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  • Venerdì 23 ottobre 2026

I negoziati per il Sudan non stanno andando da nessuna parte

In oltre tre anni di guerra civile i mediatori non hanno ottenuto nulla, anche perché alcuni di loro sostengono una delle parti

L'incontro nella sede ONU di Ginevra, in Svizzera, per la pace in Sudan, 21 ottobre 2026 (Muhammet Ikbal Arslan/Anadolu via Getty Images)
L'incontro nella sede ONU di Ginevra, in Svizzera, per la pace in Sudan, 21 ottobre 2026 (Muhammet Ikbal Arslan/Anadolu via Getty Images)
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I negoziati per mettere fine alla guerra civile in Sudan, che va avanti da tre anni e mezzo, non stanno andando da nessuna parte. Hanno ottenuto piccoli momenti di tregua umanitaria, peraltro spesso violati, e mai un cessate il fuoco. I due generali che si contendono il potere non hanno mai accettato un percorso per arrivare alla pace, e soltanto nei primi mesi della guerra hanno accettato di mandare delegazioni per negoziati diretti. Sono fermi sulle loro posizioni, e finora i mediatori non sono riusciti a fare alcun progresso.

Oggi i miliziani delle Forze di supporto rapido (RSF), guidati da Mohamed Hamdan Dagalo detto Hemedti, controllano quasi tutta l’enorme regione del Darfur, sottratta all’esercito sudanese nel 2025 con un’offensiva brutale. Il capo dell’esercito, Abdel Fattah al Burhan, controlla la parte orientale del paese, inclusa la capitale Khartum. Il fronte sta nel mezzo, nella regione del Kordofan.

Una mappa delle aree di controllo realizzata dall’Africa Center for Strategic Studies

Hemedti e al Burhan un tempo erano alleati: guidarono insieme il colpo di stato contro il governo di transizione istituito alla fine della dittatura di Omar al Bashir, nel 2021. Poi litigarono su come gestire il potere militare, e iniziò così la guerra: è tra le più cruente del continente, perché alle ragioni di conquista del potere economico e militare si mescolano rivalità etniche. La situazione umanitaria è tragica, gli attacchi contro i civili sono continui e compiuti da entrambe le parti.

A inizio ottobre al Burhan ha detto: «Ci riprenderemo ogni centimetro», riferendosi ai territori persi. Ha detto anche che rifiuta ogni negoziato con i miliziani e che l’unica soluzione per lui passa dalle armi. Hemedti, dall’altra parte, ha escluso di ritirarsi unilateralmente dal Darfur, dove l’anno scorso ha istituito un governo parallelo insieme a un’alleanza di gruppi politici e militari.

Questa settimana un gruppo di 22 paesi e cinque organizzazioni internazionali si è riunito a Ginevra, in Svizzera. Tra loro c’era anche il cosiddetto Quad, il nome che si è dato il gruppo diplomatico formato per trovare una soluzione politica alla guerra in Sudan. Ne fanno parte Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto. Non c’erano i rappresentanti delle due fazioni in guerra, perché la riunione è un meccanismo di coordinamento tra i mediatori, e perché come detto le parti in causa al momento non hanno delegazioni negoziali.

Da sinistra: la rappresentante europea per l’Africa orientale Maike Tribbels, l’inviato speciale delle Nazioni Unite Pekka Haavisto, il rappresentante speciale dell’Unione Africana Mohamed Belaiche e il delegato del ministero degli Esteri svizzero Alexandre Fasel, 21 ottobre 2026 a Ginevra (Fabrice Coffrini/Pool AFP/Keystone via AP, Pool)

Attualmente il Quad sta cercando di far avanzare la proposta diplomatica che gli Stati Uniti avevano presentato a inizio anno. Prevede una tregua di 90 giorni, ritiri limitati delle RSF supervisionati dalle Nazioni Unite, un esercito nazionale unificato, un governo di transizione che porti il paese a elezioni e l’esclusione da un futuro governo dei partiti che si rifanno a gruppi «estremisti violenti», cioè legati ai movimenti islamisti.

Il governo del Sudan aveva detto inizialmente di ritenerla accettabile, ma di non poter cedere sul ritiro soltanto parziale delle RSF. La proposta si era arenata e gli Stati Uniti avevano negato ad al Burhan il visto per recarsi nella sede di New York delle Nazioni Unite per l’Assemblea generale di settembre, come forma di ritorsione diplomatica. Secondo Reuters, la concessione del visto era condizionata alla firma del trattato.

L’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump sta cercando di raggiungere un accordo per potersi intascare una vittoria politica, e aggiungere la guerra in Sudan alla lunga (e opinabile) lista delle guerre che dice di aver risolto. Negli ultimi mesi la frustrazione dell’amministrazione è aumentata, e a settembre il dipartimento di Stato aveva detto che per gli Stati Uniti né l’esercito né le RSF rappresentavano più «un governo legittimo e costituzionale» in Sudan.

La dichiarazione era un modo per mettere pressione su al Burhan. Il governo parallelo delle RSF non è riconosciuto da nessuno, quello ufficiale è a Khartum, la capitale, controllata dall’esercito di al Burhan. Dire ad al Burhan che nemmeno lui è legittimo significa mettere in discussione la sua argomentazione più forte per continuare la guerra e rifiutare i negoziati, e cioè che l’esercito rappresenta il governo costituito e le RSF una milizia ostile.

Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi e il generale Abdel Fattah Abdelrahman al Burhan nel 2021 a Khartum (Presidenza del Sudan)

Gli Stati Uniti non sono gli unici ad avere interessi diretti nell’esito dei negoziati. A settembre un rapporto delle Nazioni Unite ha concluso che una rete di privati e società legate agli Emirati Arabi Uniti fornisce alle RSF armi, logistica, addestramento e combattenti mercenari. Il governo emiratino ha negato ogni coinvolgimento.

Dall’altra parte c’è l’Egitto, che sul piano politico e diplomatico appoggia l’esercito in modo aperto e dichiarato, ma secondo due inchieste di Reuters e New York Times in segreto lo fa anche dal punto di vista militare. Dall’analisi di alcune immagini satellitari è risultato che l’Egitto ha usato una propria base nel sud del paese per colpire le RSF, e funzionari egiziani lo hanno ammesso in privato.

La presenza di Egitto ed Emirati Arabi Uniti nel gruppo diplomatico è un problema per i negoziati, perché rende entrambe le parti che dovrebbero trovare un accordo molto diffidenti. Ognuna considera il proprio sostenitore un mediatore legittimo e quello dell’altra un nemico. Al Burhan ha usato la presenza degli Emirati per rifiutare ogni esito delle trattative, e Hemedti si è lamentato per la presenza dell’Egitto. Il governo provvisorio guidato dalle RSF ha chiesto che venga escluso.