I paesi europei non sono per niente d’accordo su come affrontare la crisi energetica
L'Italia guida il gruppo di quelli che vorrebbero regole meno severe sulla transizione energetica, e al Consiglio europeo ha ottenuto qualcosa
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L’energia è stato il tema principale del Consiglio europeo, la riunione dei capi di Stato e di governo dei paesi membri dell’Unione europea che si è conclusa a Bruxelles venerdì pomeriggio. Nonostante la crisi energetica provocata dalla guerra in Medio Oriente stia colpendo tutto il mondo e tutti i paesi europei, i leader sono assai divisi su come affrontarla, e le trattative degli ultimi due giorni sono state molto accese.
Dipende anche dal fatto che la crisi del petrolio e del gas non sta colpendo tutti allo stesso modo: a subire più danni sono i paesi più dipendenti dalle fonti fossili, a subirne meno quelli più avanti nella transizione energetica.
Non è quindi un caso che le negoziazioni abbiano riguardato la possibilità di ammorbidire il sistema degli ETS, cioè il principale strumento con cui l’Unione europea da anni incentiva la transizione verso energie rinnovabili. È una proposta che è stata promossa dal governo italiano, e in parte è stata accolta.
ETS sta per Emissions Trading System ed è un meccanismo che funziona tramite due strumenti. Da una parte l’Unione europea fissa un limite massimo complessivo alle emissioni di anidride carbonica consentite nei settori più inquinanti (centrali elettriche, industria pesante e aviazione). Questo limite viene ridotto anno dopo anno per condurre alla decarbonizzazione.
Dall’altra parte ci sono le quote di emissione, che le aziende coperte dal sistema devono avere per l’anidride carbonica che producono. Le quote vengono distribuite in parte gratuitamente e in parte vendute all’asta. Se un’azienda inquina più di quanto preventivato, deve acquistare nuove quote sul mercato; se inquina di meno, può rivendere le quote in eccesso. In questo modo l’inquinamento ha un costo economico diretto per le aziende: l’obiettivo è incentivarle a investire in tecnologie meno inquinanti invece di continuare a comprare quote per inquinare.
Con il cosiddetto ETS2 poi, la cui entrata in vigore è prevista per il 2028, l’Unione intende estendere il meccanismo ai settori del trasporto su strada e del riscaldamento degli edifici.
Il funzionamento del sistema penalizza i paesi, come l’Italia, che sono indietro con la transizione energetica. L’ETS è già un costo in tempi normali e ora si somma a un prezzo dell’energia che per persone e aziende è cresciuto moltissimo a causa della guerra in Medio Oriente. A prescindere dalla guerra, poi, l’Italia è tra i paesi europei con il costo dell’energia più elevato, dunque risulta chiaro perché chiedesse l’allentamento delle regole, sostenuta poi da altri paesi.
– Leggi anche: Perché in Italia l’energia costa così tanto
Per il governo di Giorgia Meloni l’allentamento del sistema ETS avrebbe consentito di ridurre i costi per il sistema industriale, che viene da anni molto difficili, che fa fatica ad ammodernare e a rendere meno inquinanti le sue tecnologie, e che per questo da tempo chiede la revisione del sistema. Oltre alla revisione dell’ETS Meloni ha chiesto anche il rinvio al 2030 dell’entrata in vigore dell’ETS2.
In queste richieste l’Italia è stata appoggiata dalla Grecia e dal gruppo dei paesi di Visegrad, cioè Polonia, Ungheria, Slovacchia e Cechia. Si sono opposti i paesi più avanti nella transizione energetica, perlopiù i paesi del Nord, Francia e Spagna, che sostengono che non sia il sistema ETS a tenere alti i costi per le imprese, ma la dipendenza ancora eccessiva da gas e petrolio, oltre che dal carbone.
La sintesi che è stata raggiunta al Consiglio europeo è che di fatto per il momento non cambierà niente: il sistema ETS resta in vigore così com’è – anche se da prima dell’estate è in corso un processo di revisione proposto dalla Commissione europea – e l’entrata in vigore dell’ETS2 resta prevista per il 2028 (dato che a fine dell’anno scorso era già stata spostata dal 2027).
Ma il Consiglio europeo ha accettato di tornare a studiare gli effetti sui settori dell’ETS2 e di altri meccanismi da attivare, per verificare se siano compatibili con la sostenibilità dell’attività economica. E soprattutto ha accettato di prevedere misure coordinate ed europee di breve termine per sostenere aziende e consumatori nell’affrontare i prezzi dell’energia più elevati.
L’Italia è impegnata con la Commissione europea proprio in un negoziato per cercare di spuntare la possibilità di derogare ai vincoli di bilancio europei per finanziare misure che contrastino gli aumenti delle bollette e dei carburanti. Su questo per il momento non ci sono novità significative.
Non c’entra niente con questo negoziato l’accordo che il governo ha detto di aver raggiunto con la Commissione europea sul cosiddetto “decreto-legge bollette”, un provvedimento del governo che risale a prima della guerra in Medio Oriente e che prevede misure per ridurre le bollette di persone e aziende. La Commissione sosteneva che alcuni punti rischiavano di violare le regole europee sugli aiuti di Stato, ma con l’accordo annunciato venerdì le misure restano in vigore.



