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  • Mercoledì 21 ottobre 2026

I paesi del Golfo Persico stanno esportando più petrolio di prima della guerra

Sia dallo stretto di Hormuz, dove gli Stati Uniti sono riusciti a stabilire una rotta più sicura, sia tramite percorsi alternativi

Una ragazza su un'altalena e sullo sfondo lo stretto di Hormuz, visto dalla costa iraniana di Bandar Abbas, il 13 ottobre
Una ragazza su un'altalena e sullo sfondo lo stretto di Hormuz, visto dalla costa iraniana di Bandar Abbas, il 13 ottobre (Razieh Poudat/ISNA via AP)
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Le esportazioni di petrolio dei paesi del Golfo Persico hanno superato per la prima volta, seppure di poco, i livelli di prima dell’inizio della guerra in Medio Oriente. Ci si erano avvicinate già a fine settembre, e da allora si è allentato ancora di più il controllo dell’Iran sullo stretto di Hormuz, il principale strumento iraniano di ritorsione contro gli attacchi e le pressioni di Israele, degli Stati Uniti e dei loro alleati. L’aumento delle esportazioni è stato reso possibile anche dall’efficacia delle operazioni messe in piedi dagli Stati Uniti per garantire il passaggio delle petroliere e delle navi mercantili dallo stretto.

La settimana scorsa, secondo la società specializzata Kpler, i paesi del Golfo hanno esportato in media 24 milioni di barili al giorno, più dei 23,3 milioni di prima della guerra. Di questi circa 14 milioni sono passati da Hormuz: un traffico che equivale all’82 per cento di quello prima della guerra. Gli attraversamenti di Hormuz sono coordinati dalle forze militari statunitensi, che guidano le navi seguendo una rotta lungo la costa dell’Oman, meno esposta agli attacchi del regime di quella a ridosso della costa iraniana.

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Le navi spengono i sistemi di tracciamento per essere meno rintracciabili e c’è un nuovo accorgimento: minimizzare i rischi accorciando il viaggio. Le petroliere caricano il petrolio nel Golfo e, appena superato lo stretto, si fermano al largo dell’Oman e lo trasferiscono su altre petroliere, che proseguono il viaggio fino alla destinazione più lontana. Poi tornano indietro, così gli operatori espongono al rischio “solo” le petroliere che fanno questa sorta di spola.

I viaggi avvengono in coordinamento con gli Stati Uniti, che hanno stabilito una specie di rotta sicura e difendono le navi dagli attacchi aerei iraniani con un grosso dispendio di forze. Nel golfo di Oman hanno due portaerei, più una terza in arrivo, e una ventina di navi, con caccia ed elicotteri pronti a intercettare i droni e i missili iraniani. Tra l’altro gli attacchi dell’Iran – che sono proseguiti – sono meno precisi perché mesi di bombardamenti statunitensi hanno degradato le postazioni radar e di sorveglianza iraniane dello stretto.

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I paesi del Golfo stanno sfruttando sempre di più i percorsi alternativi allo stretto, cosa che spiega l’aumento complessivo delle esportazioni. A settembre è passato da percorsi alternativi il 40 per cento del petrolio, contro il 17 per cento di prima della guerra. Le alternative via terra sono l’oleodotto Habshan-Fujairah negli Emirati Arabi Uniti, che raggiunge il golfo di Oman scavalcando lo stretto, e quello che taglia da est a ovest l’Arabia Saudita, sboccando sul mar Rosso. Entrambi sono obiettivi iraniani.

Le esportazioni sono riprese in parte perché gli operatori si sono abituati alla nuova situazione, in parte perché restano abbastanza profittevoli da accollarsi i rischi. Il Wall Street Journal ha calcolato che i guadagni per tre carichi di petrolio, e dunque di tre attraversamenti, superano i 100 milioni di dollari (89 milioni di euro): abbastanza da comprare una petroliera di seconda mano. Alcune società hanno mandato nel Golfo vecchie petroliere che prima operavano col petrolio russo e venezuelano.

Il problema non è più tanto la disponibilità di petrolio, quanto che la sostenibilità delle operazioni si basa sulla presenza militare degli Stati Uniti, che è costosa da mantenere (e prima della guerra non serviva). Nel frattempo continua il blocco navale statunitense all’Iran, con effetti sempre più pesanti per la popolazione iraniana. In questa situazione, il regime potrebbe decidere di intensificare gli attacchi, o ampliarne la scala, nel tentativo di riaffermare il controllo sullo stretto.