Il vaccino contro l’herpes zoster aiuta a prevenire la demenza?

Se lo chiedono diversi gruppi di ricerca che hanno notato una riduzione delle diagnosi tra le persone vaccinate

Micrografia elettronica del virus della varicella (VZV), responsabile anche dell’herpes zoster (Wikimedia)
Micrografia elettronica del virus della varicella (VZV), responsabile anche dell’herpes zoster (Wikimedia)
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Da qualche tempo l’interesse intorno al vaccino contro l’herpes zoster non è soltanto legato alla possibilità di evitare il fuoco di Sant’Antonio e le sue possibili complicazioni, ma anche a quella di ridurre il rischio di sviluppare forme di demenza. Secondo alcuni studi le persone vaccinate hanno infatti un minor rischio di sviluppare l’Alzheimer o altre malattie che compromettono le funzioni cognitive e questo per alcuni è un ulteriore incentivo a vaccinarsi. I risultati sembrano promettenti, ma non è ancora chiaro se il vaccino protegga davvero contro la demenza e, nel caso, attraverso quali meccanismi.

In Italia e in diversi altri paesi europei il vaccino è consigliato alle persone fragili o dai 65 anni, ma le notizie su quegli studi hanno suscitato interesse anche tra chi è più giovane e non rientra nei normali piani vaccinali. In generale il vaccino contro l’herpes zoster non ha finora avuto molta presa: in Italia la copertura tra chi ha più di 65 anni è bassa e molto al di sotto dell’obiettivo minimo del 50 per cento fissato dal Piano nazionale di prevenzione vaccinale (ci sono dati sparsi delle singole Regioni, non un’unica stima nazionale).

Nel Regno Unito per esempio alcune catene di farmacie hanno segnalato un aumento delle richieste per il vaccino, anche tra i più giovani non compresi nei piani e che si devono quindi pagare la vaccinazione. I dati sono però parziali ed è difficile dire quanto la crescita sia legata alle notizie sui possibili effetti sulla demenza, considerato che ridurre il rischio di avere il fuoco di Sant’Antonio può essere una motivazione più che sufficiente per vaccinarsi.

L’herpes zoster è causato dallo stesso virus responsabile della varicella (Varicella-Zoster Virus, o VZV), che rimane latente nell’organismo delle persone che hanno avuto la malattia, di solito durante l’infanzia. Vaccinare i bambini contro la varicella riduce anche il rischio futuro di herpes zoster, ma non lo elimina e non protegge le generazioni più anziane, che hanno già contratto il virus e lo ospitano in forma latente.

Invecchiando il sistema immunitario diventa meno reattivo e questo fa aumentare il rischio che il virus si riattivi e torni a fare danni. Può causare forti infiammazioni, spesso alla pelle con prurito e bruciore, e al sistema nervoso con rischio di danni ai neuroni, cioè le cellule che formano il cervello.

L’ipotesi è che il vaccino aiuti a prevenire queste infiammazioni e che questo possa contribuire a proteggere il cervello, ma è una spiegazione ancora da dimostrare. Gli studi condotti finora si sono occupati soprattutto dell’associazione tra vaccinazione e diagnosi di demenza, non dei meccanismi che potrebbero spiegarla.

Uno dei più citati era stato pubblicato nel 2025 sulla rivista scientifica Nature ed era stato realizzato da un gruppo di ricerca in Galles, dove nel 2013 l’accesso al vaccino dipendeva dalla data di nascita, quindi persone nate a pochi giorni di distanza potevano trovarsi in gruppi diversi, di vaccinati o non vaccinati. Confrontando le loro cartelle cliniche, è emerso che nei sette anni successivi la probabilità di ricevere una diagnosi di demenza era inferiore tra i vaccinati. La differenza corrispondeva a circa 35 diagnosi in meno ogni mille persone vaccinate, rispetto a quanto stimato per chi non si era vaccinato.

Lo studio aveva suscitato interesse perché permetteva di avere gruppi omogenei di persone da confrontare, cosa che non avviene spesso in questo tipo di analisi. Non equivaleva comunque a una sperimentazione clinica vera e propria, in cui i partecipanti vengono assegnati casualmente ai gruppi.

Un anno prima, un altro studio aveva preso in considerazione il vaccino di nuova generazione (Shingrix), che ha progressivamente sostituito in molti paesi il precedente (Zostavax, non più commercializzato nell’Unione Europea) basato su una versione attenuata del virus. Il gruppo di ricerca aveva messo a confronto oltre 200mila persone che negli Stati Uniti avevano ricevuto il vaccino nuovo o quello vecchio. Nel gruppo vaccinato con Shingrix era stato osservato un periodo più lungo senza una diagnosi di demenza, con una differenza media di 164 giorni tra le persone che avevano poi ricevuto quella diagnosi, nell’arco di sei anni.

Gli esiti dei due studi erano stati accolti con interesse e un certo entusiasmo, ridimensionato quest’anno da un’analisi preliminare, ancora in attesa di revisione e pubblicazione su una rivista scientifica. Lo studio, condotto in Inghilterra su dati ospedalieri relativi a sei milioni di persone, non ha rilevato meno diagnosi di demenza tra le persone che, in base all’età, avevano diritto a ricevere il vecchio vaccino. Non significa necessariamente che il vaccino sia inefficace: non tutte le persone che potevano vaccinarsi lo avevano fatto e i dati ospedalieri non registrano necessariamente tutti i casi di demenza, offrendo quindi una visione parziale del fenomeno.

I diversi risultati tra vecchio e nuovo vaccino stanno spingendo la ricerca a occuparsi di quest’ultimo. Alcuni studi si sono concentrati sull’adiuvante AS01, una sostanza aggiunta a Shingrix per stimolare la risposta immunitaria, assente nel vecchio vaccino. L’ipotesi è che possa contribuire a ridurre il rischio di demenza attraverso meccanismi diversi da quelli che proteggono contro il virus. Lo stesso adiuvante è usato anche nel vaccino contro il virus respiratorio sinciziale, che a sua volta è stato associato da alcuni studi a una minore frequenza di diagnosi di demenza.

Per ora i risultati non mostrano che sia proprio l’AS01 ad avere quell’effetto, così come ci sono ancora molte cautele nel sostenere che il vaccino stesso prevenga alcune forme di demenza. Gli indizi iniziano a essere significativi, ma servono altre ricerche. Una sperimentazione è stata avviata proprio quest’anno in Finlandia con 35mila persone, cui sarà somministrato il vaccino oppure un placebo (una sostanza senza principio attivo). Lo studio è nella fase di reclutamento dei volontari e permetterà di confrontare i risultati nei due gruppi in condizioni più controllate. Un’altra ricerca è stata avviata in Danimarca con oltre 160mila partecipanti di almeno 65 anni di età.

Le sperimentazioni richiederanno però anni prima di essere completate. Nel frattempo le principali istituzioni sanitarie consigliano di fare il vaccino contro l’herpes zoster dai 65 anni. In Italia la vaccinazione è gratuita secondo le regole stabilite da ogni Regione.