Cosa chiedono i camionisti e gli agricoltori che stanno bloccando la Puglia

Storie e problemi concreti raccontati dalle persone che fermano il traffico sulle autostrade, dandosi persino il cambio per dormire

di Angelo Mastrandrea, dai blocchi autostradali in Puglia

Il blocco all'uscita dell'autostrada di Poggio Imperiale, in provincia di Foggia (il Post)
Il blocco all'uscita dell'autostrada di Poggio Imperiale, in provincia di Foggia (il Post)
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Al casello autostradale di Poggio Imperiale, all’estremo nord della Puglia, c’è un tir parcheggiato di traverso. Dentro ci sono dei materassi dove dormono alcuni camionisti che protestano contro il carovita. Si sono organizzati per resistere a oltranza nei blocchi autostradali che stanno portando avanti ormai da una settimana. Per questo fanno anche in modo di alternarsi nel riposo: di notte c’è sempre fuori qualcuno che ferma i camion che escono al casello, li fa accostare o li rimanda indietro, mentre dentro gli altri riposano.

Poggio Imperiale si trova in una posizione strategica, all’ingresso della regione e alla base del promontorio del Gargano, nel foggiano: bloccando questo punto, si interrompono le forniture dirette all’intera regione, e viceversa quelle che vanno verso nord. Per questo il presidio è il più partecipato, tra i 30-35 che negli ultimi giorni si sono formati in Puglia.

All’alba i camionisti che hanno riposato aprono il portellone posteriore ed escono a fare colazione all’aperto con gli altri manifestanti, su un tavolino di plastica montato sotto un gazebo. Sono tutti “padroncini”, come vengono chiamati gli autotrasportatori con la partita IVA che sono proprietari di uno o più camion, e li usano per trasportare e consegnare le merci per conto di aziende, privati e società di trasporti.

Più tardi arrivano anche gli agricoltori con i trattori. Molti portano anche le famiglie con i bambini, che giocano tra i mezzi e sotto il gazebo. Ci sono bandiere tricolori e cartelli contro il carovita, uno striscione con la scritta «Stato assente» e un tir con un’immagine di Padre Pio stampata su un fianco. A mezzogiorno lo svincolo è pieno di anziani contadini e giovani imprenditori agricoli, autotrasportatori autonomi e dipendenti di società di trasporti che solidarizzano con i proprietari.

Il presidio degli autotrasportatori e degli agricoltori a Poggio Imperiale, in provincia di Foggia (il Post)

Camion e trattori fermi a Poggio Imperiale (il Post)

Le persone con cui ha parlato il Post dicono che in appena sei mesi tutti i costi per loro sono aumentati molto: non solo il gasolio, ma anche le assicurazioni e la manutenzione dei mezzi. Ottaviano Merlino, un camionista con la partita IVA di Apricena, un paese della zona, dice che rispetto a prima dei rincari dovuti alla guerra in Medio Oriente paga 11mila euro al mese in più di gasolio per trasportare la merce. Ha comprato un camion nuovo in leasing: 165mila euro in rate da 3.600 euro al mese, «che non è neppure tanto, ci sono colleghi che pagano anche 6mila euro ogni mese». Dice che i committenti lo pagano dopo 60, 90 e a volte anche 120 giorni, e che in queste condizioni al primo imprevisto, per esempio un pagamento ritardato, andrebbe immediatamente in difficoltà a ripagare i costi.

Gli autotrasportatori sono quasi tutti lavoratori autonomi. Lavorano su commissione e vengono pagati per ogni singolo trasporto con una cifra lorda da cui devono detrarre tutte le spese, come i contributi previdenziali, l’assicurazione del camion, il carburante, i pedaggi autostradali e l’usura del mezzo. Eventuali guasti o multe che prendono sulla strada sono a loro spese. Con gli aumenti degli ultimi mesi i loro guadagni si sono erosi molto.

Antonio Scarano, che proviene da due generazioni di autotrasportatori, dice che ora «per andare a fare una consegna al Nord ci vogliono mille euro di gasolio all’andata e altrettanti al ritorno». L’unico tampone è il cosiddetto “fuel surcharge”, una maggiorazione di prezzo applicata alle tariffe di trasporto per compensare gli aumenti. Viene determinata in base al prezzo medio regionale del carburante e consente di dividere a metà con il committente l’aumento del carburante.

Un camion all’uscita dell’autostrada di Poggio Imperiale (il Post)

Molte persone, soprattutto tra gli agricoltori, parteciparono anche alla cosiddetta protesta dei trattori, a febbraio del 2024, contro le politiche dell’Unione Europea sul clima e sull’agricoltura. Sostengono che l’Unione Europea abbia messo troppi vincoli ambientali e l’accusano in particolare di aver introdotto la carbon tax, una tassa sulle emissioni inquinanti, che a loro parere viene scaricata dalle aziende petrolifere sul costo dei combustibili.

Maurizio Mazzocco, titolare di una piccola azienda agricola, dice che il grano raccolto nei suoi terreni è ancora «tutto nei silos» perché il prezzo di mercato è calato a 27 euro al quintale, e a lui non conviene venderlo sotto i 30 euro al quintale. Se lo facesse, sostiene, non riuscirebbe a coprire i costi di produzione, perché il prezzo del gasolio è aumentato, «l’olio dei motori è salito da 2 a 6 euro al litro» e «il costo delle ruote dei trattori è raddoppiato: ora ci vogliono mille euro per comprarne una».

Denis Petronzi ha una cava di marmo. Dice che fino a dieci anni fa vendeva il marmo a 600 euro a tonnellata perché «lo compravano i cinesi», ora invece «hanno deciso di produrselo loro» e il prezzo è crollato a meno di un terzo. «Non lo vuole più nessuno, all’inizio dell’autunno le segherie che lo acquistano ci hanno chiesto di pagarlo ancora meno perché altrimenti non riescono a ripagarsi la spesa». Dice che fino a pochi mesi fa guadagnava 500 euro al giorno al netto delle spese, ora a causa degli aumenti guadagna non più di 150 euro.

Il piazzale dove vengono fatti fermare i camion allo svincolo autostradale di Candela, in provincia di Foggia (il Post)

Il piazzale dove vengono fatti fermare i camion allo svincolo autostradale di Candela, in provincia di Foggia (il Post)

A Candela, circa cento chilometri a sud di Poggio Imperiale, c’è l’altro grande blocco di camionisti della Puglia. Qui i manifestanti contro il carovita fermano gli arrivi dalla Campania: come agli altri presìdi, i camion che escono al casello vengono fermati e invitati a parcheggiare o a fare marcia indietro. C’è molta solidarietà con le proteste, che durano da lunedì 12 ottobre: al presidio sono passati alcuni amministratori locali e dal primo giorno alcuni ristoranti della zona forniscono i pasti gratis.

È così un po’ ovunque. In Puglia c’è un consenso abbastanza ampio sulle proteste contro il carovita. A Cerignola, sempre nel foggiano, venerdì 16 hanno manifestato migliaia di persone. Dal sagrato del Duomo il vescovo Fabio Ciollaro ha detto che le risorse destinate dal governo alle armi dovrebbero essere indirizzate invece ai bisogni reali della gente. Nella cittadina, che ha quasi 60mila abitanti ed è il centro agricolo più importante della Puglia, molti negozi sono rimasti chiusi per due giorni.

Lunedì 19 ottobre molte attività commerciali sono rimaste chiuse anche a San Giovanni Rotondo.

Al presidio di Candela ci sono molti piccoli agricoltori e per strada ci sono più trattori che a Poggio Imperiale: è una zona di piccoli paesi ai confini con l’Irpinia, dove ci sono poche attività industriali. Tutti si lamentano del caro gasolio, ma dicono anche che non è l’unica ragione della loro protesta.

Ce l’hanno con i grandi produttori che condizionano il mercato e con alcuni vincoli ambientali che considerano eccessivi, come il divieto di bruciare le sterpaglie a margine dei terreni dopo averli ripuliti o di spargere il letame nei campi. Sono entrambe misure decise dalla Regione Puglia: la prima per evitare gli incendi, soprattutto nel periodo estivo, e la seconda per ridurre la contaminazione delle falde acquifere e l’emissione di gas serra nell’atmosfera. Dicono che così facevano i loro nonni e che loro non ci vedono nulla di male nel continuare a farlo.

Il blocco allo svincolo autostradale di Candela (il Post)

Manifestanti allo svincolo autostradale di Candela (il Post)

Un contadino che vuole rimanere anonimo racconta che, per aggirare i divieti, tiene d’occhio l’osservazione satellitare, che alcuni comuni possono disporre per sorvegliare alcune aree: quando viene disattivata può trasgredire i divieti. Un altro bracciante, Massimiliano Accettura, è venuto da Rocchetta Sant’Antonio con il suo asino. È uno dei pochi ad averne ancora uno, e dice che non ce la fa più a mantenerlo perché il fieno da mangiare gli costa 45 euro a balla.

Anche qui i manifestanti si dividono tra chi contesta il governo e chi invece se la prende con l’Unione Europea, e in molti casi le due contestazioni si mescolano. Altri invece se la prendono con le multinazionali che controllano il mercato e con la grande distribuzione organizzata che paga troppo poco i loro prodotti.

Ci sono anche alcuni olivicoltori che ce l’hanno con l’olio tunisino: dicono che viene mescolato a quello italiano e venduto come «made in Italy» grazie alle norme sull’etichettatura, che permettono di farlo per i prodotti confezionati in Italia (anche se provenienti da altri paesi). Sostengono che questa pratica abbia fatto crollare il prezzo delle olive raccolte in Puglia. Mauro Di Santo, un coltivatore di grano, dice che a mandare in crisi i produttori è stato soprattutto l’aumento del costo dei fertilizzanti: «Il concime è passato da 80 a 118 euro per ogni quintale di grano e l’urea da 54 a 80 euro».

Gli agricoltori del presidio di Candela chiedono la «regionalizzazione» delle filiere, cioè di riorganizzare la produzione, la trasformazione e la distribuzione dei prodotti alimentari su base regionale, per ridurre la dipendenza dai mercati globali. Sostengono che altrimenti i 30 milioni stanziati dalla Regione Puglia per rispondere alle loro richieste – 20 milioni alle filiere e altri 10 per il carburante – finiranno ai grandi imprenditori e non ai contadini.