guerre e deportazioni ci hanno strappato, né di farsi riconoscere da cani, nutrici, figli, mogli e padri, ma di riconquistare la propria microporzione di litorale, esercitare il diritto di piazzare l’asciugamano nei pressi della riva, usucapire uno scoglio, sopravvivere in qualche modo all’estate.

L’imbarco (foto di Lorenzo Pavolini)
Si tratta insomma della più classica delle vacanze mediterranee. Fare prua verso un’isola greca, veleggiare come si può tra le insenature di quella terra che porta ancora il nome caro a Ulisse; anche se poi non dovesse essere esattamente quella dove sorgeva il suo minuscolo regno, non staremo certo qui a puntualizzare su ritrovamenti archeologici, riferimenti testuali e culti arcaici del nostro eroe.
Quello che abbiamo scelto di fare, secondo il consiglio di esperti navigatori della zona, è di non puntare direttamente alle baie spettacolari che si aprono sulla parte settentrionale, alle pendici del monte Exogi, dove si trovano i resti del suo presunto palazzo, vicino al villaggio di Stavros, ma di fare prima tappa ad Atokos, un isolotto privato, poco a sud di Lefkada e 5 miglia ad est di Itaca.
L’isola offre un ottimo riparo. È di proprietà dell’armatore greco Panagiotis Tsakos, che la concede filantropicamente per l’ancoraggio e la visita. Non è distante dalla inaccessibile Skorpios che fu di Onassis. È un posto dove sono stato in diverse occasioni, l’ultima proprio dieci anni fa. E tutte le volte, esattamente come ogni turista che la raggiunge, con qualsiasi mezzo e comunque sempre per un tempo che valuterà troppo breve, ho creduto davvero nella fortuna meridiana, nell’equilibrio umile e superiore con cui la vegetazione si spezza nella lama della scogliera, nella solitudine che lascia intendere quell’unica casa di cui intravediamo il tetto, e quell’unica chiesetta a pochi passi dalla spiaggia, con la sua campana e la sua fune per suonarla. Questa volta però al momento di scendere a terra sono rimasto bloccato, avrei voluto girarmi e tornare indietro, ma era tardi, ancora oggi in mezzo ai brividi d’autunno me lo ripeto. Troppo tardi per tornare a Itaca.
Un branco di maiali neri correva sui ciottoli bianchi della riva incontro ai battelli carichi di persone in costume. Telefonini e cibo venivano branditi come possibile difesa e offerta. In pochi istanti la striscia d’acqua nel mezzo si assottigliava. Il parapiglia di membra umane e animali confondeva l’azzurro proverbiale. Le foto lasciavano fuori il sinistro grufolare e gli odori da sciopero ad oltranza del sapone. Decine di cuccioli di suino sgusciavano dall’abbraccio di grandi e piccini, che li prediligevano, spaventati dalle zanne malcelate degli esemplari adulti, veri cinghiali nuotatori, il maggiore dei quali inseguiva tra i flutti un intero cocomero spingendolo avanti come una boa, impossibilitato ad addentarlo dalle proporzioni delle fauci.
I mezzi da sbarco uno dietro l’altro si facevano largo tra temerari nuotatori, sup e gommoni a suon di sirena e annunci dagli altoparlanti. Nelle pause marcate di Bamboleo dei Gipsy Kings echeggiava la denominazione “Pig Island” e la raccomandazione di non dare troppo da mangiare alle bestie. Per agevolare l’incontro, le imbarcazioni venivano a piantarsi direttamente con la prua sulla spiaggia, le più grandi srotolavano come una proboscide la rampa frontale di cui sono armate. Non so contare così veloce, ma scaricavano un centinaio di persone in un minuto o poco più.

Sbarco ad Atokos (foto di Lorenzo Pavolini)
Il safari ne durava dieci, allo scadere del tempo i richiami a bordo erano sbrigativi. La confusione di membra umane e suine nel frattempo era tale che faticava a sciogliersi. Credevamo di esercitare chissà quale diritto al ritorno e adesso non eravamo in grado di riconoscere il posto in cui ci trovavamo e neppure noi stessi, dato che per linguaggio e afrore eravamo pienamente intercambiabili. La metamorfosi di Circe e Miyazaki era compiuta. Per quanto reversibile, nessuno avrebbe più potuto dire se e quando specie semidomestiche e semiselvatiche, rinfrancate dall’esperienza omerica, sarebbero rientrate nelle rispettive colonie di appartenenza. «THE ONLY NATURAL THEME PARK ABOUT ODYSSEUS JOURNEY WITH ANIMALS!» non ridisegna soltanto geografie ioniche più volte contraddette, ma introduce a un’allucinazione. Provando a chiudere gli occhi è ancora peggio.
Tre mesi di cicale stordiscono. Tutto quello che olfatto e udito riescono a captare non permette stratagemmi, tornano in mente le scene del film di Nolan, certo, e il mitico sceneggiato Rai del ’68, gli effetti dell’immaginario cinematografico sul turismo di massa sono scontati, ma i nostri stessi corpi testimoniano un cambiamento più radicale. Dieci anni fa non eravamo così. Dieci anni fa potevamo ancora far finta di essere Nessuno. Avremmo fatto i conti con le macerie di Troia per iscritto. Adesso non funziona più, neppure portandosi il più vicino possibile al cuore di un nome magico, che ci faceva credere di essere sempre quelli di tremila anni fa. Itaca come parco a tema ammutolisce.
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Ulisse, affacciato a quel che resta del suo palazzo, scorge l’isolotto guardando dove sorge il sole. Il pensiero che sia il caso di rimettersi in viaggio non smette di ossessionarlo. Navi di ogni bandiera e portafoglio assediano la sua isola. Un numero spropositato di catamarani, che contano tre o quattro ponti prima dell’attico (flybridge), panfili da mezzo milione a settimana serrati nella loro aria condizionata, pescherecci spronati a tutta velocità dagli spericolati capitani greci affinché in poche ore possano seminare il panico nel massimo numero di spot imperdibili di cui promettono la visita.
Nonostante non disponga di dati statistici, l’eroe la sa lunga. I banchetti nelle rovine del suo palazzo ospitano pur sempre aedi che portano storie lontane. Da tempo cantano le gesta dei natanti assembrati nella terra dei nuraghi. Il popolo del mare sarebbe dunque pronto all’invasione. Le sue ciclopiche imbarcazioni ostentano livree militaresche, luci bluastre proiettate sott’acqua delimitano bacini notturni, scafi veloci e neri pattugliano le flotte, muovono verso gli approvvigionamenti, conquistano spazi con blitz spregiudicati.
A occhio la situazione pare sfuggita di mano. Altro che augurarsi una lunga strada quando ti metterai in cammino per la tua isola, come diceva il poeta, altro che petrosa, la schiera di ferri da stiro ormeggiata nei pressi della Fonte Aretusa rischia di sgretolare la scenografia di fette calcaree prodotta da millenni di sedimentazione e dalle spinte della faglia tettonica, una delle più importanti e instabili d’Europa, che corre tra Itaca e la costa greca. Proprio dove Ulisse aveva incontrato il fedele porcaro Eumeo subito dopo lo sbarco, mentre i maiali bevevano l’acqua della fonte, nelle settimane di agosto file di yacht sono aggrappate agli scogli con delle lunghe cime.
La trazione è enorme, i nuovi Pretendenti non si fermano davanti a niente. Pare vogliano strappare a morsi le candide falesie per farne decorazioni domestiche. Le capre levano alte il belato di protesta per la propria razione di sale. Sarà il caldo o il film di Nolan, ma l’eroe dal multiforme ingegno avverte strani scricchiolii. Il trascurato talamo, incavato nel tronco vivo di un ulivo secolare e per questo ritenuto inamovibile, ha preso a dondolare. Non c’è modo di metterci una zeppa. Il mito è vivo come mai prima, eppure vacilla? Servono opere derivative che lo puntellino? A giudicare dalle vetrine delle librerie non si direbbe.
Lo slogan «ognuno ha la sua Itaca» mette d’accordo Pavese e Geronimo Stilton, Daniel Mendelsohn, Nicola Gardini, Malerba e Modi di tornare a casa di Alejandro Zambra. La natura magica e un po’ perversa delle narrazioni è familiare a Ulisse dai tempi in cui snocciolava le sue disavventure alla corte dei Feaci. Ma adesso dove trovare la forza per immaginare un romanzo che vada oltre la recensione vendicativa? Di delusioni cocenti è costellata la struttura ricettiva capitata in sorte. Quindi rastrellando con le dita nel folto della barba mezza canuta indica ancora la via che unisce fuga e ardimento, per lasciarci dietro questa estate spaventosa, mettere un’altra volta la prua verso il tramonto e, superate Ceuta e Sibilia, non negarsi l’esperienza «del mondo sanza gente».
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