Perché la Festa del cinema di Roma passa così inosservata
Nacque vent'anni fa con grandi ambizioni e molti soldi, ma non ha mai trovato la sua strada
di Gabriele Niola
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Sono passate ventuno edizioni da quando nel 2006 è nata la Festa del cinema di Roma, un festival ambizioso e molto costoso, ma che non è mai riuscito a essere all’altezza di quelle ambizioni. Neanche ora, che sono state riviste verso il basso.
Oggi la Festa ha un budget molto minore rispetto a quello degli inizi ma comunque grande abbastanza da attirare registi, attori e film importanti, anche se non in anteprima ma sempre dopo il passaggio dai festival maggiori. Nell’edizione in corso, che finirà domenica, sono venuti sia attori e attrici molto noti come Javier Bardem e Julianne Moore, sia registi molto richiesti del cinema d’autore come Cristian Mungiu con il film Fjord, che ha vinto l’ultimo festival di Cannes, Rodrigo Sorogoyen, il più importante autore spagnolo tra quelli in ascesa, e il russo Andrej Zvjagincev. È anche un festival molto frequentato dal pubblico, ma nonostante tutto continua ad avere scarsa rilevanza, soprattutto mediatica, e soprattutto se paragonato alla Mostra del cinema di Venezia.
Si vede dal fatto che fatica a ottenere film o serie di rilievo, se non quelli che hanno l’interesse ad andarci perché escono in quel periodo e vogliono farsi pubblicità. Da anni infatti una buona parte di quello che si vede alla Festa del cinema di Roma corrisponde a ciò che esce al cinema o in televisione in quelle settimane. Non avviene per il concorso principale, con la sua premiazione, ma per le tantissime altre sezioni non competitive di cui è fatto il festival sì.
A Venezia invece accade il contrario: chi viene selezionato spesso sceglie di uscire a ridosso del festival per sfruttare l’esposizione. In pochi spostano la data di distribuzione per partecipare alla Festa del cinema e nei casi delle produzioni più grandi l’impressione è che alle volte siano loro per prime a non tenere troppo a questa promozione. Un esempio di questo scarso interesse è quello che è successo quest’anno con la serie Disney+ VisionQuest. In teoria doveva essere presentata in anteprima, ma già dal giorno prima era disponibile per tutti sulla piattaforma senza che fosse stato comunicato o giustificato.
Fin dalla nascita la Festa del cinema di Roma ha avuto alcune caratteristiche anomale. La prima è che si svolge in una grande città, in cui l’organizzazione finisce per essere complicata e dispersiva. È una cosa inusuale e infatti anche nelle altre grandi capitali ci sono pochi festival di cinema rilevanti (quello di Berlino è una delle poche eccezioni). È più semplice farli in centri piccoli come il Lido di Venezia, Cannes, San Sebastian o Park City nello Utah, dove si è svolto per decenni il Sundance Film Festival.

Sophia Loren alla Festa del cinema di Roma nel 2007 (AP Photo/Sandro Pace)
In più, mentre la maggior parte dei festival nasce piccoli, per iniziative locali e magari con i limitati finanziamenti delle amministrazioni, la Festa del cinema nacque in grande e per volontà di alcune persone del mondo politico e non di quello culturale. Il suo primo presidente fu anche il fondatore, Goffredo Bettini: deputato e poi senatore, politico storico della sinistra romana molto legato al mondo della cultura. E sempre dall’inizio era con lui la sorella Fabia, nel comitato di selezione inizialmente e poi direttrice di una sezione autonoma della Festa dedicata al cinema per ragazzi chiamata Alice nella città.
Tutto avvenne su impulso del sindaco di Roma Walter Veltroni e tutt’oggi a gestirlo è la Fondazione Cinema per Roma, i cui soci fondatori sono il comune di Roma, la regione Lazio, la camera di commercio, la Fondazione Musica per Roma e Istituto Luce Cinecittà. Tutti soggetti pubblici.
In quel momento la Mostra di Venezia non era un festival solido come oggi, aveva un budget in contrazione e diversi problemi. Anche per questo la creazione di un altro festival che si proponeva di essere importante, oltre a essere il più finanziato del paese, con sede a Roma e per giunta a solo un mese di distanza da Venezia, sembrò un tentativo di farle concorrenza. In quel momento la Mostra di Venezia aveva un budget di 8,5 milioni di euro; la Festa alla sua prima edizione di 17. È un budget impiegato per la gestione di attività tutto l’anno, che però allora erano quasi inesistenti. Massimo Cacciari, allora sindaco di Venezia, minacciò di «mettere mano alla pistola» se avesse saputo che lo stato dava anche solo un euro alla Festa.
Già dalle prime edizioni però la Festa del cinema non è riuscita a mantenere quel finanziamento così alto, in un lento e continuo ridimensionamento. Sei anni dopo la fondazione, nel 2012, c’erano già stati tre cambi di direzione artistica, ognuna con idee diverse riguardo a che tipo di festival dovesse essere e quali film andassero programmati.
L’identità di un festival è un concetto sfuggente ma importante: viene dai film che seleziona e dagli ospiti che invita. Ci sono festival che puntano sulla scoperta di nuovi talenti (quelli che programmano più che altro opere prime o seconde), altri che puntano sul racconto più spettacolare del cinema (sono quelli con tanti ospiti e per i quali i film sono secondari), e altri ancora che vogliono valorizzare il cinema d’avanguardia, o il cinema di certe aree geografiche o di un certo genere.

Elisabetta Canalis e George Clooney alla presentazione del film Tra le nuvole nel 2009 (AP Photo/Andrew Medichini)
La Festa del cinema di Roma non è mai riuscita a trovare la sua dimensione e ogni nuova direzione cambiava linea. Solo nei primi sei anni di vita il festival cambiò due volte nome, diventando Festival del film di Roma (durante la presidenza di Gian Luigi Rondi), per poi tornare Festa del cinema.
Una svolta sembrava potesse venire quando nel 2012 fu nominato direttore Marco Müller, fino a quel momento direttore della Mostra di Venezia con grandi fasti e successi. Müller tentò di fare di Roma un festival di prima fascia, cioè uno con sole anteprime mondiali. È una cosa di cui al pubblico importa poco ma è cruciale per la risonanza dei festival: vuol dire che tutti i film che si vedono, o almeno quelli del concorso e delle sezioni principali, non si sono mai visti da nessun’altra parte. Vuol dire avere sempre il cast e il regista che li accompagna, la stampa internazionale e anche produttori e distributori in cerca del successo della prossima stagione. Festival come Venezia, Cannes, la Berlinale, Locarno e il Sundance prendono solo film in anteprima mondiale. Gli altri invece se ne possono permettere pochi se non nessuno, e si accontentano di presentarli in anteprima nazionale, cioè prima dell’uscita in sala nel loro paese.
Müller con molte difficoltà riuscì ad avere le anteprime mondiali, ma quasi solo di film poco noti o di autori di paesi remoti, sconosciuti al grande pubblico e in molti casi anche agli addetti ai lavori. Fu un fallimento.
Nelle successive edizioni si cercò un bilanciamento migliore ma con scarso successo. Il direttore successivo, Antonio Monda, rimasto al festival per 8 edizioni a partire dal 2015, fu quello che trovò la dimensione forse più efficace. Le sue edizioni furono molto centrate sugli Stati Uniti, dove Monda risiede e lavora, con un grande afflusso di star importanti prima di tutto americane. Non puntò mai alle anteprime mondiali, disprezzando anzi l’idea, ma a presentare i film cruciali della stagione ancora non arrivati in Italia. Nella scelta di quali programmare e quanto risalto dargli, ci furono anche dei casi di film arrivati con buone recensioni e poi diventati veri successi, come Moonlight, vincitore qualche mese dopo dell’Oscar per il Miglior film.
Durante quella gestione la Festa del cinema di Roma cominciò a trovare un ruolo anche nel sistema internazionale dei festival di seconda fascia, intrecciando relazioni con gli altri che si svolgono nello stesso periodo, come quello di Londra. Il limite di quella gestione fu che si basava quasi esclusivamente sulle conoscenze di Monda e quando il suo mandato non fu rinnovato quell’idea di festival non poté essere portata avanti.
Nonostante la forte impronta statunitense e la scarsissima presenza di film italiani, fu in quel periodo, nel 2015, che la Festa selezionò e valorizzò uno dei film italiani più innovativi e apprezzati degli ultimi vent’anni, Lo chiamavano Jeeg Robot, intuendone il potenziale.

Gli attori Luca Marinelli e Claudio Santamaria, il regista Gabriele Mainetti e l’attrice Ilenia Pastorelli alla presentazione di Lo chiamavano Jeeg Robot nel 2015 (ANSA/CLAUDIO ONORATI)
La direzione artistica successiva, quella attuale che è in carica dal 2022, fa invece l’opposto. La direttrice è Paola Malanga, responsabile del settore documentari di Rai Cinema, che al momento è in aspettativa dall’azienda. La sua nomina ha creato un po’ di perplessità nel settore, visto che Rai Cinema è il principale produttore italiano. Tutti i festival hanno molti film di Rai Cinema ma, anche considerato quanto fosse parca di titoli italiani la gestione precedente, negli anni di Malanga la quantità di film e serie italiane, e poi anche di fiction (cioè serie delle tv generaliste) è molto aumentata.
Oggi la Fondazione cinema per Roma organizza eventi tutto l’anno e si occupa della programmazione di un cinema di Roma, eppure il suo budget annuale è inferiore a quello del 2012: 10 milioni di euro. Rimane una cifra più alta di quelle a disposizione della maggior parte dei festival italiani, ma bassa per una struttura grande come la Festa.
Questa contrazione economica è il problema principale per la Festa del cinema, ed è stata frutto di un progressivo allontanamento degli sponsor privati. È un fenomeno che ha molte cause, tra cui anche la scarsa risonanza della manifestazione. Più un festival è percepito come importante, prestigioso e internazionale, più per uno sponsor ha un senso associarsi o investirci. Anche BNP Paribas, che è stato lo sponsor che ha investito più di tutti fin dall’inizio (quando era BNL), recentemente si è ritirato. Come conseguenza ora la Festa dipende ancora di più dai fondi di comune e regione, e sono anche aumentati i film prodotti, coprodotti o appoggiati da questi enti.



