Che fine hanno fatto i movimenti per il clima?
Stanno ancora protestando, ma faticano a farsi notare
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Venerdì 16 ottobre Fridays for Future Italia e altri movimenti ambientalisti hanno manifestato in una ventina di città in tutta Italia. Lo sciopero è stato indetto per denunciare l’inattività del governo di fronte all’emergenza climatica, per chiedere più spazi verdi e interventi per mitigare gli effetti del caldo nelle città. Le manifestazioni non hanno avuto grande seguito e non hanno ricevuto molte attenzioni, anche perché in contemporanea migliaia di studenti in tutta Italia hanno protestato contro le politiche del governo sull’istruzione.
Da qualche anno i movimenti climatici fanno parlare di sé molto meno di una volta. Dopo la grande visibilità ottenuta nel 2019, sono progressivamente scomparsi dai media e dal dibattito pubblico. Ci sono diverse ragioni, e vanno dalla pandemia alla ricerca di nuovi modi di fare attivismo.
Nel 2020 i lockdown fermarono le grandi manifestazioni di massa organizzate dal movimento Fridays for Future. Tutto era iniziato meno di due anni prima, con le proteste della studentessa svedese Greta Thunberg, che a fine estate del 2018 aveva iniziato a scioperare ogni venerdì per chiedere al suo governo di rispettare gli impegni dell’Accordo di Parigi (il trattato internazionale che vincola quasi tutti i paesi del mondo a limitare l’aumento delle temperature a 2°C rispetto ai livelli preindustriali).
Nel 2019, il loro anno di maggiore successo, gli scioperi globali di Fridays for Future erano arrivati a mobilitare diversi milioni di persone in più di 150 paesi. In Italia c’erano più di duecento gruppi locali, che scesero poi a una cinquantina. Negli anni successivi gli scioperi sono continuati, ma non hanno mai più visto la partecipazione del 2019.
Il declino delle manifestazioni di massa ha però fatto crescere altri tipi di protesta per il clima, in particolare quelle dei gruppi Extinction Rebellion e Ultima Generazione, che in Italia sono i due movimenti ambientalisti più grandi dopo Fridays for Future. Tra il 2022 e il 2023 questi attivisti hanno più volte bloccato strade molto trafficate, come la tangenziale est a Milano e il Grande Raccordo Anulare a Roma, creando disagi e reazioni violente da parte degli automobilisti; a marzo del 2023 Ultima Generazione ha sporcato con la vernice arancione Palazzo Vecchio a Firenze e, qualche mese dopo, ha gettato del colorante nero nell’acqua della fontana di Trevi; in altri casi gli attivisti hanno imbrattato opere d’arte famose o incollato le proprie mani alle teche di vetro che le proteggevano.
Dopo l’adozione di questi metodi, la percezione dei movimenti ambientalisti da parte dell’opinione pubblica è cambiata: dall’ampio sostegno ricevuto ai tempi delle manifestazioni di massa, una parte ha cominciato a considerare le proteste degli atti di vandalismo che danneggiavano la causa.
Nel 2023, l’anno in cui in Italia si sono svolte più azioni, il governo Meloni ha adottato un approccio più repressivo verso gli atti di disobbedienza civile. Sono cresciute le denunce nei confronti degli attivisti, insieme agli arresti, alle multe e ai fogli di via (il provvedimento che vieta di tornare nella città in cui si è svolta la protesta). Negli anni successivi sono state aumentate le pene per chi imbratta un monumento o blocca una strada. Movimenti come Ultima Generazione, che avevano costruito la propria linea su questo tipo di proteste, hanno quindi dovuto ridimensionarle o abbandonarle, perché i rischi per gli attivisti erano diventati troppo alti.
A influire sulla perdita di popolarità dei movimenti climatici è stata anche una serie di crisi internazionali avvenute dal 2021 in poi. La guerra in Ucraina, le guerre a Gaza e in Medio Oriente, unite al susseguirsi di crisi energetiche, hanno catturato l’attenzione dell’opinione pubblica e dei governi europei. Anche gli equilibri politici sono cambiati: l’ascesa dell’estrema destra in Europa e la rielezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti hanno diffuso un certo scetticismo e fastidio verso le politiche climatiche, incolpate di far salire ancor di più i prezzi dell’energia in un periodo già complicato.
Consapevoli di aver perso la capacità di attirare l’attenzione solo sulla causa climatica, i movimenti ambientalisti hanno adottato un approccio più intersezionale: hanno cioè legato la lotta per il clima ad altre battaglie per la giustizia sociale. Si sono uniti alle manifestazioni contro la guerra in Ucraina o contro la guerra a Gaza, cercando di evidenziarne l’impatto climatico oltre che sociale. Fridays for Future ed Extinction Rebellion hanno collaborato anche con movimenti femministi e contribuito ad alcune battaglie operaie in diverse città italiane. Molte delle loro ridotte energie si sono così concentrate su cause diverse da quella prettamente climatica, senza che il movimento riuscisse a trarne visibilità.
L’esempio più lampante sono le proteste contro la guerra a Gaza. I movimenti climatici vi hanno aderito e hanno anche sostenuto le spedizioni della Global Sumud Flotilla, l’iniziativa indipendente che puntava ad arrivare a Gaza su piccole imbarcazioni per portare aiuti umanitari alla popolazione. La stessa Greta Thunberg, volto principale di Fridays for Future, ha partecipato a due spedizioni. Le manifestazioni per la causa palestinese si sono però disperse rapidamente, senza che i movimenti sociali e ambientalisti che avevano contribuito ad organizzarle riuscissero a trarne nuovi aderenti.
Ma i movimenti per il clima hanno perso slancio anche per ragioni molto più concrete: gli studenti che avevano organizzato gli scioperi del 2019 hanno iniziato a lavorare e hanno abbandonato l’attivismo, gli aderenti attivi sono diminuiti e si è creato un continuo ricambio con ragazzi più giovani, che restano meno a lungo dei fondatori. Tra il 2019 e il 2020 la sezione di Extinction Rebellion di Milano, una tra le più importanti in Italia, era arrivata ad avere quaranta attivisti, mentre oggi ne conta solo dieci. A livello nazionale, tra il 2023 e oggi, Fridays for Future ha perso almeno una ventina di gruppi locali.
Insieme alla diminuzione degli attivisti, si sono indebolite anche le capacità organizzative, di azione e di raccolta fondi necessarie a organizzare proteste di massa. I movimenti climatici hanno quindi investito molto di più sulla dimensione locale.
Mentre prima organizzavano perlopiù grandi manifestazioni rivolte a cambiare le politiche climatiche nazionali, ora si concentrano sul mantenere attivi i loro nuclei cittadini. Mirano a essere presenti nella quotidianità dei loro territori, per rispondere a necessità più concrete e dedicarsi a battaglie più circoscritte. Extinction Rebellion, per esempio, si è opposto diverse volte al taglio di alberi in aree verdi di alcune città italiane, mentre Fridays for Future ha lanciato campagne per la creazione di comunità energetiche rinnovabili e di nuovi spazi verdi nelle città.
A questo tema si è legato anche lo sciopero nazionale di venerdì. L’estate scorsa è stata la più calda mai registrata in Europa occidentale e ha causato decine di migliaia di morti in eccesso in tutta Europa. La maggior parte è avvenuta nelle città che, a causa della mancanza di vegetazione, sono più calde rispetto alle zone di periferia e di campagna. Fridays for Future e altri movimenti hanno protestato contro questa situazione. Lo scopo era quello di ritornare a mobilitare le persone grazie a battaglie più concrete, che impattano sulla vita quotidiana. La protesta è però passata in secondo piano.



