Paghereste per vedere il ciclismo dal vivo?
Da bordo strada, per 10 euro; oppure, per molti più soldi, da dentro la corsa o addirittura da sopra?
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Il 18 ottobre a Colceresa, in provincia di Vicenza, quasi mille persone hanno pagato 10 euro a testa per vedere dal vivo un pezzo della Veneto Classic, una corsa di ciclismo su strada. Hanno pagato per vederla passare, più volte in poche ore, su una breve e ripida mulattiera. L’ex corridore Filippo Pozzato, che la organizza, crede molto nell’idea dei biglietti per il ciclismo: dice di voler «cambiare le regole del gioco». Per qualcuno è in effetti un interessante esperimento. Per altri è invece qualcosa di vicino al sacrilegio, un inutile oltraggio alla storica e identitaria gratuità del ciclismo.
Mille persone sono poche, meno di quelle che in una domenica qualsiasi, in giro per l’Italia, assistono a pagamento a decine di altri eventi sportivi, soprattutto calcistici. Ma sono tante per il ciclismo, ed è rilevante che ad attirarle sia stata la Veneto Classic.
Le classiche nel ciclismo sono le corse di un giorno con più tradizione e importanza. La Veneto Classic è invece recente, e di importanza relativa. Oltre ad autoproclamarsi classica, per provare ad affermarsi come tale sfrutta sterrati, pavé e salite brevi ma ripide: la corsa non supera mai i 300 metri di altitudine, ma ha oltre duemila metri di dislivello totale. Il tratto a pagamento era il muro della Tisa, una salita di poco più di 300 metri in ciottoli di basalto, con una pendenza massima del 20 per cento.

Corridori e tifosi sulla Tisa (Alessio Pederiva / PP Sport Events)
Il biglietto – anzi, il braccialetto – dava accesso, a piedi o in bici, all’area attorno alla mulattiera: in parte un bosco e in parte un prato soleggiato pieno di ulivi e con una bella vista sulle vicine colline. La mulattiera era quasi tutta transennata, ma quando la corsa era lontana ci si poteva spostare, a piedi o in bici, su e giù per la ripida strada.
Dalla Tisa la Veneto Classic è passata sei volte nel giro di un paio d’ore. Al primo passaggio c’era il gruppo pressoché compatto, nei successivi passaggi si è via via ridotto, e all’ultimo – a 15 chilometri dal traguardo – in testa restavano solo due corridori. Uno dei due era Brandon McNulty, che poi ha vinto arrivando solo al traguardo di Bassano del Grappa, nella sua prima vittoria da quando è diventato campione del mondo.
Pozzato ha 45 anni: nel 2006 vinse la Milano-Sanremo, nel 2018 si ritirò e nel 2021 organizzò la prima Veneto Classic, dopo che già nel 2020 aveva organizzato altre corse. Dice che il primo anno in cui propose la Tisa a pagamento, con un decimo degli spettatori di quest’anno, fu «un disastro». Ma che col tempo va sempre meglio: «Quest’anno per la prima volta ho visto quello che avevo in testa, la gente che capisce cosa stiamo facendo». Per lui i biglietti servono a «educare il pubblico all’idea di pagare» in cambio di un servizio. In questo caso un maxischermo, dj e musica fin dal mattino e tre aree bar, con panini, bibite e birre (e spritz, e prosecco) a pagamento.

Anthon Charmig e McNulty, all’ultimo passaggio sulla Tisa (Alessio Pederiva/PP Sport Events)
Pozzato ammette che al momento per la Veneto Classic le entrate derivanti dai biglietti sono «uno zero virgola» e che la corsa prende, come le altre, quasi tutti i suoi soldi da sponsor e istituzioni: da regione e provincia, ma anche dalle città sedi di partenza o arrivo. Anzi, la Tisa è una spesa da diverse migliaia di euro: per l’affitto del terreno e l’allestimento dell’area, ma soprattutto per le riprese delle prime ore di gara, così da avere qualcosa da mostrare sul maxischermo prima che nel finale arrivi la diretta tv.
Eppure, parlando della Veneto Classic, Pozzato dice di avere il «sogno di poterla fare stare in piedi solo con i biglietti venduti». Lo dice da qualche anno, e nel piccolo mondo del ciclismo quel che dice ha fatto discutere. Soprattutto nel 2025, quando disse di essere convinto che «far pagare il biglietto al pubblico» sia «l’unica soluzione per far sopravvivere il ciclismo».

Tifosi davanti al maxischermo, alcuni di loro con una maglia regalata dallo sponsor a chiunque comprava un biglietto (Alex Faedda / PP Sport Events)
Pozzato ha detto di aver «preso insulti», di essere stato definito «classista» e che quando ancora correva gli dissero «è arrivato il calciatore» quando criticò il modello secondo cui i soldi dei diritti televisivi vanno alle corse e non, come è invece in molti altri sport, anche alle squadre.
Il mito del ciclismo gratuito è infatti ancora forte e radicato. Si cita spesso, a questo proposito, una frase forse detta da Pier Paolo Pasolini secondo cui il ciclismo è «lo sport più popolare perché non si paga il biglietto». Eppure il ciclismo nacque come sport a pagamento, e ancora oggi diverse forme di ciclismo non su strada, come il ciclocross, la mountain bike e quello su pista, continuano a essere a pagamento.
Di biglietti a pagamento nel ciclismo si parlò molto a fine 2025, quando l’ex ciclista francese Jérôme Pineau propose di far pagare l’accesso per assistere agli ultimi chilometri dell’Alpe d’Huez, storica salita del Tour de France. Ancora prima se ne era parlato per One Cycling, un progetto (vago e solo teorico) per rivoluzionare il ciclismo.
Pozzato ammette di ispirarsi al Giro delle Fiandre, dove già da diversi anni alcune parti delle salite più importanti hanno posti a pagamento. Però posti diversi e molto più esclusivi rispetto a quelli a prezzi popolari della Tisa, o a quelli proposti da Pineau. Nelle Fiandre si arriva a pagare oltre 500 euro per avere un’ottima visuale – e un open bar in cui tra le tante altre cose si possono degustare ottime aringhe – delle salite più famose.

La Tisa durante uno dei primi passaggi (Tim de Waele/Getty Images)
Tra chi pensa che i biglietti possano essere parte della soluzione, o comunque un tentativo da fare, c’è l’ex corridore Paolo Bettini, secondo il quale anche un euro simbolico sarebbe un inizio. Anche il belga Wout van Aert si è detto convinto che «chiedere 5 euro non vuol dire rendere lo sport meno popolare», mentre l’ex corridore Francesco Moser dice di sognare «un ciclismo da stadio».
Tra i contrari ci sono David Lappartient, il presidente dell’Unione ciclistica internazionale (disse di temere una «enorme resistenza» del popolo francese, paragonabile a quelle relative alle più controverse riforme politiche) e Christian Prudhomme, direttore del Tour de France. Anche RCS Sport, che organizza le principali corse italiane, sembra avere posizioni simili, seppur mai davvero esplicitate. Pozzato dice per esempio che quando nel 2025 propose a RCS di far pagare alcuni tratti del Giro d’Italia sul Monte Grappa (sopra Bassano) non trovò interesse né collaborazione.
Altri stanno nel mezzo: secondo Davide Cassani, ex corridore e da anni tra le persone più influenti del ciclismo italiano, è un «argomento da affrontare», mentre secondo Tadej Pogačar, «non è il primo passo» da fare, perché prima c’è altro di cui occuparsi.
C’è anche chi ha provato a fare due conti. Se anche una corsa come la Parigi-Roubaix riuscisse a far pagare 10 euro a 100mila spettatori, così da arrivare a un milione di euro, alla fine – tolte le spese – non sarebbe una cifra rivoluzionaria, specie se la si divide per le 25 squadre in gara. E c’è chi si chiede quanti, tra i tifosi che ora vanno a bordo strada a vedere una gara, ci andrebbero più volentieri se con qualche servizio in cambio di un biglietto, o chi semplicemente non ci andrebbe, o andrebbe altrove, pur di non pagare.
Oltre che a creare un’abitudine e affermare un principio, c’è però chi sostiene che far pagare un biglietto avrebbe altri vantaggi indiretti. Permetterebbe di dare un nome (e magari un indirizzo e-mail) a una parte del pubblico che sta a bordo strada a guardare il ciclismo. «Con un biglietto inizia una relazione», ha scritto la newsletter Domestique, secondo la quale a oggi il Tour de France, che ogni anno porta sulle strade oltre 10 milioni di persone, «non ha quasi idea di chi siano quelle persone».
I biglietti – e la conseguente gestione o limitazione degli accessi – permetterebbero anche un maggiore controllo di determinate aree, e una maggiore sicurezza generale. In molte salite o tratti in pavé della Roubaix ancora oggi non c’è nulla, nemmeno una transenna, a separare tifosi e corridori. Secondo molti è parte del fascino del ciclismo.
A modo suo, senza la storia e la forza attrattiva di certe salite o certi tratti della Roubaix, la Tisa si sta perlomeno facendo notare come piccolo laboratorio. In piccolo, su una piccola salita (sfidante ma breve, non troppo diversa da altre, altrettanto ripide, scenografiche e ciottolate, che si possono trovare in diverse altre parti d’Italia), in una ancora relativamente piccola gara alla fine del calendario.

Un tifoso stupefatto e uno con una maglia che sembra dell’Argentina ma è di una squadra e associazione sportiva dilettantistica ben nota a chi bazzica il ciclismo e molto rappresentata sulla Tisa (Alex Faedda / PP Sport Events)
Con anche altre idee collaterali: sulla Tisa, la mattina prima della corsa, è stata organizzata per esempio una gara in cui 51 amatori si sono sfidati, al costo di 20 euro a testa, a chi riusciva a fare la salita in meno tempo: il vincitore ci ha messo poco più di un minuto, e ha vinto una bici da diverse migliaia di euro, primo premio di un montepremi complessivo di 50mila euro.
Secondo un addetto ai lavori che preferisce rimanere anonimo, è un esperimento «velleitario», parte di «un’operazione non troppo radicata nella realtà», in cui la Veneto Classic non è niente più che «la versione outlet di una grande classica».
Intanto Pozzato però ci prova. Provando ogni anno ad aggiungere qualcosa, a far girare le idee e far crescere i risultati di quel che fa. Dice, per esempio, che sta cercando di comprare il terreno attorno alla Tisa, e di puntare tra qualche anno, in cambio di altri servizi e dopo aver reso più importante la Veneto Classic, a far pagare fino a 50 euro. Ma anche che la Veneto Classic, insieme con le altre corse venete che organizza nella precedente settimana (anche note nell’ambiente come le-corse-di-Pozzato), sono a loro volta un mezzo per puntare a organizzare altre corse, altrove e più importanti. Pozzato dice per esempio che avrebbe molte idee su cosa fare, dal punto di vista del marketing e del percorso, se un giorno dovesse capitargli di poter organizzare il Giro d’Italia.
Oltre che dalla Tisa e da altri tratti gratuiti, la Veneto Classic si poteva vedere dalla cosiddetta area hospitality all’arrivo (per 300 euro, da un truck a tre piani con una «lounge di lusso» e un «catering d’eccellenza»), da dentro la corsa (pagando 500 euro, seduti in una delle auto dell’organizzazione; al Giro delle Fiandre costa 5mila euro) o da sopra la corsa (in elicottero, pagando mille euro). In questo caso – a parte l’elicottero – sono però offerte che già esistono, sebbene spesso meno pubblicizzate, in altre corse. Pozzato stesso ammette inoltre che oltre che a qualche «appassionato altospendente», sono perlopiù servizi che finiscono nei pacchetti offerti agli sponsor della corsa.



